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Un Governo dal “pugno di ferro in guanto di velluto”

  • Dall'Italia

Berlusconi e VeltroniOggi il Cavaliere, con l'inedita miscela di un buonismo più traboccante di quello di Veltroni e di un pessimismo degno di un patentato menagramo, dice che occorre la massima collaborazione di tutti, che ci sono problemi «da far tremare i polsi», che si profilano misure «anche dolorose». «Timeo danaos et dona ferentes» («temo i Greci anche quando portano doni»). Ma il monito virgiliano sembra disatteso da un'opposizione che incredibilmente accoglie con un largo applauso le dichiarazioni del premier alla Camera per il voto di fiducia. Di seguito articolo integrale di Michele DI SCHIENA.


Un Governo dal "pugno di ferro in guanto di velluto"

Drammaticità della situazione, futuro a fosche tinte, semina a tutto campo di paure condite da suggestive promesse: sono questi i principali ingredienti del messaggio elettorale con il quale Berlusconi, trasformato per incanto da "homo ridens" in "homo lugens" e da baldo combattente in pensoso statista, ha vinto la recente consultazione popolare. Ed oggi il Cavaliere, con l'inedita miscela di un buonismo più traboccante di quello di Veltroni e di un pessimismo degno di un patentato menagramo, dice che occorre la massima collaborazione di tutti, che ci sono problemi «da far tremare i polsi», che si profilano misure «anche dolorose», che Napolitano deve diventare un punto di riferimento per assicurare il massimo avallo istituzionale a provvedimenti impopolari e che saranno valutati con favore i contributi propositivi del Partito democratico. E dice anche, come ha fatto a Montecitorio ricorrendo ad apprezzamenti e lusinghe, di riconoscere il ruolo fondamentale dell'opposizione e persino del governo-ombra veltroniano.

«Timeo danaos et dona ferentes» («temo i Greci anche quando portano doni»). Ma il monito virgiliano sembra disatteso da un'opposizione che incredibilmente accoglie con un largo applauso le dichiarazioni del premier alla Camera per il voto di fiducia. Una opposizione che non chiede conto al Cavaliere del perché le «misure dolorose» demonizzate ieri, quando le ha adottate il governo Prodi per fronteggiare una situazione gravissima, dovrebbero essere accettate oggi con i conti pubblici migliorati e con la disponibilità di quel "tesoretto" che il precedente Esecutivo aveva destinato a sgravi fiscali per incrementare salari e pensioni. E neppure il centrosinistra chiede a Berlusconi, sottraendosi al suo abbraccio, come mai oggi si sollecita la collaborazione di tutti mentre ieri si sono fatte ingenerose insinuazioni sulla imparzialità del Capo dello Stato e si sono organizzate indegne gazzarre parlamentari e manovre di ogni genere per dare la famosa "spallata" al governo Prodi. Un'opposizione che appare invero frastornata e non in grado di reagire alla manovra avvolgente e depotenziante con la quale la destra sta cercando di anestetizzarla per non avere intralci nella gestione del potere e nel perseguimento di una politica democratica e aperta nella forma ma chiusa e tendenzialmente autoritaria nella sostanza. Ne discende che il vero nodo da sciogliere in questo avvio di legislatura è la capacità o meno dell'opposizione di contrastare il tentativo della destra di provocare una mutazione genetica della nostra democrazia per convertirla in quella «dolce dittatura» i cui prodromi sono stati già captati dalle sensibili antenne di qualche qualificato osservatore politico. Un complesso cioè di scelte avulse dai principi costituzionali e perciò rivolte a comprimere alcuni diritti fondamentali tutelati dal nostro Statuto e solennemente proclamati da quella «Dichiarazione Universale» di cui proprio quest'anno ricorre il 60° anniversario.

Una politica che, al di là delle cortine fumogene di un Tremonti con stravaganti inclinazioni no-global e con qualche vezzo statalista, ha l'obiettivo di rafforzare nel nostro Paese il sistema economico dominante in danno delle condizioni di vita dei lavoratori e dei cittadini più deboli. Ha perciò un preciso scopo, quello di confondere gli interlocutori, l'apparente e spiazzante contrasto tra i due volti con i quali il Governo si è presentato in questi giorni al Paese: da una parte, la pacatezza dei toni, le aperture dialoganti e le richieste di collaborazione del premier e dei suoi più diretti portavoce e, dall'altra, la sicumera, il decisionismo e la ricerca di effetti mediatici delle dichiarazioni di alcuni ministri che annunciano, con la logica del "fatto compiuto", provvedimenti discutibili e per molti aspetti preoccupanti. "Pugno di ferro in guanto di velluto": sembra dunque questa la tattica adottata dal Governo all'inizio del suo mandato. Ecco allora spiegati il superbuonismo berlusconiano e i fuochi pirotecnici di tante avventuristiche sortite ministeriali: «faremo subito il federalismo fiscale» (un federalismo di buon senso inaccettabile da Bossi salvo suoi ripiegamenti su qualche contentino o quello preteso dalla Lega che frantumerebbe l'unità nazionale ed affonderebbe il mezzogiorno?); «le banche ed i petrolieri dovranno fare sacrifici» (in forza di quali concreti provvedimenti e con l'intento di utilizzare gli eventuali ricavi per incrementare i redditi delle famiglie o con altre finalità?); «sarà abolita l'Ici per la prima casa» (ma non l'aveva già fatto Prodi per le abitazioni più modeste mentre l'annunciata misura riguarderà le case "super" con la conseguente riduzione dei servizi comunali o con finanziamenti compensativi sottraendo così fondi che potrebbero essere impiegati per combattere la precarietà e far crescere le retribuzioni?); «ridurremo l'Irpef sugli straordinari» (ma non è un provvedimento che restringe le possibilità di occupazione dei giovani e che penalizza il reddito delle donne senza arrecare vantaggi alla stragrande maggioranza dei lavoratori che non hanno la possibilità di espletare lavoro straordinario?).

Ed ancora: «licenzieremo i dipendenti pubblici fannulloni» (con le fumose misure annunciate da Brunetta a "Porta a Porta" e sui giornali o cercando di affrontare i reali problemi del settore coniugando l'esigenza di appropriati controlli con il doveroso riconoscimento della dignità dei dipendenti pubblici che passa attraverso la crescita della formazione professionale ed un più adeguato trattamento economico con l'accantonamento di quella sorta di decimazione per la quale «si licenzia uno per educarne cento»?); «condurremo una lotta senza quartiere contro l'immigrazione clandestina con l'inasprimento delle pene, l'effettività di espulsioni generalizzate e la trasformazione dei CPT in centri di detenzione fino a 18 mesi» (ma non si tratta di misure repressive prive di qualsiasi impianto politico, a rischio di illegittimità costituzionale ed inadeguate ad affrontare in modo organico e senza xenofobie un problema epocale di immense dimensioni?). Ce ne è abbastanza per non stare tranquilli e per organizzare un democratico dissenso portando avanti proposte alternative. L'augurio è che l'opposizione politica e quella sociale se ne rendano subito conto.

Brindisi, 15 maggio 2008

Michele DI SCHIENA

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