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Chi siamo

A che serve una nuova associazione?
Al via un nuovo movimento antagonista per fare più forte la sinistra in provincia di Brindisi

52 soci fondatori, i! 17 di novembre 1995, a Mesagne. hanno ufficialmente costituito l’Associazione’ “A Sinistra”.All’avvocato Livio Stefanelli è stato caldamente rivolto l’invito a presiederla.
E’ stato anche nominato un Gruppo di Coordinamento provvisorio composto da Giancarlo Canuto, Carlo Graniti, Giovanni Marinosci, Gianni Masiello, Giovanni Rubino. Il Gruppo di Coordìnamento ha poi nominato Coordinatore provvisorio Giancarlo Canuto

Perché fare nascere una nuova associazione politica? Non ce ne sono già tante? Non è questo un modo per continuare ad alimentare la confusione? E poi l’area della sinistra non è già occupata? A che serve frammentare ulteriormente una realtà già divisa?
Domande legittime, anzi doverose: che ci siamo fatti e che ascoltiamo. Proviamo a dialogare “sapendole” di fanti e comunque restringendo il campo del nostro dire all’area della sinistra.

Nel suo orizzonte politico ci sono, oggi, due forze nazionali radicate nel Paese: il PDS e Rifondazione Comunista. Il primo va sempre più leggendo e vivendo in senso moderato il preambolo politico del suo Statuto, tanto da rendersi difficilmente distinguibile da un partito democratico di Centro: il secondo è politicamente e socialmente visibile nella sua collocazione, mantiene però una cultura di riferimento unidimensionale e una logica di apparato spesso tesa a difenderlo e giustificarlo nei suoi interessi in quanto tale.
Noi pensiamo che questi due partiti non esauriscano le sensibilità e le culture varie della sinistra presenti nel Paese. Partiamo cioè da un dato: che c’è una sinistra sociale e culturale non espressa politicamente. Per accorgersi che questo dato non appartiene alla fantasia di qualcuno ma alla realtà del Paese, basterebbe per un momento guardare in faccia i tanti gruppi locali e i. singoli cittadini politicamente caratterizzati che segnano la vivacità politica e culturale nonsolo durante i passaggi elettorali, ma soprattutto in riferimento ad analisi e prese di posizione derivanti da questioni vive e drammatiche come quelle della disoccupazione di massa, degli immigrati o dei rapporti Nord/Sud.
Del resto proprio in questi giorni espressioni e gruppi del “Sole che ride “, che non si riconoscono nelle scelte moderate di parti più o meno considerevoli del ceto dirigente che fa riferimento ai Verdi, si sono organizzati in un movimento identificabile in un area di sinistra.

“A Sinistra”, nelle nostre città, nasce perciò da una esigenza reale: da un lato vuole valorizzare, nell’area dell’antagonismo sociale, la diversità dei riferimenti culturali e ideali a cui i promotori si ispirano riconoscendone “la pari dignità”: dall’altra, sull’onda di tale pluralismo culturale di riferimento, vuole porsi come soggetto politico che riparte da una critica all’economia capitalistica reale per proporre e realizzare interventi e strumenti tesi ad accorciare le differenze economico-sociali tra gli uomini e contribuire a liberare complessivamente l’uomo dalla “povertà” in cui si getta quando si consegna “dalla testa ai piedi” al mercato e poi scopre che non trova tante “cose importanti” che cercava.

Questo impegno lo si vuole assumere e portare avanti in dialogo costante coi tanti movimenti che esistono nel Paese e hanno la stessa collocazione e con i partiti stessi della sinistra alla ricerca di convergenze su progetti e programmi capaci di rappresentare tutta la sinistra, senza pregiudiziali esclusioni. “A Sinistra” vuole contribuire a rafforzare quindi tutta, la sinistra e nello stesso tempo a rafforzare la prospettiva del Centro-Sinistra. Ci interessa, insomma, l’Ulivo, come ci interessa Rifondazione Comunista e ci interessa tutta la sinistra senza etichette.
Per realizzare questi obiettivi occorre difendere le Istituzioni democratiche ma nello stesso tempo costruire progetti politicamente riconoscibili intorno a cui mobilitare cittadini ed espressioni sociali.

UN NUOVO IMPEGNO PER IL CAMBIAMENTO

Prima assemblea provinciale dei gruppi e dei soggetti singoli che, pur fuori da partiti e movimenti nazionali, vogliono contribuire all’unita delle forze democratiche e progressiste.

ME5AGNE - lunedì 3 luglio 1995 - ore 19:00 • ATRIO del COMUNE

C’è un mondo di idee e di comportamenti che oggi non trova pili rappresentazione visibile sullo scenario della politica: è una cultura che non vuol piegarsi a vedere nel presente il “migliore dei mondi possibili” e che, al contrario, cerca ancora di immaginare nuove relazioni sociali ed uno sviluppo compatibile con i valori dell’ecologia e con la difesa integrale dei diritti della persona.

UNA CULTURA NON RAPPRESENTATA

Non sempre questa cultura riesce a mettere in campo una capacità di antagonismo sociale, quasi mai riesce a definire un’alternativa e a rendere possibile una strategia politica che ad essa conduca. Essa è però, consapevolmente irriducibile ai modelli dominanti e non cessa di esistere per il fatto di non essere adegua-tamente rappresentata.
L’espandersi di situazioni di povertà siano esse di natura materiale o immateriale, con l’aumento delle ingiustizie ed ineguaglianze che ne derivano, la presenza di emergenze sociali gravi, quali la criminalità organizzata, le emarginazioni, il degrado urbano ed ambientale, hanno fatto crescere un po’ ovunque soggettività eticopolitiche che si esprimono nelle realtà dell’impegno nel volontariato, nell’autorganizzazione sociale e culturale, nell’ambientalismo, nella rete pacifista e non-violenta, nelle nuove forme di solidarietà operaia.

LA POLITICA CHE CONTA

Tuttavia, questa ragnatela di impegni resta al di qua della politica che conta; quest’ultima si è rattrappita e confinata in un ambito sempre più ristretto e rinunciatario, da cui sembrano banditi i contenuti della trasformazione sociale. Una politica in cui si confrontano élite sempre più simili tra loro anche per estrazione sociale e culturale. Intorno c’è, poi, una marea montante di alienazione e disinteresse, di insensibilità ed indifferenza. Lo spostamento del paese reale a destra è pienamente misurabile in questo estremo approdo del disincanto e del disimpegno: una nuova e pericolosa passività di massa che porta ad abbandonarsi al flusso della vite della realtà quotidiana ed alle sue edulcorate mistificazioni televisive.

LA NUOVA SPOLITICIZZAZIONE

Prevale sempre più quella cultura del “farsi i fatti propri” alla quale certo liberismo in pillole (con la spinta a tradurre tutto in termini di consumo) non solo ha dato una veste teorica ma anche le possibilità concrete. Si va perdendo, insomma, la politica fatta di partecipazione, il prendere posizione su iniziative concrete, lo schierarsi quotidiano sulla base delle esigenze della città.
Questa spoliticizzazione è, infondo, la ragione vera della sbornia di maggioritario che stiamo vivendo con conseguente espansione della delega : si vota. Saltando completamente il confronto su tutto ciò che ci riguarda da vicino, come se si comprasse una faccia sorridente per quattro o cinque anni per delegare ad essa le sorti delle nostra comunità. Se qualche cosa si muove è nella direzione dell’estrema parcellizzazione di rivendicazioni, spesso cavalcate dalle destre, che possono sintetizzarsi in “qualcuno mi tolga i drogati (o gli zingari, o la discarica) da sotto casa”.
La sinistra sembra aver accettato questo scenario e sembra ormai non scommettere più sui valori della partecipazione quanto, appunto, sui meccanismi delladelega e sulla selezione di élite rassicuranti.

IL DOMINIO DELL’ESISTENTE

Ed invece proprio il non dar retta al presente è stato uno dei compiti fondanti della sinistra: accettare il presente ma non dargli retta, prendervi posto ma senza esserne schiavi. Opporsi, cioè, ai processi di passivizzazione con una risposta sul piano dei contenuti culturali: ciò vuol dire far leva, oggi, sui grandi temi del lavoro, dell’educazione, della formazione, del rapporto tra istituzioni e cittadini.
C’è, al contrario, un vuoto spaventoso di progettualità politica che ha contratto la capacità di parola di questa zona “estrema” della società e che sta riportando tutti i soggetti politici, tristemente ed alla spicciolata, dentro il limite invalicabile del “presente”, vissuto come unica cifra per leggere ciò che è stato e ciò che sarà. L’ideologia del mercato, con i suoi automatismi ad orologeria che si vor- rebbe estendere a tutti gli ambiti della vita sociale, struttura profondamente l’immaginario collettivo e dilaga nel mondo, sradicando culture politiche e culture nazionali e distruggendo ogni identità ed ogni differenza.

DERIVA PLEBISCITARIA E DERIVA MODERATA

La difficoltà di incidere dentro questi processi è cosi grande che il pensiero critico e l’agire radicale di queste aree di confine sono oggi eclissati e rischiano di essere annichiliti dalle due forme politiche dominanti: la presa diretta plebiscitaria (con le adunate sostituite dalla telecrazia) e la deriva moderata verso un migliorismo o uri riformismo senza trasformazione. In questo clima di crescente semplificazione i! confronto politico si riduce ad alternanza tra progetti sempre più omologati (anche se tra i due modelli le distanze, soprattutto sul piano della democrazia politica, sono sensibilmente profonde); tutto è appiattito in quella sorta di “pensiero unico” che è la vulgata neo-liberale (nelle due declinazioni di destra e di sinistra): libero scambio, privatizzazioni, monetarismo, frenesia della competitività e della produttività. Però, tornare ad affidarsi alla “mano invisibile” per regolare non solo gli scambi commerciali ma praticamente tutto il contesto delle attività umane, non risolve ed anzi acuisce da un lato la forbice che si allarga tra una maggioranza della popolazione garantita e soddisfatta (anche se ogni giorno un po’ meno) ed unaminoranza esclusa e sempre più respinta fuori dal sistema; e dall’altro la crisi dello Stato e la sua perdita di legittimazione.

LE SOCIETÀ DEI DUE TERZI

Le due questioni sono, è naturale, collegate. In Europa, infatti, ci sono tanti disoccupati quanti ce n’erano prima della Seconda Guerra Mondiale ed essi non hanno nessuna certezza di ritrovare un posto di lavoro, anche con la crescita che sta ripartendo speditamente; non è difficile immaginare che è proprio questa la quota di popolazione che non si “rappresenta” più nel sistema politico (e nello Stato) e che vive con indifferenza un’astensione elettorale che nei paesi indu- strializzati a maggioritario secco supera addirittura il 50%.

LA CRISI DELLA COSTITUZIONE

E’ sotto queste tensioni che la carta costituzionale (compromesso tra le due culture della solidarietà che uscirono egemoni dallo sfacelo del fascismo: la cultura cattolica e quella social-comunista) subisce oggi continui attacchi e veri e propri strappi, a testimonianza del fatto che il patto nazionale su cui la nostra repubblica nacque è ormai spezzato e gli obiettivi di emancipazione universale e rispetto delle differenze, a partire dalle minoranze e dalle opposizioni politiche, sono oggi minacciati (si vorrebbe addirittura modificare la Costituzione a colpi di maggioranza parlamentare) in nome di una deregulation di cui non si intravede il punto di sbocco.

UN INDISTINTO RUMORE DI FONDO

Tutto questo, però, procede in una nebulosità in cui le fisionomie culturali ed i contorni delle categorie politiche si rarefanno e si disfano, mentre aumenta a dismisura un parlar vacuo e continuo, un chiacchiericcio senza costrutto e senza approdo che ci intontisce.
Si assiste al paradosso che la politica, nel momento stesso in cui, attraverso la televisione, raggiunge pressoché tutti i cittadini, si impoverisce in quanto ad elaborazione culturale e progettuale. La classe politica si lascia irretire in questo perverso meccanismo ed appare sempre di più prigioniera del divismo televisivo che ne ha contrassegnato la notorietà. Allo stesso tempo il tubo catodico seleziona, quasi darwinianamente, politici più adatti ai duelli rusticani che al ragionamento.

ARROCCAMENTO E CONFLITTO SOCIALE

C’è, in verità, una terza ipotesi, ed è quella che vive il confine e la frontiera come linea di rinserramento, di difesa dell’appartenenza e dell’identità: se i tempi non sono maturi, si dice tra costoro, allora si conservi la “fiammella” lontano dalle intemperie. Si compie, dunque, un duplice salto mortale all’indietro verso la semplificazione: di fronte ci sono padroni e governi cattivi e aggressivi e sull’altro lato partiti e sindacati che potrebbero sfondare facilmente se solo non fossero ignavi o, addirittura, non fossero “traditori”. Meglio difendere il proprio orto, attestandosi su una linea, certamente anche generosa. Di enfatizzazione del conflitto sociale, senza però preoccuparsi degli sbocchi con- creti e perseguibili.
L’effetto finale è che all’alta drammatizzazione dello scontro corrispondono bassissimi, a volte banali, livelli di consapevolezza critica.

L’AFASIA DELLA SINISTRA

E’ cosi che anche in tutta l’area “alternativa” l’impegno politico si è trasformato in tifoseria: chi per il centro-sinistra, chi per l’antagonismo radicale, i più per la riappacificazione tra PDS e Rifondazione.
Tutti in silenzio!
Costretti a tacere, a soprassedere, a sorvolare perché presi da un’angosciosa stretta elettorale che non ha più fine e che da un paio d’anni ci porta semestralmente alle urne.
Per due anni non si è parlato d’altro che di schieramenti, di alleanze, di posizionamenti in un estenuante balletto al ritmo del “fatti più in là”: mi piazzo un po’ più al centro per guadagnare visibilità, mi sposto un po’ più in qua per metterti in difficoltà, metto il veto su di tè per far intendere quanto sono affidabile, controbatto con un controveto per non scoprirmi col mio elettorato.
Non si dice più cosa si pensa e ciò che si vuole sulle questioni determinanti, su quegli squilibri che pongono con urgenza la formulazione di nuovi paradigmi di pensiero, sullo stato sociale, sul terzo della popolazione esclusa, sull’ambiente come bene comune, sulle guerre lontane e vicine, sul sud del pianeta che, in barba ad ogni legge restrittiva, preme sulle nostre coste e in tutte le periferie delle metropoli del grande impero d’Occidente che prima ha colonizzato ed oggi respinge fuori dai suoi confini.
Nulla, silenzio! Solo qualche facile “pensierino” condito con un po’ di onnipresente ed ecumenica retorica della solidarietà.

RILANCIARE IL CAMBIAMENTO

E tuttavia domande così radicali occorre che passino il confine, che lo attraversi- no e, accettando di farsi contaminare, contaminino a loro volta. Occorre, insomma, concepirsi non come orizzonte irraggiungibile (la cartolina del “sol dell’avvenire”) ma come percorso ricco di contenuti e di qualità, di anticipazioni e di realismo, di alterità e di consenso, di opposizione e di governo.
E’ ormai un’urgenza imboccare questa strada. E se non sarà in grado di farlo l’intera sinistra, almeno una sua parte deve mettere questo obiettivo immediatamente all’ordine del giorno.
Se non si “attraversa” il deserto della grande crisi che ha investito gli apparati di senso nella nostra democrazia, compresa l’appartenenza e la rappresentanza po- litica, se non si risponde a questo svuotamento del legame sociale indicando obiettivi di trasformazione, allora saranno insufficienti tutti i toni rassicuranti con cui la sinistra cerca di conquistare l’elettorato moderato. Crediamo che si debba rapidamente capire che il solo modo vero di rassicurare è dire che cosa si vuoi cambiare. Se si pone l’accento su cose che sono, tutto sommato, solo la continuazione di ciò che esiste, non si rassicura per nulla; si da, anzi, l’impressione che, in continuità col passato, si vuole solo occupare il potere.
Non è un caso che la sinistra, oggi, su molte questioni, e vista, e forse lo è davvero, su posizioni istintivamente conservatrici.

LA DESTRA NELLE PERIFERIE URBANE

Paradossalmente, è anche per questo bisogno di “futuro” che la gente guarda a destra.
Ne è la riprova il radicamento della destra nelle periferie urbane: la mancanza di risposte forti e credibili contro la solitudine, l’abbandono e le contraddizioni sociali che prima che altrove si scaricano su queste zone, produce rigurgiti so- ciali pericolosi, perché nati da sentimenti atavici ed irrazionali che non incontrano una prospettiva politica e culturale di rottura con l’esistente. Che fare?
Concretamente quali obiettivi politici è possibile perseguire da subito per invertire questa tendenza?
Noi crediamo che prima di tutto bisogna ridurre la distanza, e non solo sul piano formale della sburocratizzazione, tra istituzioni e queste fasce più esposte della popolazione. Destinare per i prossimi anni la parte rilevante delle risorse delle comunità alle aree degradate (poiché le altre possono anche attendere) e farne un obiettivo dichiarato e rivendicato apertamente è un esempio pratico della strada da imboccare e della risposta che la sinistra può dare, a partire dagli enti locali dove governa (ed anche dove fa opposizione), agli attacchi continui che si perpetrano contro il “Welfare State”.

ENTI LOCALI E MODELLI DI VITA

Si guardi più da vicino a noi stessi, ai nostri Comuni, alle nostre amministrazioni.
C’è un tema, una battaglia, un punto di programma da cui si possa desumere che esso non sia semplice prolungamento dell’esistente (o, più spesso, sua emergenza) e che, invece, si accompagni ad elaborazioni politiche approfondite e ad articolazioni culturali tali da aprire uno spiraglio-verso “modelli di vita” non dominati dai moloch del mercato e delle funzioni economiche? Si pensi all’assetto territoriale delle nostre cittadine, agli elementi di qualità urbana, agli spazi vuoti opposti al pieno del costruito, alle dotazioni culturali e ricreative, ai servizi pubblici non commerciali sempre più dismessi secondo l’aura regola denunciata da Galbraith: “opulenza privata, squallore pubblico”.
C’è davvero bisogno di una sinistra dei contenuti e di una sinistra che si dimostri “competente” (impegnata, cioè, su contenuti di governo ma orientati verso la trasformazione ed il rinnovamento).

IL TRIONFO DELL’IMPOLITICO

Ed invece chiunque abbia partecipato, anche da lontano, alle sconfortanti tratta- tive per la designazione delle candidature in queste ultime tornate elettorali, si è potuto rendere conto di come anche a sinistra la “incompetenza” sia stato un requisito ricercato addirittura con affanno, affinché il candidato non fosse macchiato o marchiato dall’”impegno politico”.
Ma se la politica diventa sempre più immagine e tecnica della comunicazione (più che “saper fare”), quale sarà il luogo in cui verranno (e forse già vengono) prese le decisioni?
E non occorre, invece, una sinistra che, anche nel momento delle scelte elettorali, sappia tenere il campo con la propria faccia senza essere sopraffatta ed obliterata dal cerone degli imbellettamenti e dei camuffamenti televisivi?

RAFFORZARE LA CULTURA CRITICA

Ma forse la domanda è ancora più profonda. Cogliere infatti i limiti di entrambe le prospettive della sinistra italiana (quella moderata e quella radicale) non è sufficiente, di per sé, per fare una politica. E può darsi anche che, invece, tenere insieme istanze tanto contraddittorie conduca a posizioni poco realistiche e praticabili.
Tuttavia siamo convinti che la forza della tradizione culturale della sinistra italiana stia proprio in questo ponte tra due culture rivierasche che cercano di parlarsi e di tradurre i reciproci linguaggi. Ed in questa direzione, in questa funzione di cerniera, vogliamo giocare appieno il nostro ruolo politico.Neppure questo, però, è sufficiente senza una ripresa della razionalità critica.
Perché darsi per vinti proprio quando il liberismo economico, al di là degli squilli di tromba, cessa di essere forza capace di far “crescere”? Esso non è più capace di dare lavoro, redistribuisce in cerchie sempre più piccole, crea povertà, manda il pianeta in tilt e brucia e spreca risorse che appartengono anche alle generazioni future! Non è allora necessario, fuori da ogni rassegnata e mesta introiezione della sconfitta, ridare forza ad una cultura critica che sappia fissare gli occhi sullo stato delle cose esistenti senza lasciarsi abbagliare dal luccichio delle vetrine?

IL SUD COME EMBLEMA

II valore di un simile obiettivo diventa ancora più urgente al Sud, laddove ci sembra di avvertire, con sfide sempre più acute, la globale crisi che stiamo vi- vendo: qui i diritti fondamentali di cittadinanza ed il “bene comune” vengono messi in discussione quotidianamente e negati a tal punto che l’idea di “Stato”, in larghe frange della popolazione, si fa sempre più lontana ed invisa. Perché lo Stato è il padrone che toglie, il politico che propone scambi indecenti, il gendar- me che protegge benevolmente tutti i potenti, buoni o cattivi che siano: lo Stato è sempre il dominio e non è ancora i servizi, le garanzie, la giustizia, l’eguaglianza.
Qui l’impegno in termini di tutela e di difesa della solidarietà contro il cliente- lismo e la lottizzazione ha il sapore della riscossa nei confronti di un blocco di potere che ancora oggi. dopo Tangentopoli, è cementato da interessi parassitari, ricchezze di provenienza criminale, controllo ed accaparramento dei flussi di spesa pubblica.
Qui, dove la pressione della crisi ha travolto tutti gli argini, anche quelli di sinistra (i partiti ed i sindacati, si veda anche il caso del brindisino, si sono ridotti spesso ad agenzie di occupazione in una realtà dove la disoccupazione raggiunge anche il 50% della popolazione attiva), è l’idea stessa di un contratto sociale, con i suoi patti da rispettare, che ormai è consumata e la gente si “affida” al notabile di turno, sia esso il medico che mai ha fatto politica, o l’uomo forte inviato dalla provvidenza.
E’ evidente, allora, che proprio per questi rischi di concreta e già avviata degenerazione del tessuto democratico il Sud deve divenire per la sinistra un luogo emblematico della sua ricostruzione progettuale, un vero e proprio laboratorio politico del cambiamento: la vicenda della giunta Bassolino a Napoli e quella Orlando a Palermo ci danno qualche speranza per credere che non stiamo parlando di illusorie chimere.

UN IMPEGNO PER RIAPRIRE IL FUTURO

Alla fine la domanda che in molti ci poniamo è la seguente: è mai possibile coniugare bisogni e valori, radicalità di pensiero e ragionevolezza, prospettiva e concretezza, governo ed opposizione in un progetto di sinistra alternativa fortemente innovativo nella sua cultura, capace di fare i conti con la perdita di identità delle sinistre, dei suoi vecchi paradigmi come delle sue sperimentazioni storico-politiche, e, al tempo stesso, di riattualizzare la tensione verso la “società che dovrà venire”? Ci pare che sia questo il passaggio stretto per ricominciare ad avere un’idea di futuro al di là del tempo presente che ci imprigiona e ci sopravanza.

Documento costitutivo dell’Associazione Politico-Culturale
A Sinistra

Mesagne - Venerdì 17 novembre 1995, Aula Consiliare

Art. 1
“A SINISTRA” è un movimento politico di cittadini. Gli aderenti si ispirano agli ideali di libertà, democrazia e uguaglianza presenti e vissuti dalle diverse tradizioni culturali; si pongono lo scopo di contribuire a realizzare una società in cui l’esercizio della libera iniziativa nei vari campi sia effettivamente garantito a tutti in armonia con i doveri fondamentali della solidarietà e utilità sociale.
L’associazione vuole promuovere la partecipazione degli aderenti e in genere dei cittadini alla vita politica. assumendo l’orizzonte politico e culturale della critica agli assetti attuali del capitalismo e comunque di qualsiasi sistema in cui vi sia prevalenza del capitale e dei beni sui valori della persona umana; questi modelli, infatti. vanno determinando processi regressivi di esclusione delle donne e degli uomini del nostro tempo dalla fruizione di beni fondamentali e, ancor più. Dalla possibilità di determinare le grandi scelte della vita collettiva.
L’associazione vuole cercare, proporre e praticare progetti alternativi rispetto all’attuale modello di sviluppo economico-sociale fondato sull’accentramento e la finanziarizzazione della economia e sulla competitività senza limiti e senza regole di fatto. Un tale modello estende le ingiustizie e le disuguaglianze, invece di contrarle, e produce la spoliazione del Sud del mondo, lo sfruttamento del lavoro dei più deboli, l’uso sconsiderato delle risorse naturali come se fossero disponibili in quantità illimitate, un consumismo e una massificazione diffusi attraverso il controllo verticistico dell’industria culturale.
L’associazione pone a! centro del proprio impegno politico la lotta ai drammi cocenti del nostro territorio, e più in generale del Sud del nostro Paese, che ne minano lo sviluppo sociale, civile e democratico (disoccupazione e carenza di iniziative imprenditoriali, vecchie e nuove povertà, immigrazione, illegalità diffuse, corruzione nelle pubblica amministrazione, criminalità organizzata, individualismo, abulia e disimpegno dei cittadini).
A tale scopo gli aderenti, nelle realtà locali in cui risiedono, s’impegnano a promuovere iniziative concrete di testimonianza sociale, culturale, ambientale o anche politico-amministrativa, stimolando la partecipazione di associazioni, cooperative sociali, enti morali ed esperti. Il movimento nasce con l’intento di valorizzare l’intero patrimonio culturale di coloro che aspirano, nella nostra società dell’opulenza, a modelli di vita segnati da una maggiore sobrietà nei consumi, da una più forte autenticità nelle relazioni umane e da una maggiore giustizia sociale, dal riequilibrio nel rapporto uomo-natura, dalla consapevolezza della ricchezza rappresentata dalle “differenze” (a cominciare da quella di sesso), dalla affermazione dei diritti di parità per tutti gli uomini nel rispetto delle diverse culture.
L’associazione vuole agire in collegamento con tutte le forze ed espressioni politiche che si collocano nell’area democratico-progressista e di sinistra, fungendo da ponte tra le sue diverse anime col fine della più ampia unità e privilegiando il momento della ricerca e della proposta politica sia a livello locale che nazionale.
Per quanto riguarda le scelte elettorali, in conformità coi fini sociali, l’associazione si riserva di individuare di volta in volta le decisioni più opportune.

art. 2
L’associazione avrà un proprio simbolo ed ha sede legale in Brindisi, alla Via Rodi 13.
L’assemblea dei sostenitori potrà decidere in qualsiasi momento di federarsi a ogni livello con le agenzie politico-organizzative della sinistra e del movimento dei lavoratori.
Potranno crearsi comitati locali del movimento (non più di uno per città) con una propria articolazione e struttura organizzativa che ricalca quella centrale.

art. 3
Sulla base della carta degli intenti di cui all’art. 1, l’associazione sviluppa con metodo democratico e non-violento, valorizzando il contributo di ogni singolo aderente, attività sociali, culturali, politiche ed istituzionali per la salvaguardia dei diritti della persona, per il diritto ad un lavoro dignitoso, per l’emancipazione dei più deboli, in difesa della pace, per la tutela dell’ambiente, per una società senza autoritarismi, razzismi e nazionalismi.

art. 4
Organi dell’associazione sono:
a) il Presidente;
b) l’Assemblea;
e) il Gruppo di Coordinamento;
d) il Coordinatore politico.

art. 5
II Presidente dell ‘Associazione è nominato dall ‘assemblea, resta in carica per due anni e rappresenta il sodalizio a livello onorario.

art. 6
L’Assemblea è l’organo deliberativo dell’associazione, di cui stabilisce gli orientamenti e l’indirizzo politico.
L’Assemblea si riunisce, di norma, una volta ogni tre mesi e prende le sue decisioni a maggioranza semplice, cercando di privilegiare, però, le più ampie convergenze e la massima partecipazione dei singoli aderenti, scoraggiando i rapporti di forza, i colpi di mano e le decisioni prese all’ultimo momento.
Ogni socio in regola con l’iscrizione ha diritto di voto in assemblea e potrà rappresentare con delega scritta un socio assente. Le modifiche statutarie sono deliberate da una assemblea che rappresenti oltre la metà degli iscritti con una maggioranza dei 2/3, in una riunione appositamente convocata con questo punto all’o.d.g. Nella prima riunione ordinaria annuale l’assemblea approva il bilancio, il rendiconto consuntivo delle attività svolte ed il documento politico-programmatico per il nuovo anno.

art. 7
L’Assemblea è convocata dal Gruppo di Coordinamento, che porta a conoscenza di tutti gli iscritti l’ordine del giorno almeno dieci giorni prima dell’adunanza.
L’Assemblea può, inoltre, essere convocata in maniera straordinaria con richiesta motivata e sottoscritta da 1/5 degli iscritti. Allo stesso modo cinque soci possono chiedere, con documento sottoscritto, di inserire un particolare punto all’ordine del giorno della prima adunanza utile.
Solo per le assemblee straordinarie la seconda convocazione può essere indetta anche nella stessa giornata della prima, a distanza di almeno un’ora.

art. 8
L’Assemblea è aperta al contributo dei simpatizzanti, ma hanno diritto di voto solo i soci che risultano regolarmente iscritti da almeno 3 mesi. Le riunioni dell’Assemblea si terranno a turno presso le sedi dei circoli locali che assumeranno l’obbligo di curarne la parte organizzativa.

art. 9
L’Assemblea può articolare le proprie attività in “forum tematici” e gruppi di lavoro, aperti a collaborazioni esterne, che hanno lo scopo di promuovere il dibattito, lo studio approfondito dei principali fenomeni socio-politici nella nostra zona d’intervento, mettere a punto iniziative politiche e svolgere funzione consultiva per tutti gli eletti nelle Istituzioni.

art. 10
L’Assemblea elegge o reintegra, sulla base di una lista aperta, 7 membri del Gruppo di Coordinamento, che restano in carica per 2 anni. Sono inoltre membri aggiuntivi di diritto: un rappresentante per ogni Circolo locale ed il direttore del bollettino. Il G.d.C. ha compiti organizzativi e politici, assume le decisioni urgenti, nomina il direttore e la redazione del “Bollettino” dell’associazione e da esecuzione alle decisioni dell’Assemblea, che è, in ultima istanza, l’organo detentore del potere deliberativo. Non possono essere candidati nel Gruppo di Coordinamento iscritti a Partiti e chi riveste cariche amministrative. Ogni membro è rieleggibile. I1 Gruppo di Coordinamento si riunisce, di norma, settimanalmente, e le sue riunioni sono aperte a tutti gli aderenti, senza diritto di voto.

art. 11
L’Assemblea può far decadere il Gruppo di Coordinamento o uno o più dei suoi componenti con mozione di sfiducia motivata presentata da almeno 1/5 degli iscritti 10 giorni prima della riunione. La mozione va approvata a maggioranza assoluta dei presenti.

art. 12
II Gruppo di Coordinamento gestisce le risorse economiche e designa al suo interno un tesoriere che renderà conto all’Assemblea dell’utilizzo dei fondi.

art. 13
II Gruppo dì Coordinamento prepara una relazione di verifica del lavoro svolto ed un documento politico da presentare all’Assemblea per l’approvazione a fine anno come bilancio e rendiconto consuntivo delle attività realizzate e piano programmatico per l’anno successivo.

art. 14
II Coordinatore eletto nel Gruppo di Coordinamento è il rappresentante legale e politico dell’Associazione ed è depositario del simbolo. Egli funge da responsabile per tutte le finalità previste dalle normative vigenti e dalla prassi politica. Convoca le riunioni del G.d.C. ed assume, in conformità agli orientamenti del movimento, tutte quelle decisioni per cui non è possibile convocare in tempo utile nessun organismo deliberante.

art. 15
L’adesione all’associazione è individuale e dovrà essere confermata ogni anno sulla base del documento di programma. Gli aderenti, nel pieno rispetto e riconoscimento del diritto di dissenso, accettano di rispettare le decisioni assunte democraticamente dall’assemblea. Con appositi regolamenti saranno stabiliti le modalità di ammissione all’associazione.

art. 16
Per quanto riguarda l’uso del simbolo nelle elezioni, i comitati locali, formulata la richiesta argomentata all’assemblea, demandano la decisone finale a questo organismo.

art. 17
Gli eletti nelle assemblee rappresentative, pur operando in piena autonomia, nel rispetto dei principi costituzionali, si impegnano a tener conto, nel corso del loro operato, degli orientamenti e delle proposte del movimento.
Sarà loro compito ricercare un continuo confronto con tutti gli organismi interni.

art. 18
Il movimento, in tutte le sue attività e in tutti i suoi organismi, promuove la parità tra uomini e donne.

art. 19
E’ istituito un “Bollettino” di informazione politica, strutturato come laboratorio di discussione sia all’interno del movimento che con tutte le altre forze della sinistra, ma senza trascurare l’obiettivo di farlo diventare un ponte tra la cittadinanza e l’associazione. Il Bollettino avrà cadenza bimestrale.

Regolamento di adesione

art. 1
Le adesioni all’associazione sono individuali.

art. 2
Le adesioni sono annuali e possono essere sottoscritte nell’intero arco dell’anno.

art. 3
Le nuove adesioni sono sospese nei 3 mesi precedenti alle scadenze elettorali.

art. 4
L’adesioni; di chi in passato ha ricoperto incarichi di responsabilità in partiti o movimenti nazionali sarà valutata dal Gruppo di Coordinamento; quest’ultimo avrà l’obbligo di esprimersi entro 15 giorni dalla richiesta avanzata.

art. 5
La quota di iscrizione sarà stabilita nella prima riunione annuale del Gruppo di Coordinamento.

art. 6
I soci che dovessero essere responsabili di gravi scorrettezze sia morali che politiche potranno essere sospesi, ed eventualmente espulsi, con decisione motivata ed argomentata assunta dal Gruppo di Coordinamento, dopo una breve istruttoria condotta dal Presidente dell’associazione.

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