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	<title>A Sinistra - Movimento Politico Antiliberista &#187; Dall&#8217;Italia</title>
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	<description>Movimento Politico Antiliberista di Mesagne, Brindisi, Latiano e San Pancrazio</description>
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		<title>I &#8220;terroni&#8221; della responsabilità e del riscatto</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 14:44:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dall'Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Una lettura critica del libro di Pino Aprile “Terroni” ad opera di Michele Di Schiena.
 
I “terroni” della responsabilità e del riscatto
«Fimmene, fimmene, ca sciati allu tabaccu/ci nde sciati doi, nde turnati quattrhu»: questi versi che venivano canticchiati nelle nostre campagne alludevano alle soggezioni e alle violenze sessuali (“quattrhu” nel senso che tornavano incinte) subite dalle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2010/08/terroni.jpg" rel="lightbox[1291]"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1292" title="Terroni" src="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2010/08/terroni-150x150.jpg" alt="Terroni" width="150" height="150" /></a>Una lettura critica del libro di Pino Aprile “Terroni” ad opera di <strong>Michele Di Schiena</strong>.<span id="more-1291"></span></p>
<p style="margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: center;" align="center"><strong><span style="font-size: 13,5pt;"> </span></strong></p>
<p style="margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: center;" align="center"><strong><span style="font-size: 13,5pt;">I “terroni” della responsabilità e del riscatto</span></strong></p>
<p style="margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; text-indent: 35,45pt;"><em>«Fimmene, fimmene, ca sciati allu tabaccu/ci nde sciati doi, nde turnati quattrhu»</em>: questi versi che venivano canticchiati nelle nostre campagne alludevano alle soggezioni e alle violenze sessuali (<em>“quattrhu”</em> nel senso che tornavano incinte) subite dalle lavoratrici del tabacco. Un&#8217;amara ed antica nenia che, con accenti talvolta di ammiccante maschilismo, emblematicamente evocava lo stato di sfruttamento e di arbitrio che per secoli ha malinconicamente segnato nel Meridione il lavoro femminile nei campi e, più in generale, il lavoro del bracciantato agricolo. Innumerevoli schiere di lavoratori alla mercé prima di signorotti e feudatari e poi, col mutare dei tempi, di latifondisti, di caporali e di mafiosi. La mafia nasce infatti proprio come sfruttamento del lavoro contadino e solo successivamente estende il suo dominio su commercianti e altra povera gente diventando infine una nefasta ed articolata organizzazione imprenditoriale. Per non parlare poi dei clientelismi, degli abusi di potere, delle corruzioni che sono state per secoli una dolorosa piaga del Sud.</p>
<p style="margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; text-indent: 35,45pt;">Va detto allora a Pino Aprile, autore del libro <em>“Terroni”</em> oggetto di un illuminante editoriale del direttore di questo giornale, che appare monca e può risultare deviante una ricostruzione dei “mali” del Sud non sorretta da un&#8217;attenta analisi dei fattori socio-economici che li hanno determinati. Così come va ricordato che nelle nostre contrade c&#8217;erano già, in posizione spesso di preminenza e di dominio, prevaricatori e malfattori quando giunsero i garibaldini e i “piemontesi”. Ci fu invero nel Sud una sofferta rivoluzione col doloroso strascico, come avviene in tutte le rivoluzioni, di episodi di guerra civile tra i sostenitori della vecchia e della nuova legalità. Resta il fatto che la realizzazione dello Stato unitario, nonostante le delusioni provocate dai tanti “gattopardismi”, è stata un evento decisamente positivo per il Meridione e per l&#8217;intero Paese sicché leggerlo, all&#8217;opposto, come un disastro significa non tener conto della realtà, dimenticare il passato e rinunciare a costruire un futuro migliore.</p>
<p style="margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; text-indent: 35,45pt;">Ma cosa è il Meridione a dispetto degli errori commessi e dei torti subiti? Una civiltà fatta di tante civiltà: autoctone, mediorientali, afro-mediterrane, greca, latina. Una cultura “multiculturale” senza chiusure e senza contrapposizioni, frutto di una molteplicità di tradizioni, esperienze, sensibilità ed idee; il “precipitato storico” di una feconda miscela di lingue, costumi, arti, memorie, speranze e progetti diversi. Una cultura perciò del dialogo, del confronto, dell&#8217;incontro, della tolleranza, dell&#8217;accoglienza e della solidarietà. Un Sud d&#8217;Italia che proprio per questo, come diceva il vescovo pugliese don Tonino Bello, <em>«rifiuta di assolvere al ruolo di icona della subalternità per tutti i Sud della Terra ma vuole presentarsi alla ribalta mondiale come icona di riscatto dalle antiche schiavitù».</em> Ha ragione allora il direttore Scamardella quando afferma che il libro di Aprile, nonostante i suoi eccessi e la sua retorica antinordista, può ridare voce a un Sud fin troppo rassegnato e silente. Una voce che non deve però scimmiottare quella della Lega nei suoi settarismi e nelle sue rozzezze e che, con la forza riveniente dai tesori della civiltà meridionale, deve far capire a tutti che gli interessi del Sud coincidono con quelli dell&#8217;intero Paese.</p>
<p style="margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; text-indent: 35,45pt;">Siamo stati noi italiani capaci di trasformare un gruppo di pastori facili alle risse fratricide, delle quali resta traccia nel mito di Romolo e Remo, in un popolo che ha insegnato al mondo il diritto e ha dato vita alla più grande organizzazione statale dell’antichità. Quando si avvicinava la fine dell’impero romano abbiamo saputo assicurare un futuro di “eternità” alla sua capitale facendo in modo che sul Colle Vaticano avvenisse il fecondo connubio tra la vocazione profetica e la dimensione istituzionale della nuova religione. Nel Medio Evo abbiamo saputo reagire alle soggezioni feudali con la fioritura della civiltà dei Comuni. Abbiamo quindi dato all&#8217;umanità un inestimabile contributo di arte e di cultura e siamo riusciti con il Risorgimento a superare le nostre tante divisioni. A distanza di alcuni decenni ci siamo riscattati dalla dittatura fascista ed abbiamo conquistato la democrazia. Dopo il “miracolo economico” ed una stagione di importanti conquiste civili e sociali, ci dibattiamo ora in una crisi che negli ultimi tempi è diventata davvero drammatica. Ma la storia ci dice che l’<em>«itala gente dalle molte vite»</em> può farcela ancora una volta.</p>
<p style="margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; text-indent: 35,45pt;">Per il Sud il nemico da battere non è il Nord che non esiste peraltro come etnia distinta dal resto del Paese e che viene anch’esso da una dura storia di dominazioni e di sfruttamenti. E non lo è neppure la Lega di Bossi, un partito pervaso da miopi rivendicazioni territoriali ed attraversato da ciniche inclinazioni xenofobe; un confuso movimento pericoloso ma senza futuro, pieno di ex meridionali che per deprecabili complessi giocano a fare gli ipernordisti. Il vero nemico del Meridione è quella politica che negli ultimi decenni si è allontanata sempre di più dagli ideali del primo Risorgimento che costruì l’indipendenza e l’unità del Paese e dai valori del secondo Risorgimento che con la Liberazione ci ha consegnato una delle più avanzate costituzioni del mondo. Questi ideali e questi valori vanno oggi ritrovati e rilanciati non solo perché l&#8217;Italia si riconosca <em>«una d&#8217;arme di lingua, d&#8217;altare/di memorie, di sangue e di cor» </em>ma si presenti anche a se stessa e al mondo come una “grande potenza” di giustizia, di solidarietà e di pace.</p>
<p style="margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: justify; text-indent: 35,45pt;">Brindisi, 18 agosto 2010</p>
<p style="margin-right: 0cm; margin-bottom: 6pt; margin-left: 0cm; text-align: center;" align="center"><strong><span style="font-size: 11pt;">Michele DI SCHIENA</span></strong></p>
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		<title>La candidatura a Premier di Vendola ed il centro-sinistra</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 12:41:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dall'Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[La decisione di Vendola di candidarsi a premier è stata accolta con grande entusiasmo dai suoi sostenitori ma ha provocato, oltre alle scontate reazioni del fronte avverso, critiche e riserve nel centro-sinistra anche per i tempi e i modi prescelti. Non vi è dubbio che il popolo del centro-sinistra ha bisogno di forti sentimenti, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2010/04/nichi-vendola.jpg" rel="lightbox[1277]"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1248" style="margin-left: 4px; margin-right: 4px;" title="Nichi Vendola" src="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2010/04/nichi-vendola-150x150.jpg" alt="Nichi Vendola" width="150" height="150" /></a>La decisione di Vendola di candidarsi a premier è stata accolta con grande entusiasmo dai suoi sostenitori ma ha provocato, oltre alle scontate reazioni del fronte avverso, critiche e riserve nel centro-sinistra anche per i tempi e i modi prescelti. Non vi è dubbio che il popolo del centro-sinistra ha bisogno di forti sentimenti, di nuove idee e di grandi speranze. Di seguito articolo di <strong>Michele Di Schiena</strong><span id="more-1277"></span></p>
<p align="center"><strong>La candidatura a Premier di Vendola ed il centro-sinistra</strong></p>
<p>La decisione di Vendola di candidarsi a premier è stata accolta con grande entusiasmo dai suoi sostenitori ma ha provocato, oltre alle scontate reazioni del fronte avverso, critiche e riserve nel centro-sinistra anche per i tempi e i modi prescelti. Non vi è dubbio che il popolo del centro-sinistra ha bisogno di forti sentimenti, di nuove idee e di grandi speranze. C’è invero nell’area progressista, e non solo in essa, una vera e propria fame di sentimenti e cioè di quei moti dell’animo che da tempo sono stati messi in disparte nell’arido e rissoso scenario della politica nostrana: sentimenti di fiducia nel valore della giustizia, di ottimismo sulle possibilità di riscatto morale contro tutte le corruzioni e tutte le ruberie, di impegno operoso per il superamento delle tante forme di marginalità e di discriminazione, di lotta contro ogni violenza ed ogni sopraffazione. Sentimenti che possono dare alla politica una dimensione, per così dire, spirituale, pervasa cioè da quelle elevate emozioni dell’intelligenza che sono state suggestivamente definite <em>«la punta dell’anima».</em></p>
<p>Senza queste passioni non si possono produrre idee capaci di inaugurare una stagione davvero nuova della politica con il superamento della cultura neo-liberista dominante e di quel berlusconismo che di questa cultura è in Italia la sgangherata ed affaristica versione. Idee nuove perché i tempi sono cambiati ed i vecchi schemi ideologici vanno perciò sostituiti da aggiornate categorie politiche che abbiano pur sempre la loro matrice nei grandi valori di quella Costituzione che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona umana e la partecipazione dei lavoratori alla vita pubblica del Paese. Un compito da assolvere creando le condizioni per rendere effettivo il diritto al lavoro, tutelando la salute come <em>«diritto fondamentale»</em>, realizzando un sistema tributario improntato a criteri di progressività e ripudiando la guerra con una politica estera rivolta a fare del nostro Paese una “grande potenza di pace”. Forti sentimenti ed idee nuove che possono aprire la strada alla speranza di ritrovare lo spirito del popolo della Liberazione, e cioè <em>«il sogno» &#8211; </em>come diceva il grande giurista Calamandrei in un discorso all’Assemblea costituente - <em>«di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini alleati per debellare il dolore».</em></p>
<p>Di queste sensibilità si è reso interprete in ampie aree sociali Nichi Vendola che ha vinto per due volte le primarie del centro-sinistra e le elezioni alla Presidenza della Regione Puglia. Egli oggi si propone, per essere precisi, non come candidato premier del centro-sinistra, ma come concorrente nelle elezioni primarie che dovrebbero esprimere il candidato di tale area alla guida del governo. A fronte di questa scesa in alcuni ambienti del Partito Democratico e, più in generale del centro-sinistra, si reagisce con toni indispettiti o addirittura, come ha fatto l’on.le Francesco Boccia, affermando categoricamente che <em>«la guida di un nuovo centro-sinistra non potrà che essere affidata a Pierluigi Bersani»</em>con l’esclusione quindi, par di capire, di qualsiasi ricorso alle elezioni primarie. Si potrebbero così profilare nuove tensioni e lunghe diatribe in un centro-sinistra che, mai come in questo momento, ha il vitale bisogno di ritrovare la necessaria coesione con l’esercizio da parte di tutti del massimo senso di responsabilità.</p>
<p>Vanno allora tenute presenti alcune semplici ma imprescindibili considerazioni: l’emergenza politica che il nostro Paese sta vivendo per le rovinose scelte di questo governo che potrebbero dar luogo ad una crisi con il varo di un Esecutivo di transizione guidato da una personalità “super partes” o di indiscusso prestigio istituzionale; l’esigenza che sulle questioni che possono intaccare i diritti di libertà e le garanzie democratiche venga ricercata la massima convergenza tra tutte le forze di opposizione e le aree più avvertite della stessa maggioranza; la necessità che le forze politiche di centro-sinistra svolgano una ferma ed incalzante opposizione a questo governo evitando reciproche demonizzazioni o censure e nel contempo si mettano al lavoro in vista delle elezioni politiche (anticipate o alla naturale scadenza) per la costruzione, sulla base di alcuni precisi punti programmatici, di una coalizione di netta alternativa al berlusconismo; il rilievo che la costruzione di tale schieramento è una condizione indispensabile per la scelta del candidato premier attraverso lo strumento delle primarie di coalizione. Ed ancora: il dovere di tutte le componenti del centro-sinistra di adoperarsi per dar vita ad uno schieramento unitario mettendo al bando ogni irresponsabile tentazione sia di ipotizzare candidature di frattura come risposta ad orientamenti non condivisi e sia di impedire, contro ogni buon senso, lo svolgimento di elezioni primarie affidando così agli elettori del centro-sinistra la scelta del loro candidato; il dovere degli aspiranti premier e delle dirigenze dei partiti progressisti di aprirsi alla diffusa domanda di partecipazione democratica.</p>
<p>Quanto al ruolo del Presidente Vendola ha pienamente ragione chi afferma che il suo successo sul piano nazionale dipenderà, innanzitutto, dai risultati ottenuti nell’azione di governo in Puglia: un dovere, quello di spendersi in favore della nostra Regione, che il governatore vorrà certo assolvere con il massimo impegno per corrispondere alle attese dei cittadini pugliesi.</p>
<p>Brindisi, 21 luglio 2010</p>
<p align="center"><strong>Michele Di Schiena</strong></p>
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		<title>Il messaggio di Pomigliano e la necessaria unità sindacale</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 08:58:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dall'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[amministratore delegato della fiat]]></category>
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		<description><![CDATA[Il referendum di Pomigliano ha dato un responso di grande avvedutezza e di apprezzabile lungimiranza, quasi che una lucida e accorta regia ne avesse predeterminato l’esito opportunamente dosando l’entità degli assensi e dei dissensi con l’intento, da una parte, di impedire che venissero dati alla Fiat e indirettamente al Governo pretesti per drammatizzanti fughe dalle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il referendum di Pomigliano ha dato un responso di grande avvedutezza e di apprezzabile lungimiranza, quasi che una lucida e accorta regia ne avesse predeterminato l’esito opportunamente dosando l’entità degli assensi e dei dissensi con l’intento, da una parte, di impedire che venissero dati alla Fiat e indirettamente al Governo pretesti per drammatizzanti fughe dalle loro responsabilità e, dall’altra, di sottolineare quanto sia impraticabile la progettata svolta epocale con la definitiva mortificazione del movimento dei lavoratori.  Di seguito intervento di <strong>Michele Di Schiena</strong>.<span id="more-1261"></span></p>
<p align="center"><strong>Il messaggio di Pomigliano e la necessaria unità sindacale</strong></p>
<p>Fino a qualche tempo addietro si è fatto un gran parlare della svolta alla Fiat di Pomigliano: una occasione che i profeti nostrani dell’iperliberismo, in perfetta sintonia col governo Berlusconi, volevano cogliere per operare una decisiva svolta nelle relazioni industriali con l’affermazione dell’assoluta supremazia di poteri economico-imprenditoriali forti ormai definitivamente liberati da ogni normativa regolatrice e da ogni rapporto dialettico con le maestranze organizzate. Il referendum sotto la minaccia della perdita del posto di lavoro doveva essere lo strumento di questo radicale cambiamento che avrebbe dovuto segnare il passaggio dai tempi delle pastoie sindacali ad una nuova era, a quel <em>«dopo Cristo» </em>di cui parlava l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne: ad una stagione cioè caratterizzata da un forte indebolimento di diritti fondamentali costituzionalmente tutelati in materia di sciopero, di malattia e di altre garanzie.</p>
<p>La Fiat, il Governo e i tanti sostenitori di un preteso realismo e di una pretesa razionalità volevano a tutti i costi non solo la netta vittoria dell’assunto aziendale, in realtà ampiamente scontata nelle condizioni date, ma anche e soprattutto un vero e proprio plebiscito con la pesante umiliazione delle posizioni di dissenso. Un trionfo insomma della proposta datoriale in grado di provocare una sorta di “effetto domino” sulle più importanti fabbriche operanti nel territorio nazionale. Doveva quindi trattarsi di un risultato che, trenta anni dopo la marcia dei quarantamila “quadri” di Torino, portasse a compimento l’operazione restauratrice da quello storico evento in qualche modo avviata.</p>
<p>Ma tale aspettativa è stata fortemente delusa nonostante la massiccia campagna persuasiva a favore del “sì” perché il quasi unanime consenso non c’è stato e l’esito del referendum ha invece dimostrato che il movimento dei lavoratori è a Pomigliano vivo e vegeto e che, se lo è in quella difficilissima situazione, è ragionevole ritenere lo sia non meno negli altri complessi industriali del Paese. Un movimento quindi in grado di lottare per impedire l’eliminazione o lo svuotamento di importanti istituti posti a presidio dei diritti dei lavoratori e di opporsi al tentativo del Governo di servirsi delle situazioni di crisi per demolire la Costituzione a partire dall’attacco al titolo III della prima parte dello Statuto, quello relativo ai “rapporti economici”, che delinea i caratteri di una economia certamente libera ma non insensibile alle esigenze del bene comune. Un attacco che prende specialmente di mira proprio quell’art. 41 della nostra Carta che il Ministro Tremonti vorrebbe riformare nella parte in cui afferma che l’iniziativa economica privata, pur essendo appunto libera, <em>«non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»</em> e va <em>«indirizzata e coordinata a fini sociali».</em></p>
<p>Il referendum di Pomigliano ha dato invero un responso di grande avvedutezza e di apprezzabile lungimiranza, quasi che una lucida e accorta regia ne avesse predeterminato l’esito opportunamente dosando l’entità degli assensi e dei dissensi con l’intento, da una parte, di impedire che venissero dati alla Fiat e indirettamente al Governo pretesti per drammatizzanti fughe dalle loro responsabilità e, dall’altra, di sottolineare quanto sia impraticabile la progettata svolta epocale con la definitiva mortificazione del movimento dei lavoratori. Il successo dei “sì”, nettamente inferiore alle attese datoriali, ed il 36% dei “no”, indubbiamente sorprendente tenuto conto della situazione in cui si è svolto il voto, si accreditano come espressione di una maturità collettiva, frutto di una felice sintesi tra senso di responsabilità e dignitosa fermezza, che dovrebbe indurre a più miti consigli quanti vagheggiano riforme regressive sul versante dell’economia e su quello delle garanzie costituzionali: l’uno e l’altro, come ha messo in luce la vicenda di Pomigliano, strettamente tra loro legati. Ed è forse proprio per questo che il caso di Pomigliano, accompagnato all’inizio da tanto clamore, è stato, dopo l’esito della consultazione, progressivamente sottratto all’attenzione generale. Un esito che va invece tenuto da tutti nel debito conto. Un importante messaggio di saggezza operaia che implicitamente invita anche le forze sindacali a riflettere sulla esigenza di ritrovare, accantonando rivalità ed eccessi, la necessaria unità in un momento difficile, e in molti casi drammatico, per le condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie.</p>
<p>Brindisi, 15 luglio 2010</p>
<p align="center"><strong>Michele Di Schiena</strong></p>
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		<title>Un Primo Maggio con i problemi della disoccupazione e dell&#8217;Ateneo Salentino</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 07:50:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dall'Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il primo maggio è indubbiamente un giorno di festa perché il lavoro è il valore fondante della nostra Repubblica, un diritto-dovere di tutti i cittadini, uno strumento privilegiato di emancipazione sociale ed anche, per la più avvertita coscienza cristiana, un mezzo di elevazione spirituale e persino di santificazione personale. Di seguito articolo di Michele Di Schiena.
Un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2010/05/sciopero-generale-211005.JPG" rel="lightbox[1257]"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1258" title="Sciopero Generale" src="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2010/05/sciopero-generale-211005-150x150.jpg" alt="Sciopero Generale" width="150" height="150" /></a>Il primo maggio è indubbiamente un giorno di festa perché il lavoro è il valore fondante della nostra Repubblica, un diritto-dovere di tutti i cittadini, uno strumento privilegiato di emancipazione sociale ed anche, per la più avvertita coscienza cristiana, un mezzo di elevazione spirituale e persino di santificazione personale. Di seguito articolo di <strong>Michele Di Schiena.</strong><span id="more-1257"></span></p>
<p align="center"><strong>Un Primo Maggio con i problemi della disoccupazione e dell’Ateneo Salentino</strong></p>
<p>Il primo maggio è indubbiamente un giorno di festa perché il lavoro è il valore fondante della nostra Repubblica, un diritto-dovere di tutti i cittadini, uno strumento privilegiato di emancipazione sociale ed anche, per la più avvertita coscienza cristiana, un mezzo di elevazione spirituale e persino di santificazione personale. Ma il primo maggio deve essere anche e soprattutto una giornata di riflessione sulla privazione del lavoro in danno di tanti cittadini e di tante famiglie e sul lavoro precarizzato, mal retribuito, ricattato, colposamente esposto a pericoli, umiliato ed offeso. Una riflessione che si deve tradurre nell’ impegno di civiltà rivolto a fare del lavoro e della sua dignità un punto fondamentale di riferimento per ogni progetto di progresso civile sia sul versante sociale che su quello propriamente politico.</p>
<p>Dobbiamo allora amaramente rilevare che la ricorrenza del primo maggio cade quest’anno in un momento in cui la disoccupazione cresce sensibilmente nel Mezzogiorno ed in Puglia con punte allarmanti che fanno registrare un record negativo di oltre il 16 per cento nel nostro Salento. Né possiamo sottacere il fatto che da noi in questi giorni la cultura, la ricerca ed il diritto allo studio (un diritto che per scelta costituzionale la Repubblica dovrebbe rendere <em>«effettivo»</em>) rischiano di essere mortificati dalle difficoltà economiche in cui è venuto a trovarsi l’Ateneo salentino a seguito del taglio del 10 per cento dei finanziamenti statali. Una ingiustizia questa che deve essere denunciata anche come un colpo inferto al lavoro dal momento che non ci può essere vera dignità del lavoro se non c’è vera democrazia e non è immaginabile una vera democrazia senza un impegno pubblico decisamente e fortemente teso a promuovere l’istruzione a tutti i livelli come strumento indispensabile di cultura e di progresso. «<em>Negli ordinamenti democratici</em> – scriveva in proposito il grande giurista Pietro Calamandrei – <em>la scuola ha un valore non solo politico ma si potrebbe dire costituzionale</em>:<em> i meccanismi della Costituzione democratica sono costruiti infatti per essere adoprati non dal gregge dei sudditi inerti ma dal popolo dei cittadini responsabili; e trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere»</em>.</p>
<p>Ne discende che i tagli dei finanziamenti in danno dell’Università e l’aumento della disoccupazione in Puglia e nel Salento sono problemi legati tra loro non solo per le reciproche influenze negative ma anche perché sono la conseguenza di una politica più attenta alle questioni riguardanti la gestione del potere che a quelle concernenti i diritti essenziali delle persone ed i diritti vitali della comunità. Una politica che ha rinunciato ad affrontare seriamente le tragiche conseguenze della grave crisi economica con misure rivolte a sostenere i consumi venendo incontro alle esigenze delle fasce sociali più deboli e che sull’altare di un federalismo fiscale i cui costi restano un mistero rischia di penalizzare ulteriormente il Mezzogiorno e di impoverire ancor di più le casse dello Stato.</p>
<p>Sia allora questo primo maggio una giornata capace di dare incoraggiamento e sostegno a quanti sono impegnati a combattere le iniquità, gli squilibri e le emarginazioni che dolorosamente segnano la vita del Mezzogiorno e del nostro Salento. Un primo maggio quindi che non si consumi nella spensieratezza vacanziera di un giorno ma sia una giornata che si carica di consapevolezza, di vigilanza e di impegno concreto. Un primo maggio che sia ciò che è stato per decenni nella coscienza e nel cuore di milioni di uomini: la celebrazione del lavoro, la lotta per il suo riscatto e per il riconoscimento dei suoi diritti, il messaggio riformatore di una giornata che rifiuta il lavoro servile (nelle vecchie e nelle nuove forme) e che perciò si pone in vitale collegamento con il 25 aprile assumendone gli espliciti ed impliciti contenuti sociali, la memoria di un sofferto passato di ingiustizie e di asservimenti che non dovrà più tornare e la speranza in un mondo migliore che i realismi ed i pragmatismi di tutte le tinte non possono spegnere.</p>
<p>Brindisi, 29 aprile 2010</p>
<p align="center"><strong>MICHELE DI SCHIENA</strong></p>
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		<title>Un ipotizzato braccio di ferro fra Vendola ed i partiti</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 14:00:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Col seguente articolo Michele Di Schiena, pubblicato da “il Quotidiano”, replica alle accuse a Vendola di leader populista e plebiscitario. Ricordando come proprio 5 anni seguendo rigidamente le indicazioni dei partiti si è trovato coinvolto, suo malgrado, nelle vicende della sanità pugliese.
Un ipotizzato braccio di ferro fra Vendola ed i partiti 
Sono ovviamente rispettabili tutte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2010/04/nichi-vendola.jpg" rel="lightbox[1247]"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1248" title="Nichi Vendola" src="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2010/04/nichi-vendola-150x150.jpg" alt="Nichi Vendola" width="142" height="142" /></a>Col seguente articolo Michele Di Schiena, pubblicato da “il Quotidiano”, replica alle accuse a Vendola di leader populista e plebiscitario. Ricordando come proprio 5 anni seguendo rigidamente le indicazioni dei partiti si è trovato coinvolto, suo malgrado, nelle vicende della sanità pugliese.<span id="more-1247"></span></p>
<p align="center"><strong>Un ipotizzato braccio di ferro fra Vendola ed i partiti </strong></p>
<p>Sono ovviamente rispettabili tutte le opinioni sulla politica e sulle scelte di Nichi Vendola ma i fatti sono “argomenti testardi” e non si può perciò fare a meno di tenerli nel debito conto. Il prof. Egidio Zacheo, che prima delle elezioni regionali si era su questo giornale espresso contro la conferma di Vendola a candidato presidente, oggi attribuisce al governatore l’intenzione di emarginare le forze politiche <em>«…con la resa al partito del leader carismatico, con un progressivo populismo e plebiscitarismo che debilitano il ruolo dei soggetti della mediazione (partiti, consiglio, commissioni)…»</em>. Un’accusa forte che sembra invero priva di qualsiasi persuasiva giustificazione se è vero come è vero che nel passato quinquennio Vendola ha tenuto conto, eccome, del peso dei partiti e ne è stato anche in qualche caso condizionato subendo scelte sbagliate (questo semmai gli si potrebbe rimproverare) con gli effetti rovinosi che sono sotto gli occhi di tutti. Effetti che avrebbero potuto portare il centro-sinistra ad una disastrosa sconfitta se la credibilità del presidente (la popolarità ne è una diretta conseguenza) e l’apprezzato lavoro di tanti collaboratori istituzionali e di tanti responsabili politici non avessero scongiurato il paventato evento.</p>
<p>L’esperienza di questi anni non accredita quindi la apodittica censura del prof. Zacheo alla cui attenzione di acuto osservatore politico non può certo sfuggire la considerazione che quando Vendola parla, come ha fatto all’indomani del clamoroso successo elettorale, di partiti <em>«fuggiti» </em>dalle loro responsabilità e diventati <em>«ossi di seppia»</em> non pensa certo ad una inimmaginabile democrazia senza partiti ma vuole solo amaramente segnalare la gravità della crisi in cui si dibattono le forze politiche. Una situazione di grave difficoltà che può esporre a rischio le nostre istituzioni e che induce il riconfermato Presidente, come ogni altro democratico preoccupato per il futuro del paese, ad avvertire l’esigenza di por mano al <em>«necessario</em><em>risanamento»</em>, auspicato dallo stesso prof. Zacheo, per far recuperare ai partiti il ruolo di strumenti posti dalla Costituzione al servizio dei cittadini in modo da consentire ad essi di esercitare il <em>«</em>…<em>diritto</em> <em>di associarsi liberamente per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale»</em>.</p>
<p><em>«Assecondare la deriva nazionale verso un leaderismo scheletrico e assoluto o fare della Puglia l’esempio virtuoso di una articolata democrazia rappresentativa»</em>: è questa l’alternativa prospettata dal prof. Zacheo partendo dalla persuasione che Vendola sia un’incarnazione del leaderismo, un soggetto quindi che il Consiglio Regionale dovrebbe fronteggiare ricorrendo, se necessario, ad un vero e proprio braccio di ferro. Un assunto davvero sorprendente. Ma chi lo ha detto che Vendola ha una spiccata tendenza al leaderismo? E perché mai il Consiglio dovrebbe ingaggiare con lui una prova di forza per ridurlo a miti consigli? Non è forse vero che la democrazia, a tutti i livelli, è veramente rappresentativa nella misura in cui è anche ed essenzialmente partecipativa? Le “fabbriche” vendoliane e le altre esperienze pugliesi di partecipazione democratica non sono impegni ai quali la politica dovrebbe guardare con lungimirante fiducia? E gli argini da porre, secondo Zacheo, alle <em>«…satrapie regionali e locali</em>” non vanno anche estesi ai poteri dei tanti <em>ras</em> che dalle direzioni nazionali dei partiti esercitano vere e proprie signorie sulle rispettive realtà periferiche? Costoro infatti non solo nominano i parlamentari di proprio gradimento in forza di una pessima legge elettorale i cui effetti perversi potrebbero essere in qualche modo circoscritti dal ricorso a correttivi interni di selezione democratica ma pretendono anche, in molti casi, di scegliere i candidati alla guida di governi regionali e locali senza il conforto di alcuna consultazione democratica di base.</p>
<p>E’ vero che il modello leghista e gli eccessi di federalismo sono il segno di uno smarrimento culturale e politico come lo sono anche e specialmente il berlusconismo e tutto ciò che gli somiglia. Ma questo è un altro discorso che non va fatto contro Vendola ma con lui e con tutti coloro che credono nella democrazia e nella partecipazione. Una crisi questa che dovrebbe indurre i partiti ad avviare, rinnovando se stessi, una profonda rigenerazione della politica che non può non passare attraverso una vera e propria rivoluzione etica da operare all’insegna dei grandi valori costituzionali e al servizio della forza liberante e trasformatrice che da essi promana. Questo è ciò di cui ha davvero bisogno il Paese e la Puglia. Il resto, come certe proposte sull’assegnazione delle presidenze delle commissioni consiliari di controllo e su talune modifiche da apportare allo statuto regionale, è materia di ordinario confronto democratico che non è giusto brandire come un oggetto contundente contro alcuno e meno che mai contro qualche valido compagno di viaggio scambiato per un insidioso avversario politico.</p>
<p>Brindisi, 22 aprile 2010</p>
<p align="center"><strong>Michele DI SCHIENA</strong></p>
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		<title>Alla Regione 70 Consiglieri: lo dice la legge, lo consiglia la sensibilità politica</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 08:42:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il Consiglio Regionale pugliese dovrà essere costituito da 70 o da 78 componenti? Si tratta di un problema tecnico che va risolto con il ricorso ad una attenta interpretazione della normativa in materia. Di seguito intervento del magistrato Michele Di Schiena.
Alla Regione 70 Consiglieri: lo dice la legge, lo consiglia la sensibilità politica
Il Consiglio Regionale pugliese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" title="Consiglio Regionale della Puglia" src="http://quotidianofoggia.files.wordpress.com/2009/07/regione-puglia-esterno.jpg" alt="" width="192" height="130" />Il Consiglio Regionale pugliese dovrà essere costituito da 70 o da 78 componenti? Si tratta di un problema tecnico che va risolto con il ricorso ad una attenta interpretazione della normativa in materia. Di seguito intervento del magistrato <strong>Michele Di Schiena</strong><strong>.</strong><span id="more-1242"></span></p>
<p align="center"><strong>Alla Regione 70 Consiglieri: lo dice la legge, lo consiglia la sensibilità politica</strong></p>
<p>Il Consiglio Regionale pugliese dovrà essere costituito da 70 o da 78 componenti? Si tratta di un problema tecnico che va risolto con il ricorso ad una attenta interpretazione della normativa in materia dal momento che lo Statuto regionale, approvato con legge della Regione n. 7 del 2004, e la legge elettorale regionale n. 2 del 2005 parlano di 70 consiglieri mentre secondo le leggi statali in materia (la n. 108/68 e la n. 43 del 1995), qualora le formazioni politiche collegate al Presidente ottengano un numero di eletti inferiore al 60 per cento di quelli previsti per l’intero Consiglio, occorrerebbe operare in loro favore una attribuzione aggiuntiva di seggi (il cosiddetto premio di governabilità) in modo tale da raggiungere la maggioranza del 60 per cento.</p>
<p>Nel pieno rispetto degli autorevoli ed interessanti pareri sull’argomento espressi, è opinione di chi scrive che una corretta interpretazione della normativa in questione induce a ritenere che l’organo rappresentativo della collettività regionale pugliese debba essere composto da 70 e non da 78 consiglieri. Conclusione questa  suggerita da alcune precise e non eludibili considerazioni. Intanto, quella per la quale il numero di 70 consiglieri è previsto dallo Statuto regionale, un atto giuridico e politico concepito dalla Costituzione (specialmente dopo le modifiche apportate  dalla legge costituzionale n. 1 del novembre 1999 che ha ampliato il potere di autorganizzazione delle regioni) come una sorta di “costituzione regionale”, in quanto approvato con un procedimento simile a quello previsto dall’art. 138  della nostra Carta fondamentale per le leggi di revisione costituzionale: due deliberazioni successive del Consiglio regionale, a distanza non minore di due mesi prese a maggioranza assoluta dei componenti nonché la possibilità di sottoporre lo Statuto a referendum costituzionale quando, entro tre mesi dalla pubblicazione, ne facciano richiesta un cinquantesimo degli elettori regionali o un quinto dei componenti del Consiglio. Si tratta di un compendio di disposizioni di valore primario che non può essere messo in discussione se non entro gli stretti e rigorosi limiti previsti dalla Costituzione: questione di legittimità costituzionale promossa dal Governo dinanzi alla Corte Costituzionale entro 30 giorni  dalla pubblicazione dello Statuto ed il già citato referendum popolare.</p>
<p>La Legge regionale del 2005 stabilisce anch’essa, all’art. 3, che <em>«il Consiglio regionale è composto da 70 membri, compreso il Presidente eletto …».</em> E’ stato al riguardo osservato, a sostegno della tesi favorevole all’aumento del numero dei consiglieri, che la stessa legge regionale al 2° comma dell’art. 1 richiama le due menzionate leggi statali la cui applicazione farebbe lievitare a 78 il numero dei consiglieri eletti. Vale la pena allora riportare tale disposizione il cui contenuto risulta così testualmente formulato: <em>«per quanto non espressamente previsto ed in quanto compatibili con la presente legge  sono recepite la legge 17/2/1968 n. 108 (norme per la elezione dei Consigli Regionali delle regioni a statuto normale ) e la legge 23/2/1995 n. 43 (nuove norme per le elezioni del Consiglio  per le Regioni a Statuto normale), con successive modificazioni e integrazioni». </em>Emerge quindi con chiarezza l’insostenibilità dell’assunto secondo il quale il rinvio di tale norma alle due leggi statali equivarrebbe ad un loro sostanziale recepimento anche in ordine al numero dei Consiglieri regionali. E sì, perché le suindicate leggi statali vengono recepite dalla riportata disposizione non nella loro interezza ma esclusivamente <em>«per quanto non espressamente previsto e in quanto compatibili con la disposizione medesima».</em> Non una  recezione quindi di tutte le norme delle due leggi statali ma la incorporazione di quanto non sia disciplinato dalla Legge regionale e si appalesi con essa accordabile: rilievo questo decisivo che non sembra sia stato finora preso nella dovuta considerazione. Resta allora il fatto che per un preciso disposto della Legge regionale i componenti del  Consiglio devono essere 70 e che non è possibile il recepimento sul punto della disciplina statale a causa della sua palese incompatibilità.</p>
<p>C’è poi da rilevare che l’art. 122 della Costituzione, come modificato con il nuovo riparto delle competenze fra Stato e Regioni operato dalla riforma del 2001, stabilisce che <em>«il sistema di elezioni ed i casi di eleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli altri componenti della Giunta nonché dei consiglieri regionali sono disciplinati con legge della Regione nei limiti dei principi fondamentali stabiliti con legge della Repubblica»</em> mentre la precedente disciplina attribuiva questi poteri normativi alla legislazione statale. Siamo quindi  di fronte ad un caso specifico (oltre quelli previsti per le materie indicate dall’art. 117 della Costituzione) di legislazione concorrente caratterizzata da un potere normativo riservato in via principale alla Regione con attribuzione della potestà legislativa allo Stato solo per la determinazione dei principi fondamentali fra i quali appare davvero arduo, con riferimento al caso in esame, includere la determinazione del numero dei consiglieri regionali e l’ampiezza di eventuali premi di maggioranza o di governabilità. Un motivo in  più per  interpretare la citata legge  regionale del 2005 in  maniera pienamente rispettosa del contenuto senza ricorrere a forzature in aperto contrasto con il suo tenore letterale e con la sua “ratio”.</p>
<p>Va infine detto che l’interpretazione della normativa sul numero dei Consiglieri regionali dianzi patrocinata appare in linea con la diffusa sensibilità politica che reclama, nella logica di un impegno rivolto a contenere la spesa pubblica, la riduzione dei componenti dei consessi istituzionali e burocratici ritenuti pletorici. Un comune sentire che va tenuto presente nell’interpretazione della normativa anche in chiave evolutiva. Un’ esigenza che anche il centrosinistra pugliese dovrebbe avvertire come propria nell’approccio al problema sul versante politico (quello tecnico-giuridico attiene alla responsabilità dei competenti organi) per sbarrare la strada al possibile riemergere di interessi particolari o partigiani e per onorare, a partire dal modo di affrontare questo primo problema, l’importante successo elettorale ottenuto nelle recenti elezioni regionali.</p>
<p>Brindisi 9 aprile 2010</p>
<p align="center"><strong>Michele Di Schiena</strong></p>
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		<title>Il responso elettorale e i doveri dell&#8217;opposizione</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 15:19:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Una consultazione segnata da un forte astensionismo e che ha premiato soprattutto la Lega e cioè un partito che certo non merita i reverenziali riconoscimenti che in questi giorni gli vengono tributati. E sì perché si tratta pur sempre di una forza politica che predica un paganesimo condito da strumentali integrismi cattolici, che è pervasa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" style="margin-left: 4px; margin-right: 4px;" title="Elezioni" src="http://www.sconfini.eu/images/stories/attualita/mitteleuropa/abcd/scheda-in-urna.jpg" alt="" width="248" height="199" />Una consultazione segnata da un forte astensionismo e che ha premiato soprattutto la Lega e cioè un partito che certo non merita i reverenziali riconoscimenti che in questi giorni gli vengono tributati. E sì perché si tratta pur sempre di una forza politica che predica un paganesimo condito da strumentali integrismi cattolici, che è pervasa da tendenze xenofobe ed è caratterizzata dall’intento di trasformare le regioni del nord in “aree protette” rispetto al resto del Paese privilegiando all’interno di esse interessi forti e consolidate lobbies. Di seguito articolo di <strong>Michele Di Schiena</strong>.<span id="more-1239"></span></p>
<p align="center"><strong>Il responso elettorale e i doveri dell’opposizione</strong></p>
<p>Una comunità in sofferenza, tradita, delusa, disarticolata nel suo tessuto sociale, frantumata in tante sacche di interessi partigiani, attraversata da tensioni e lotte prevalentemente finalizzate alla conquista del potere; una politica che esalta il “fare” prescindendo da ogni giudizio di valore, che svuota il Parlamento dei suoi poteri e rischia di dividere il Paese in aeree corporative, che punta a delegittimare la magistratura ed i più alti organi di garanzia, che non affronta le gravi conseguenze della crisi economica e comprime diritti essenziali in danno delle fasce sociali più deboli, che è segnata da corruzioni e da scandali, che semina illusioni per fiaccare le coscienze, che conferma un consenso di maggioranza ad un premier tanto populista da chiedere in una piazza romana con un ibrido di ritualità para-religiose e para-militari risposte corali di assenso e collettivi giuramenti di fedeltà al suo “verbo” da parte dei candidati alla guida delle Regioni; una democrazia sempre meno partecipativa e sempre più leaderista, sospinta verso derive autoritarie con imprevedibili sbocchi; una cultura intrisa di individualismo ed incline all’intolleranza, intessuta di battute volgari e di penosi lazzi, ossessionata dal “culto della personalità” ed indotta ad esaltare la ricchezza ed il successo: è questo il malinconico scenario che ci offre un berlusconismo in affanno e tuttavia rafforzato del recente responso elettorale.</p>
<p>Una consultazione segnata da un forte astensionismo e che ha premiato soprattutto la Lega e cioè un partito che certo non merita i reverenziali riconoscimenti che in questi giorni gli vengono tributati. E sì perché si tratta pur sempre di una forza politica che predica un paganesimo condito da strumentali integrismi cattolici, che è pervasa da tendenze xenofobe ed è caratterizzata dall’intento di trasformare le regioni del nord in “aree protette” rispetto al resto del Paese privilegiando all’interno di esse interessi forti e consolidate lobbies. Pur avendo il PdL registrato una riduzione di consensi in termini percentuali rispetto alle ultime elezioni politiche ed europee, il voto regionale ha indubbiamente premiato, con i successi ottenuti nel Piemonte e nel Lazio, il Cavaliere che ora parla con baldanza di riforme riferendosi non certo alle misure necessarie, come insegnava il grande costituzionalista Costantino Mortati, per vincere le resistenze del potere economico realizzando una trasformazione di fondo dei rapporti di produzione e di distribuzione del reddito per giungere ad un diverso equilibrio sociale, ma in effetti pensa solo a provvedimenti rivolti a modellare la Costituzione sulle proprie logiche e sui propri interessi confidando nel <em>«celere obbedir»</em> del suo entourage e dei suoi parlamentari.</p>
<p>Di fronte ad un simile quadro le opposizioni dovrebbero avere un sussulto di responsabilità e dovrebbero muoversi con determinazione e lungimiranza. Mai come in questo momento gli interessi di parte, le rivalità interne, gli orticelli coltivati in proprio, i protagonismi personali, le miopi rivincite ed i penosi “assolo” vanno messi decisamente da parte. L’opposizione (riformista, centrista, di sinistra, laica ed ambientalista) deve trovare il suo comune denominatore nella difesa e nel rilancio dei grandi valori costituzionali. E lo deve fare ponendo subito mano alla costruzione di una seria e credibile alternativa in grado di impedire che il Paese vada incontro ad amare esperienze. Di questa primaria esigenza devono rendersi conto non solo le dirigenze dei partiti nazionali ma anche i tanti capi e capetti di quelle aggregazioni e di quei gruppi di protesta che rischiano di trasformarsi in realtà autoreferenziali e che nelle recenti elezioni hanno fatto grossi regali al capo del Governo. Certo, i movimenti di protesta hanno valide ragioni e sarà pure vero che i partiti, come dice Vendola, sono <em>«fuggiti»</em> dalle loro responsabilità per diventare <em>«ossi di seppia»</em> ma è anche vero che essi sono strumenti indispensabili per il funzionamento della democrazia in quanto luoghi dove i cittadini, secondo il dettato costituzionale, si associano liberamente <em>«per determinare con metodo democratico la politica nazionale»</em>. Ben vengano allora le “fabbriche” e tutte le altre valide esperienze di partecipazione politica ma nessuno pensi di salvare la democrazia demonizzando i partiti perché ciò che occorre è invece restituire ad essi la appannata o perduta identità, il ruolo disegnato dallo Statuto ed il necessario prestigio.</p>
<p>La rigenerazione politica del Paese non potrà mai diventare realtà se non sarà il frutto di una vera e propria rivoluzione etica. <em>«Sentir, riprese, e meditar; di poco esser contento; da la meta mai non torcer gli occhi; conservar la mano pura e la mente; de le umane cose tanto sperimentar quanto ti basti per non curarle; non ti far mai servo; non far tregua coi vili; il santo Vero mai non tradir; né proferir mai verbo che plauda al vizio o la virtù derida»</em>: il decalogo manzoniano, aggiornato e arricchito dai grandi valori sociali di giustizia e solidarietà, propone uno stile di vita esattamente agli antipodi di quello berlusconiano. Un condensato di saggezza e di esortazioni al buon vivere da tenere presente nel lavoro di risanamento morale che le sensibilità politiche e le agenzie educative più avvertite sono chiamate ad avviare per impedire che la morale privata e quella pubblica scivolino sempre di più verso gli oscuri e melmosi fondali dell’egoismo e del malaffare.</p>
<p>Brindisi, 02 aprile 2010</p>
<p><strong>Michele Di Schiena</strong></p>
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		<title>Immigrazione: una controversa e preoccupante sentenza</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 15:14:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Deve essere espulso un immigrato irregolare albanese che vive in Italia con la moglie, la quale è in attesa del permesso di soggiorno, e due figli minori inseriti nella scuola italiana: lo ha deciso il 10 marzo scorso la Corte di Cassazione con una sentenza, accolta da discordanti pareri. Di seguito il commento alla sentenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Deve essere espulso un immigrato irregolare albanese che vive in Italia con la moglie, la quale è in attesa del permesso di soggiorno, e due figli minori inseriti nella scuola italiana: lo ha deciso il 10 marzo scorso la Corte di Cassazione con una sentenza, accolta da discordanti pareri. Di seguito il commento alla sentenza di <strong>Michele Di Schiena</strong>, magistrato.<span id="more-1237"></span></p>
<p align="center"><strong>Immigrazione: una controversa e preoccupante sentenza </strong></p>
<p>Deve essere espulso un immigrato irregolare albanese che vive in Italia con la moglie, la quale è in attesa del permesso di soggiorno, e due figli minori inseriti nella scuola italiana: lo ha deciso il 10 marzo scorso la Corte di Cassazione con una sentenza, accolta da discordanti pareri ed avversata dal mondo cattolico, che ha interpretato il terzo comma dell’art. 31 del Decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286 <em>(«il Tribunale per i Minori per gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico e tenuto conto dell’età e delle condizioni di salute del minore che si trova nel territorio italiano può autorizzare l’ingresso o la permanenza del famigliare, per un periodo di tempo determinato, anche in deroga alle altre disposizioni della presente legge»</em>) nel senso che negli indicati casi l’ingresso o la permanenza del famigliare straniero può essere autorizzato solo se i gravi motivi invocati si identifichino con una esigenza che <em>«assume carattere di emergenza … e sia altresì contingente ed eccezionale, dunque non abbia tendenziale stabilità»</em>. Si è trattato di una pronuncia di segno opposto ad una sentenza del medesimo Supremo Collegio che, solo pochi mesi addietro (il 16 ottobre del 2009), aveva affermato il contrario e cioè che il citato art. 31 non esige per l’accoglimento della richiesta dello straniero la presenza di situazioni<em>«eccezionali o eccezionalissime, necessariamente collegate alla salute del minore (malattie, disabilità, ecc.), ma semplicemente di gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico che vanno valutati tenendo conto delle condizioni di salute (in tal caso non viene necessariamente in considerazione una dimensione di eccezionalità) e – profilo particolarmente significativo – dell’età del minore».</em></p>
<p>Ma c’è un altro passaggio decisivo della sentenza giorni addietro emessa dalla Cassazione che va tenuto presente e cioè il rilievo secondo il quale la volontà del legislatore, come espressa nella disposizione dell’art. 31, sarebbe quella di subordinare la necessità di garantire un ordinato sviluppo psicofisico con l’assistenza del genitore straniero <em>«al più generale interesse della tutela delle frontiere che si esprime nelle esigenze di ordine pubblico che convalidano il decreto di espulsione»</em>. Un <em>«contesto sistematico»</em> questo &#8211; ribadisce la sentenza &#8211; che privilegia l’esigenza del minore solo se assume il carattere dell’emergenza. I due citati passaggi argomentativi della recente pronuncia, e cioè l’identificazione dei gravi motivi con situazioni di emergenza e la prevalenza, in casi non contingenti ed eccezionali, dell’interesse alla tutela delle frontiere sulla necessità di garantire al minore un positivo sviluppo psicofisico, si espongono a critiche non solo sul versante etico-sociale ma anche (il che è stato forse finora largamente trascurato) sul piano di una corretta interpretazione della normativa in materia. E sotto questo secondo motivo va rilevato quanto sia infondata la tesi per la quale i<em>«gravi motivi»</em> sarebbero rinvenibili solo in presenza di una vera e propria <em>«emergenza»</em>. Ed infatti l’aggettivo <em>«grave» </em>non si riferisce in alcun modo solo ai casi di emergenza i quali ricorrono esclusivamente quando si appalesano situazioni di crisi e di pericolo da affrontare con tempestività e risolutezza dal momento che definire <em>«grave» </em>un motivo significa soltanto qualificarlo serio e di notevole importanza per le conseguenze difficilmente superabili e rimediabili che la sua sottovalutazione può determinare.</p>
<p>Non è richiesta allora alcuna situazione contingente ed eccezionale, vale a dire unica e straordinaria così come non è dato cogliere la ragione per la quale il riferimento dell’art. 31 ad una autorizzazione di soggiorno <em>«per un periodo di tempo determinato» </em>non sarebbe compatibile con la tutela di situazioni tendenzialmente stabili in quanto collegate al normale processo educativo-formativo del minore quasi che l’espressione <em>«tempo determinato»</em>andrebbe intesa, chissà perché, nel senso di tempo di brevissima durata. Ne discende che il tenore letterale della norma in questione non giustifica l’interpretazione che ne ha dato la Corte come ingiustificata appare una interpretazione logica della norma medesima intesa a desumere l’intenzione del legislatore dalla lettura sistematica dell’intero provvedimento legislativo secondo il quale il diritto del minore ad un sereno ed armonico sviluppo psicofisico sarebbe subordinato, eccetto i casi di vere e proprie emergenze, al più generale interesse della tutela delle frontiere anche per evitare strumentalizzazioni dell’infanzia. Un assunto questo davvero inaccettabile sia per la sua apoditticità e sia per la considerazione che l’interesse di tutelare le frontiere non viene certo apprezzabilmente pregiudicato da specifiche eccezioni normativamente previste a salvaguardia di diritti soggettivi di grande rilievo.</p>
<p>Quanto alle critiche che vanno mosse alla menzionata pronuncia sul piano etico-sociale basta osservare come i valori che reclamano le più avanzate forme di salvaguardia a favore dei minori hanno avuto, per così dire, un “precipitato normativo” negli artt. 2 e 3 della nostra Costituzione (riconoscimento e tutela dei diritti inviolabili dell’uomo e rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana) ed in diversi importanti documenti internazionali a partire dalla Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo, approvata dall’Assemblea dell’Onu il 20/11/1959, la quale all’art. 2 afferma che il fanciullo medesimo deve godere di una particolare protezione così da svilupparsi in modo sano e normale fisicamente, intellettualmente, moralmente, spiritualmente e socialmente in condizioni di libertà e dignità. Documenti questi che, per la loro autorevolezza, possono fornire un utile criterio ermeneutico nell’operazione rivolta ad interpretare correttamente la norma in questione. Nella convinzione che il trattamento riservato ai fanciulli e agli anziani sia un importante indice della civiltà di un popolo, va espresso l’auspicio che la Suprema Corte, a Sezioni Unite, venga presto chiamata a fare chiarezza in una materia così delicata per metterla al riparo da contrastanti interpretazioni e da orientamenti non in linea con i grandi principi ai quali si ispirano il nostro Ordinamento e la più alta produzione giuridica della comunità internazionale.</p>
<p>Brindisi, 19 marzo 2010</p>
<p><strong>Michele DI SCHIENA</strong></p>
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		<title>L’intrinseca illogicità di un decreto in contrasto col principio di uguaglianza</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 09:05:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Siamo quindi di fronte non a norme interpretative ma a disposizioni chiaramente  innovative e peraltro in aperto contrasto con la legge n. 400 del 1988 che fa divieto  di intervenire con la decretazione di urgenza in materia elettorale. Di seguito  articolo tecnico-politico di Michele Di Schiena, magistrato Presidente  onorario aggiunto Corte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong><a href="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2010/03/napolitano-e-berlusaconi.jpg" rel="lightbox[1231]"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1232" title="Berlusconi e Napolitano" src="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2010/03/napolitano-e-berlusaconi-150x150.jpg" alt="Berlusconi e Napolitano" width="150" height="150" /></a>Siamo quindi di fronte non a norme interpretative ma a disposizioni chiaramente  innovative e peraltro in aperto contrasto con la legge n. 400 del 1988 che fa divieto  di intervenire con la decretazione di urgenza in materia elettorale. Di seguito  articolo tecnico-politico di <strong>Michele Di Schiena</strong>, magistrato Presidente  onorario aggiunto Corte Cassazione<span id="more-1231"></span></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong>L’intrinseca illogicità  di un decreto in contrasto<br />
col principio di uguaglianza</strong></p>
<p>Per una corretta valutazione critica di quanto è accaduto col varo del Decreto-legge di <em>«interpretazione autentica  di disposizioni del procedimento elettorale e relativa disciplina di attuazione»</em> giova riportarne i passi salienti aggiungendo qualche  nota di commento. Per il caso del Lazio (lista non presentata nel termine  prescritto) il citato decreto recita: <em>«il primo comma dell’art. 9 della legge 17/02/1968 n. 108 si interpreta nel senso che il rispetto dei termini  orari di presentazione delle liste si considera assolto quando, entro gli stessi,  i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della  prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale. La  presenza entro il termine di legge nei locali del Tribunale dei delegati può  essere provata con ogni mezzo idoneo». </em>Per il caso della Lombardia, lo  stesso provvedimento stabilisce che il predetto art. 9 <em>«si interpreta nel  senso che le firme si considerano valide anche se l’autenticazione delle medesime»</em> risulta priva di alcuni elementi prescritti <em>«purchè tali dati siano desumibili in modo non equivoco da altri elementi presenti nella  documentazione prodotta»</em>. Precisa poi che la regolarità dell’autenticazione <em>«non è comunque inficiata dalla presenza di una irregolarità meramente  formale quale la mancanza o non leggibilità del timbro dell’autorità autenticante, dell’indicazione del luogo di autenticazione nonché dell’indicazione della qualifica dell’autorità autenticante»</em>.</p>
<p>Quanto al primo caso, il decreto impone di considerare avvenuta nel termine prescritto  una presentazione della lista che in effetti non c’è stata e lo fa  introducendo un precetto in forza del quale il rispetto dei termini si deve  considerare assolto quando certi non meglio precisati <em>«incaricati»</em> (chissà  come identificabili) abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale (locali  anche diversi da quello adibito al servizio elettorale?) muniti della  prescritta documentazione. Non si capisce invero chi e come possa verificare l’avvenuto ingresso degli incaricati e come sia possibile accertare che costoro siano muniti della necessaria documentazione. Mentre emerge con chiarezza, siccome tale presenza può essere provata con qualsiasi mezzo<em>,</em> che per confermare la regolarità di tale operazione bastano le  attestazioni provenienti dalla parte interessata di fatto sottratte ad ogni  controllo. Per quanto attiene al secondo caso, quello della Lombardia, basta rilevare  che in forza del decreto si devono considerare valide le firme anche se la loro autenticazione non risulta corredata di tutti gli elementi prescritti se  questi sono desumibili (chissà come) da altri dati contenuti nei documenti  presentati con la precisazione che la regolarità dell’autenticazione medesima non è inficiata dalla mancanza del timbro dell’autorità competente, delle indicazioni del luogo e della indicazione della qualifica dell’autorità autenticante. Come dire in pratica che dell’autenticazione si può fare tranquillamente a meno.</p>
<p>Siamo quindi di fronte non a norme interpretative ma a disposizioni chiaramente  innovative e peraltro in aperto contrasto con la legge n. 400 del 1988 che fa divieto  di intervenire con la decretazione di urgenza in materia elettorale. Un decreto quindi vistosamente segnato da inammissibili interessi di parte e viziato da illegittimità costituzionale per la violazione del principio di  uguaglianza sancito dall’art. 3 dello Statuto anche sotto il profilo, costantemente valorizzato dalla giurisprudenza della Consulta, dell’intrinseca illogicità e della manifesta irragionevolezza delle norme in esso  contenute che comportano una indubbia disparità di trattamento di comportamenti e  diritti che meriterebbero identica disciplina.</p>
<p>Il Presidente Napolitano merita rispetto. Egli, come risulta dalla lettera con la  quale ha spiegato i motivi della sua firma, ha significativamente definito <em>«teso»</em> l’incontro con la delegazione del Governo: un aggettivo che, tenuto  conto dello stile sobrio e prudente del linguaggio del Capo dello Stato, la  dice lunga sull’atteggiamento assunto da tale delegazione. Per evitare il peggio il Presidente Napolitano ha sottoscritto il decreto considerando  tale soluzione, come ha detto il Presidente Fini, un male minore. La firma di  Napolitano, atto sofferto e lungimirante, lascia, per come sono andate le cose e per il  chiaro disposto dell’art. 77 della Costituzione, sulle spalle del Governo tutta la responsabilità di quanto è accaduto e di quanto può ancora accadere a seguito delle procedure giudiziarie in corso o di prevista apertura. E  nel contempo quella firma mette i cittadini di fronte alle responsabilità  che sono chiamati ad esercitare in tutte le forme nelle quali si può esprimere,  in un momento così delicato e difficile, la loro partecipazione democratica.</p>
<p>Brindisi, 08 marzo 2010
</p>
<p align="center"><strong>Michele DI SCHIENA</strong></p>
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		<title>Emergenza Democratica</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 08:54:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nell&#8217;aderire alla  manifestazione nazionale del 13 marzo contro l&#8217;ulteriore ferita alla legalità costituzionale realizzata attraverso l&#8217;abuso della decretazione d&#8217;urgenza per incidere su una competizione elettorale in corso, i Comitati Dossetti  per la Costituzione osservano che da molto tempo nel nostro Paese è in atto una vera e propria emergenza democratica. Di seguito  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell&#8217;aderire alla  manifestazione nazionale del 13 marzo contro l&#8217;ulteriore ferita alla legalità costituzionale realizzata attraverso l&#8217;abuso della decretazione d&#8217;urgenza per incidere su una competizione elettorale in corso, i <strong>Comitati Dossetti  per la Costituzione</strong> osservano che da molto tempo nel nostro Paese è in atto una vera e propria emergenza democratica. Di seguito  comunicato integrale<span id="more-1229"></span></p>
<p align="center"><strong>Emergenza Democratica</strong></p>
<p>Nell&#8217;aderire alla  manifestazione nazionale del 13 marzo contro l&#8217;ulteriore ferita alla legalità costituzionale realizzata attraverso l&#8217;abuso della decretazione d&#8217;urgenza per incidere su una competizione elettorale in corso, i  Comitati Dossetti per la Costituzione osservano che da molto tempo nel nostro  Paese è in atto una vera e propria emergenza democratica.</p>
<p>I  principi fondamentali della Costituzione ogni giorno sono calpestati e vilipesi  da una  politica che persegue come suo obiettivo di fondo lo smantellamento dei  beni pubblici repubblicani ed il rovesciamento delle garanzie poste a  presidio della democrazia.</p>
<p>Ma  proprio il fatto che l’attuale crisi sia esplosa in periodo elettorale attorno alla necessità di risolvere un problema di rappresentanza apertosi in due  regioni per il maldestro comportamento di funzionari del partito di governo e  per loro esclusiva responsabilità, richiama drammaticamente il fatto che una ben  più grave lesione del principio di rappresentanza  è in atto da anni nel  nostro Paese, da quando è stato introdotto il sistema maggioritario e nelle  leggi elettorali si è ricorso ad ogni artificio per trasformare gli eletti in delegati nominati dalle segreterie, per escludere dal Parlamento e dalle istituzioni forze sgradite ai partiti maggiori, per costringere le forze politiche ad innaturali alleanze, per stabilire soglie e sbarramenti distruttivi di aggregazioni e di idee, e per fuorviare la volontà  popolare trasformando in schiaccianti maggioranze il primo arrivato anche per  pochi voti nella corsa per la conquista del potere, ciò a cui ormai sono ridotte le elezioni. È di fronte al difetto di democraticità “sostanziale” di un sistema politico organizzato per mortificare il Parlamento, ridurre  il pluralismo, escludere milioni di elettori dalla rappresentanza e  distogliere i cittadini dal concorrere a determinare la  politica nazionale, che  diventa inaccettabile l’arbitrio con cui il governo ha preteso risolvere un suo problema di rappresentanza riguardante solo la sua parte politica e  insorto per colpa sua.</p>
<p>Nelle elezioni  politiche del 2008 quattro milioni di cittadini furono esclusi dall’accesso alle istituzioni rappresentative, e nessuno protestò né  fece decreti legge. Pertanto è assolutamente necessario ripristinare il  diritto di tutti ad essere rappresentati in condizioni di eguaglianza e attraverso  libere scelte nelle istituzioni politiche, sia abrogando le nomine per  cooptazione, sia introducendo principi di vera proporzionalità, sia rimuovendo  tagliole elettorali e sguaiati premi di maggioranza.</p>
<p>Non  si può ignorare infatti che proprio dall’attuale snaturamento della rappresentanza parlamentare deriva il precipitare dell’attuale regime politico verso la corruzione sempre più ostentata della funzione della legge come ordinata  al bene pubblico e non a privilegi privati, verso l’ostracismo alle istituzioni di garanzia, verso il rifiuto del controllo di legalità  e l’attacco alla giurisdizione, verso la compressione e la censura dell’informazione a cominciare dalla RAI, impedita di svolgere il suo servizio proprio nel periodo elettorale.</p>
<p>I  Comitati Dossetti invitano perciò tutti i cittadini che non vogliono perdere le conquiste costituzionali, elettori degli uni o degli altri schieramenti,  a non fermarsi alla critica e alla protesta, ma a rivendicare una vera  attuazione dei principi costituzionali a partire dalle condizioni fondamentali di una democrazia rappresentativa.</p>
<p>8  marzo 2010</p>
<p align="center"><strong>Comitati Dossetti per la Costituzione</strong></p>
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		<title>Un nuovo attacco all&#8217;art. 18</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 15:56:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A distanza di circa dieci anni e nel momento in cui si fanno più dolorosamente sentire gli effetti della crisi economica riparte l’attacco ai diritti dei lavoratori e all’art. 18 in materia di licenziamenti individuali con l’intento di rendere ancora più precario il lavoro e di colpire nel suo valore fondativo la Carta costituzionale. E’ [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2010/03/lavoratori_nel_1927.jpg" rel="lightbox[1219]"><img class="alignright size-full wp-image-1220" style="margin-left: 4px; margin-right: 4px;" title="Lavoratori nel 1927" src="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2010/03/lavoratori_nel_1927.jpg" alt="Lavoratori nel 1927" width="210" height="164" /></a>A distanza di circa dieci anni e nel momento in cui si fanno più dolorosamente sentire gli effetti della crisi economica riparte l’attacco ai diritti dei lavoratori e all’art. 18 in materia di licenziamenti individuali con l’intento di rendere ancora più precario il lavoro e di colpire nel suo valore fondativo la Carta costituzionale. E’ stato infatti definitivamente approvato dal Senato il Disegno di Legge n. 1167-B il quale prevede una vera e propria controriforma del diritto del lavoro. Di seguito articolo di <strong>Michele Di Schiena</strong>.<br />
<span id="more-1219"></span></p>
<p align="center"><strong>Un nuovo attacco all’art. 18</strong></p>
<p>A distanza di circa dieci anni e nel momento in cui si fanno più dolorosamente sentire gli effetti della crisi economica riparte l’attacco ai diritti dei lavoratori e all’art. 18 in materia di licenziamenti individuali con l’intento di rendere ancora più precario il lavoro e di colpire nel suo valore fondativo la Carta costituzionale. E’ stato infatti definitivamente approvato dal Senato il Disegno di Legge n. 1167-B il quale prevede una vera e propria controriforma del diritto del lavoro, non meno grave ed incisiva di quella realizzata con la legge n. 30/2003 e col successivo Decreto legislativo n. 276/2003. La nuova Legge prevede invero che in caso di licenziamento le controversie possono essere devolute alla decisione di un collegio arbitrale il quale potrebbe decidere anche secondo “equità” e quindi a prescindere dalle disposizioni di legge. Viene così tendenzialmente sottratta la tutela dei diritti dei lavoratori alla giurisdizione ordinaria nel cui ambito la specializzazione del Giudice del lavoro è sempre stata ritenuta un irrinunciabile valore. Ma c’è di più perché la clausola compromissoria (quella che affida all’arbitro eventuali controversie in materia di licenziamento) potrebbe essere inserita nel contratto di assunzione del lavoratore e cioè nel momento in cui questi è particolarmente debole anche per la mancanza delle tutele previste in favore dei lavoratori già occupati. Vi sono poi altre norme peggiorative rispetto all’attuale disciplina tra le quali quella intesa a limitare, in caso di conversione giudiziaria del rapporto di lavoro determinato in rapporto indeterminato, il risarcimento del danno in un’indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto (prima commisurata a tutte le retribuzioni perdute), oltre ovviamente alla riammissione del dipendente nel posto di lavoro.</p>
<p>Siamo di fronte ad un’operazione rivolta ad aggirare l’art. 18 con buona pace del relatore del Disegno di legge alla Camera il quale ha detto che occorre smetterla di considerare i lavoratori come dei <em>“minus habeans”</em> facendo finta di ignorare la situazione di inferiorità nella quale essi si trovano in termini di potere e non certo di dignità, proprio quella dignità a tutela della quale si erge l’art. 18 che si vuole in ogni modo bypassare. Il citato Disegno di legge è invero espressione di un progetto rivolto a colpire ulteriormente lo stato sociale disegnato dalla Costituzione come propulsore di giustizia e di equità in attuazione di principi e di idee-forza che costituiscono le direttrici fondamentali per l’esercizio delle funzioni pubbliche, prima fra tutte quella della produzione legislativa. Ora, tra questi principi-cardine spicca proprio quello proclamato dall’art. 1 e ripreso dal successivo art. 4 dello Statuto che fonda la Repubblica sul lavoro come valore assoluto, come diritto-dovere dei cittadini e come fonte del progresso spirituale e materiale della società. La scelta di indicare nel lavoro la pietra angolare della costruzione democratica dello Stato sarebbe poi vana se non fosse stata dalla Costituzione saldata al principio di uguaglianza formulato dall’art. 3 dello stesso Statuto che sancisce la pari dignità sociale di tutti i cittadini facendo carico alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che possano impedire la partecipazione di tutti i lavoratori alla vita economica, politica e sociale del Paese.</p>
<p>Dall’entrata in vigore della Costituzione passarono più di vent’anni prima che l’Ordinamento, con la Legge 20 maggio 1970 n. 300 (Statuto dei lavoratori), venisse dotato di una norma, quella appunto dell’art. 18, che introduceva la possibilità per il lavoratore di ottenere la rimozione del licenziamento illegittimo (quello senza giusta causa o giustificato motivo) con la sua reintegrazione nel posto di lavoro e col risarcimento dell’intero danno subito. A ben guardare, dietro la disciplina introdotta dall’art. 18 dallo Statuto dei Lavoratori c’è il nucleo essenziale di quella “filosofia” costituzionale che considera il lavoro come l’attività umana nella quale deve realizzarsi, in armonica sintesi, la personalità del prestatore d’opera e la crescita civile della comunità. Una “logica” che impone di non trattare la prestazione lavorativa come una qualsiasi merce di scambio.</p>
<p>L’auspicio è che i sindacati insorgano contro questo malinconico tentativo di vanificare il presidio democratico costituito in favore dei lavoratori dal citato articolo 18. Un’operazione sulla quale sono stati invero accesi solo all’ultimo momento i riflettori della protesta da parte dei sindacati e delle forze politiche di opposizione. C’è comunque da sperare che per contenere i danni di un provvedimento ormai varato si faccia strada nell’ambito sindacale e negli ambienti politici più avveduti la consapevolezza di quanto sia ingiusto, e come appaia in questa congiuntura economica addirittura provocatorio, il tentativo di spostare indietro l’orologio della storia sul delicato versante dell’ordinamento in materia di lavoro.</p>
<p>Brindisi, 4 marzo 2010</p>
<p align="center"><strong>Michele DI SCHIENA</strong></p>
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		<title>Confermare Vendola per fermare una brutta politica</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 23:19:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E’ una brutta politica quella che sta cercando di far naufragare la candidatura di Nichi Vendola a Presidente della Regione Puglia: una politica chiusa nelle conventicole dei partiti, lontana dalla gente, senza memoria e senza progetto. Una sorta di pitagorismo politico che assolutizza i numeri ma per di più li calcola male andando così incontro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2009/12/nichi_candidato.jpg" rel="lightbox[1195]"><img class="alignright size-medium wp-image-1196" style="border: 0pt none; margin-left: 4px; margin-right: 4px;" title="Difendi la Puglia Migliore - Nichi Vendola Presidente 2010" src="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2009/12/nichi_candidato-300x268.jpg" alt="Difendi la Puglia Migliore - Nichi Vendola Presidente 2010" width="140" height="123" /></a>E’ una brutta politica quella che sta cercando di far naufragare la candidatura di Nichi Vendola a Presidente della Regione Puglia: una politica chiusa nelle conventicole dei partiti, lontana dalla gente, senza memoria e senza progetto. Una sorta di pitagorismo politico che assolutizza i numeri ma per di più li calcola male andando così incontro talvolta a vittorie di Pirro e talaltra a disastrose sconfitte. Di seguito articolo di <strong>Michele Di Schiena<span id="more-1195"></span></strong></p>
<p align="center"><strong>Confermare Vendola per fermare una brutta politica </strong></p>
<p>E’ una brutta politica quella che sta cercando di far naufragare la candidatura di Nichi Vendola a Presidente della Regione Puglia: una politica chiusa nelle conventicole dei partiti, lontana dalla gente, senza memoria e senza progetto. Una politica che non parte dalle cose da fare ma da patteggiamenti romani fra pochi intimi, che sembra guardare più indietro che avanti e che crede di poter vincere sommando a tavolino improbabili pacchetti di voti ed allestendo alleanze non cementate da forti idee e da grandi obiettivi. Una sorta di pitagorismo politico che assolutizza i numeri ma per di più li calcola male andando così incontro talvolta a vittorie di Pirro e talaltra a disastrose sconfitte.</p>
<p>E sì, perché un centro-sinistra esteso all’UDC di Casini ed al Movimento Io Sud della Poli Bortone con una guida diversa da quella di Vendola non vincerebbe la partita anche se il presidente uscente facesse il famoso passo indietro restando col suo Movimento nella coalizione. Un simile schieramento implicherebbe, sotto l’etichetta della “discontinuità”, una ingiusta e rovinosa ammissione di fallimento del mandato elettorale che sta per concludersi e risulterebbe inoltre demotivato e frustrato nelle varie componenti favorevoli a Vendola (cattolici democratici, sinistra, giovani, progressisti senza partito) con le immaginabili conseguenze negative in termini di consenso. Uno schieramento con ogni probabilità destinato alla sconfitta anche nel caso di candidatura a presidente di Michele Emiliano sia a causa dell’immagine ultramoderata che negli ultimi tempi il Sindaco di Bari ha ritenuto di darsi e sia per i perduranti malumori connessi ai rilievi di disinvolto protagonismo che gli sono stati mossi nel Partito Democratico in occasione delle recenti primarie interne per l’elezione del segretario regionale.</p>
<p>Come può fare il PD, che fino a ieri si è espresso pubblicamente con tutte le sue componenti in favore della ricandidatura di Vendola, a rinnegare questa sua scelta solo perché qualcuno lo pretende senza uno straccio di convincenti motivazioni? In Puglia c’è senza dubbio bisogno di una grande alleanza che unisca progressisti e moderati ma deve trattarsi di una alleanza di popolo per il rilancio, a beneficio della nostra gente, dei principi e dei valori della Carta costituzionale. Vendola è stato e può continuare ad essere il promotore e l’animatore di un grande progetto di innovazione politica. Egli incarna un mondo che si trova agli antipodi di quello di Berlusconi e di Fitto: il mondo della legalità democratica, della lotta alle vecchie e alle nuove povertà, della scelta preferenziale in favore dei deboli e dei meno tutelati, della difesa della salute e dell’ambiente, della mitezza e della tolleranza. Un mondo anche di forti sentimenti, quei sentimenti di fiducia nella giustizia, di speranza nel futuro, di solidarietà sociale e di condivisione della sofferenza che possono dare alla politica una dimensione spirituale, un supplemento d’anima di cui essa ha estremo bisogno.</p>
<p>Brindisi, 07 dicembre 2009</p>
<p align="center"><strong>Michele DI SCHIENA </strong></p>
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