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	<title>A Sinistra - Movimento Politico Antiliberista &#187; Dal Mondo</title>
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	<description>Movimento Politico Antiliberista di Mesagne, Brindisi, Latiano e San Pancrazio</description>
	<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 16:08:17 +0000</pubDate>
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		<title>Fermatevi subito, fermiamoci tutti!</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 16:08:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Appello di Pax Christi: «quello in corso a Gaza è un massacro, non un bombardamento, è un crimine di guerra e ancora una volta nessuno lo dice». Parole di padre Manauel Musallam, parroco a Gaza. Un inferno di orrore, morte e distruzione, di lutti, dolore e odio si sta abbattendo in queste ore sulla Striscia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-716" title="Palestinesi a Gaza" src="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2009/01/gaza.jpg" alt="Palestinesi a Gaza" width="210" height="127" />Appello di <strong>Pax Christi</strong>: <em>«quello in corso a Gaza è un massacro, non un bombardamento, è un crimine di guerra e ancora una volta nessuno lo dice».</em> Parole di padre Manauel Musallam, parroco a Gaza. Un inferno di orrore, morte e distruzione, di lutti, dolore e odio si sta abbattendo in queste ore sulla Striscia di Gaza e sul territorio israeliano adiacente. Di seguito comunicato integrale.<span id="more-717"></span></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Fermatevi Subito, Fermiamoci tutti!</strong></p>
<p><em>«quello in corso a Gaza è un massacro, non un bombardamento, è un crimine di guerra e ancora una volta nessuno lo dice» </em>P. Manauel Musallam, parroco a Gaza, 27 dicembre 2008. Un inferno di orrore, morte e distruzione, di lutti, dolore e odio si sta abbattendo in queste ore sulla Striscia di Gaza e sul territorio israeliano adiacente.</p>
<p><strong>A voi, capi politici e militari israeliani,</strong></p>
<p>chiediamo di considerare che insieme ai &#8216;miliziani&#8217; di Hamas state colpendo, uccidendo e ferendo centinaia di civili palestinesi. Non potete non averlo calcolato. Non potete non sapere che a Gaza non esistono obiettivi da mirare chirurgicamente. Non potete non aver messo in conto che da troppo tempo è la popolazione di Gaza a vivere sotto embargo, senza corrente elettrica, senza cibo, senza medicine, senza possibilità di fuga. Le vostre crudeli operazioni di guerra compiono opera di morte su donne, bambini e uomini che non possono scappare né curarsi e sopravvivere, essendo strapieni gli ospedali e vuoti i forni del pane. Ascoltate i vostri stessi concittadini che operano nelle organizzazioni israeliane per la pace: <em>«Siamo responsabili della disperazione di un popolo sotto assedio. Hamas da settimane aveva dichiarato che sarebbe stato possibile ripristinare la tregua a condizione che Israele riaprisse le frontiere e permettesse agli aiuti umanitari di entrare. Il governo d&#8217;Israele ha scelto consapevolmente di ignorare le dichiarazioni di Hamas e ha cinicamente scelto, per fini elettorali, la strada della guerra»</em>.</p>
<p><strong>Fermatevi Subito!</strong></p>
<p><strong>A voi, capi di Hamas, </strong></p>
<p>chiediamo di considerare che i vostri razzi artigianali lanciati verso le cittadine israeliane poste sul confine, sono strumenti ulteriori di distruzione e, per fortuna raramente, di morte, e creano inutilmente paura e tensione tra i civili. Sono una assurda e folle reazione all&#8217;oppressione subita, che si presta come alibi per un&#8217;aggressione illegale. Se foste più potenti, capi di Hamas, vorreste forse raggiungere i livelli di distruzione dei vostri nemici? E non essendolo, a che scopo creare panico, odio e desiderio di vendetta nei civili israeliani che vivono a fianco alla vostra terra? Quali strategie di desolazione, disumane e inefficaci, state perseguendo?</p>
<p><strong>Fermatevi Subito!</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>E noi donne e uomini che apparteniamo alla &#8217;società civile&#8217;,</strong></p>
<p><strong>Fermiamoci Tutti!</strong></p>
<p>Sostiamo almeno un minuto accanto a tutti i civili che soffrono. Alle centinaia di ammazzati palestinesi, che per noi non avranno mai nome e volto, come alla vittima israeliana. Alle centinaia di feriti palestinesi e ai fortunatamente pochi feriti israeliani. A chi ha perso la casa. A chi non può curarsi.</p>
<p>E poi, tutti insieme, alziamo la voce: non è questa la strada che porterà Israele a vivere in pace e sicurezza. Non è questa la strada che porterà i palestinesi a vivere con dignità in uno Stato senza più occupazione militare, libero e sovrano.</p>
<p>I media italiani in questi giorni hanno purtroppo mascherato una folle e premeditata aggressione -e soprattutto l&#8217;insopportabile contesto di un assedio da parte di Israele che per mesi ha ridotto alla fame un milione e mezzo di persone- scegliendo accuratamente alcuni termini ed evitandone altri.</p>
<p>La maggior parte dei quotidiani e telegiornali hanno affermato che <em>«è stato Hamas a rompere la tregua»</em>. Invece il 19 dicembre è semplicemente scaduta una tregua della durata concordata di sei mesi. L&#8217;accordo comprendeva: il cessate-il-fuoco, la sua estensione nel giro di qualche mese alla Cisgiordania e la fine del blocco di Gaza. Questi impegni non sono stati rispettati da Israele (25 palestinesi uccisi solo dalla firma dell&#8217;accordo) e quindi Hamas non l&#8217;ha rinnovato. Ancor più precisamente, già ai primi di novembre, Israele aveva rotto la tregua con una serie di attacchi a Gaza uccidendo altri 6 palestinesi.</p>
<p>Aiutiamoci allora a valutare criticamente le analisi spesso falsate dei media per dare maggior forza ad altre voci diventate grida: Solo poche ore fa, proprio a Gaza, il Patriarca di Gerusalemme celebrava la Messa di Natale riprendendo il suo Messaggio natalizio<em>: «Siamo stanchi. La pace è un diritto per tutti. Siamo in apprensione per l&#8217;ingiusta chiusura imposta a Gaza e a centinaia di migliaia di innocenti. Siamo riconoscenti a tutti gli uomini di buona volontà che non risparmiano sforzi per spezzare questo blocco».</em></p>
<p>La strada intrapresa invece, lastricata di sangue e macerie, condurrà la gente qualsiasi al macello. E i suoi capi alla sconfitta. In primo luogo alla sconfitta umana.</p>
<p align="right"><strong>Pax Christi Italia, 28 dicembre 2008</strong></p>
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		<title>Un anno che ci consegna amare lezioni e grandi messaggi</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2008 19:45:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Sta per concludersi un anno nel quale è stato celebrato il 60° anniversario dell&#8217;entrata in vigore della nostra Costituzione avvenuta il 1° gennaio 1948 e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell&#8217;Uomo adottata a Parigi il 10 dicembre successivo dall&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Due eventi di straordinario valore perché nella storia del nostro Paese ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2008/12/eleanor_roosevelt_declaration.jpg" rel="lightbox[700]"><img class="alignright size-full wp-image-701" style="margin-left: 4px; margin-right: 4px;" title="Dichiarazione dei diritti umani" src="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2008/12/eleanor_roosevelt_declaration.jpg" alt="" width="281" height="210" /></a>Sta per concludersi un anno nel quale è stato celebrato il 60° anniversario dell&#8217;entrata in vigore della nostra Costituzione avvenuta il 1° gennaio 1948 e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell&#8217;Uomo adottata a Parigi il 10 dicembre successivo dall&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Due eventi di straordinario valore perché nella storia del nostro Paese ed in quella dell&#8217;intera umanità per la prima volta la politica ha proclamato solennemente la scelta di convertire il proprio potere, spesso drammaticamente segnato da tortuosità e violenze, in un generoso servizio in favore di ogni uomo affinché a tutti gli uomini fossero riconosciuti e garantiti i diritti innati ed essenziali che ad essi appartengono in forza della loro dignità personale. Di seguito articolo di <strong>Michele Di Schiena</strong><span id="more-700"></span></p>
<p align="center"><strong>Un anno che ci consegna amare lezioni e grandi messaggi</strong></p>
<p>Sta per concludersi un anno nel quale è stato celebrato il 60° anniversario dell&#8217;entrata in vigore della nostra Costituzione avvenuta il 1° gennaio 1948 e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell&#8217;Uomo adottata a Parigi il 10 dicembre successivo dall&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Due eventi di straordinario valore perché nella storia del nostro Paese ed in quella dell&#8217;intera umanità per la prima volta la politica ha proclamato solennemente la scelta di convertire il proprio potere, spesso drammaticamente segnato da tortuosità e violenze, in un generoso servizio in favore di ogni uomo affinché a tutti gli uomini fossero riconosciuti e garantiti i diritti innati ed essenziali che ad essi appartengono in forza della loro dignità personale.</p>
<p>Un profondo e sostanziale rinnovamento quello voluto dalla nostra Costituzione che fonda la Repubblica sul lavoro e che sancisce la pari dignità sociale dei cittadini per la promozione della quale lo Statuto medesimo assegna alle Istituzioni il compito di<em> «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» </em>che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione dei lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Una svolta liberante e trasformatrice quella poi operata dalla Dichiarazione Universale dell&#8217;Onu la quale, dopo aver affermato nel preambolo che <em>«il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana costituisce &#8230; il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo»</em>, menziona i diritti inalienabili ed afferma che <em>«tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità» </em>aggiungendo che  essi <em>«devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza, che tutti sono uguali dinanzi alla legge», </em>che ogni individuo ha diritto al lavoro, alla salute, all&#8217;istruzione e alla cultura.</p>
<p>Le ricorrenze del duplice anniversario sono cadute in un anno durante il quale nel mondo è esplosa una gravissima crisi economica che sta facendo crollare il mito delle <em>«magnifiche sorti e progressive» </em>di un sistema iniquo che ha messo le sue mani pesanti sull&#8217;intero pianeta. Un sistema responsabile della fame di migliaia di uomini che ha finito per alimentare il barbaro scontro tra i &#8220;signori&#8221; della guerra ed i &#8220;profeti&#8221; del terrorismo uniti nel criminale impegno di mandare poveri e diseredati ad uccidersi tra loro ed a uccidere masse di inermi e di innocenti. E sono cadute queste ricorrenze nell&#8217;anno in cui in Italia si riaffacciano politiche destinate a far crescere disuguaglianze e discriminazioni.</p>
<p>La fase che stiamo vivendo è nera ma nessuno spazio va concesso al pessimismo perché, nonostante tutto, il progresso dell&#8217;umanità è inarrestabile ed i due eventi storici citati hanno indicato il cammino di civiltà che le forze della conservazione possono ostacolare ma non fermare e, ancor meno, ricacciare indietro. Ne sono consolante conferma l&#8217;elezione a Presidente degli Stati Uniti di Barak Obama e le speranze che hanno accompagnato tale avvenimento in ogni parte del mondo. Ma è giusto- e non lo si è fatto adeguatamente durante le celebrazioni dei ricordati eventi -  mettere in rilievo la distanza che separa lo spirito dei due documenti storici dalle logiche che negli ultimi tempi hanno segnato in negativo la vicenda politica del nostro Paese e quella internazionale. Così come è doveroso chiamare con il loro nome e cognome queste politiche ed i loro profeti: il turbocapitalismo neoliberista di Bush in America e di Berlusconi e Tremonti in Italia.</p>
<p>Quel ministro Tremonti che, ponendosi alla guida ideologica della destra, sta oggi tentando di vestire i panni del critico d&#8217;avanguardia del dominante sistema economico mentre rimane nei fatti ad esso aggrappato e si adopera per farlo sopravvivere dietro la fumosa formula della cosiddetta &#8220;economia sociale di mercato&#8221;. Un&#8217;operazione di lifting politico che la sinistra nostrana, distratta dalle sue diatribe interne e bloccata dai suoi complessi, stenta a disvelare. Una sinistra che fatica a mettere in campo progetti alternativi ispirati ai grandi valori dei due documenti che nel secolo scorso, all&#8217;indomani della seconda guerra mondiale, hanno acceso nel mondo ed in Italia la fiaccola della democrazia e della pace. L&#8217;anno che sta per chiudersi non è stato molto generoso ma ci ha consegnato certe amare lezioni e certi illuminanti messaggi che possono forse aiutarci nell&#8217;anno prossimo ed in quelli successivi.</p>
<p>Brindisi, 16 dicembre 2008</p>
<p align="center"><strong>Michele DI SCHIENA</strong></p>
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		<title>Obama: niente sarà più come prima</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2008 12:16:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dopo essersi precipitati a salire sul carro del vincitore, i conservatori di tutti i colori si sono affrettati a sostenere che l&#8217;elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti non comporterà sostanziali cambiamenti come farebbero intravedere, in politica economica, gli annunciati contributi ad alcuni colossi industriali sull&#8217;orlo del fallimento e, in politica estera, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" style="margin-left: 4px; margin-right: 4px;" title="Un murales su Barack Obama - photo by http://www.flickr.com/user/damonabnormal/" src="http://farm4.static.flickr.com/3150/2959155457_ff0a9b9b8e.jpg?v=0" alt="" width="240" height="159" />Dopo essersi precipitati a salire sul carro del vincitore, i conservatori di tutti i colori si sono affrettati a sostenere che l&#8217;elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti non comporterà sostanziali cambiamenti come farebbero intravedere, in politica economica, gli annunciati contributi ad alcuni colossi industriali sull&#8217;orlo del fallimento e, in politica estera, la prudenza subentrata alla svolta ripetutamente proclamata durante la campagna elettorale. Di seguito articolo di <strong>Michele Di Schiena</strong>.<span id="more-658"></span></p>
<p align="center"><strong>Obama: &#8220;niente sarà più come prima&#8221;</strong></p>
<p>Dopo essersi precipitati a salire sul carro del vincitore, i conservatori di tutti i colori si sono affrettati a sostenere che l&#8217;elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti non comporterà sostanziali cambiamenti come farebbero intravedere, in politica economica, gli annunciati contributi ad alcuni colossi industriali sull&#8217;orlo del fallimento e, in politica estera, la prudenza subentrata alla svolta ripetutamente proclamata durante la campagna elettorale. L&#8217;&#8221;eterno ritorno&#8221; insomma della tesi secondo la quale non ci sono disastri economici e tragedie belliche che possano mettere in discussione il capitalismo liberista, sempre in grado di fronteggiare crisi ritenute fisiologiche e di assestamento talvolta aggravate, come quella attuale, da errori ed abusi eliminabili con adeguati aggiustamenti.</p>
<p>Ora, non vi è dubbio che il neoeletto Presidente americano dovrà muoversi con cautela e realismo ma tutto lascia sperare, con buona pace di quanti si ispirano all&#8217;eterno gattopardismo, che il cambiamento ci sarà e toccherà punti strategici del sistema dominante. Obama ha invero impostato ieri tutta la sua campagna elettorale sulla esigenza di una più equa distribuzione della ricchezza ed oggi assicura non solo soccorsi in via di urgenza alle grandi industrie automobilistiche in crisi ma anche sostegno creditizio alle piccole e medie imprese e detassazioni dei redditi familiari fino a 200 mila dollari, accingendosi peraltro a riformare ben 200 decreti varati da Bush in materie di rilevante significato politico. Inoltre il vincitore delle elezioni americane ha ieri denunciato i fallimentari esiti della politica estera statunitense ed oggi si appresta ad accreditare il suo paese sullo scenario internazionale come una grande potenza di solidarietà e di pace.</p>
<p>Ma se così non fosse, se la forza del vecchio dovesse avere la meglio sull&#8217;attesa del nuovo, se le logiche della conservazione dovessero in qualche modo imbrigliare lo slancio innovativo del giovane Presidente o, peggio ancora, se qualche potere occulto (come è avvenuto per Martin Luther King e per i fratelli Kennedy) riuscisse ad eliminarlo fisicamente, ebbene neppure in questa fosca o drammatica ipotesi l&#8217;elezione di Obama cesserebbe di essere un evento eccezionale, una svolta epocale, un mutamento di rotta irreversibile nella storia dell&#8217;umanità. Il figlio nero di un immigrato, il discendente di un popolo povero e spesso schiavizzato, il germoglio statunitense dell&#8217;antica patria africana colonizzata e sfruttata dall&#8217;Occidente, un giovane che ha studiato e lottato contando solo sulle proprie forze è stato portato alla guida della nazione più potente del pianeta col voto strepitoso di milioni di cittadini americani di fedi e culture diverse, di diversa condizione sociale e di diverso colore della pelle .</p>
<p><em>&#8220;Niente sarà più come prima&#8221;</em>: ciò che dopo l&#8217;attentato alle Torri Gemelle si disse ieri con angoscia, va detto oggi all&#8217;insegna dell&#8217;ottimismo e della speranza. E sì, perché siamo di fronte ad un evento straordinario che non è frutto solo delle eccellenti doti personali del neopresidente ma è anche frutto di un moto di popolo, di un sussulto di coscienza civile e democratica del quale il mondo ha oggi grande bisogno, di un segno dei tempi col quale tutti dovranno domani fare i conti. Nessuna illusione perché il cammino verso una democrazia degna di questo nome sarà ancora lungo e faticoso nel mondo e nel nostro Paese dove la politica vincente sembra rivolta più verso il passato che verso il futuro. Ma anche nessuna rassegnazione perché ciò che occorre è un rinnovato impegno incoraggiato dalla speranza che la svolta americana abbia effetti anche da noi e possa aiutarci ad uscire dalle secche del pessimismo e della sfiducia nelle quali siamo da tempo arenati.</p>
<p>Brindisi, 12 novembre 2008</p>
<p align="center"><strong>Michele DI SCHIENA</strong></p>
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		<title>Una diversa politica per affrontare la crisi</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Nov 2008 17:06:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I neoliberisti nostrani oggi, di fronte ad una devastante crisi finanziaria e ad una recessione che colpisce i più deboli, riscoprono sorprendentemente l&#8217;Europa, fingono di prendere le distanze dalla &#8220;loro&#8221; globalizzazione e ricorrono all&#8217;intervento pubblico guidati dalla cinica logica secondo la quale lo Stato serve solo per salvare il capitalismo dalla voracità insita nella sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" style="margin-left: 4px; margin-right: 4px;" title="Unimmagine della Borsa" src="http://www.romagnaoggi.it/public/images/borsa-usa-250.jpg" alt="" width="163" height="163" />I neoliberisti nostrani oggi, di fronte ad una devastante crisi finanziaria e ad una recessione che colpisce i più deboli, riscoprono sorprendentemente l&#8217;Europa, fingono di prendere le distanze dalla &#8220;loro&#8221; globalizzazione e ricorrono all&#8217;intervento pubblico guidati dalla cinica logica secondo la quale lo Stato serve solo per salvare il capitalismo dalla voracità insita nella sua natura che lo porta a divorare se stesso. Di seguito articolo integrale di <strong>Michele Di Schiena</strong><span id="more-622"></span></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong>Una diversa politica per affrontare la crisi</strong></p>
<p>Hanno sostenuto per anni che il liberismo senza regole e senza &#8220;lacci e laccioli&#8221; avrebbe provocato uno sviluppo capace di assicurare benessere economico e migliori condizioni di vita ad un numero crescente di uomini e donne; hanno gridato ai quattro venti che l&#8217;intervento pubblico nell&#8217;economia doveva essere considerato un residuo di superate ideologie destinato ad un rapido e definitivo tramonto; hanno spocchiosamente affermato la superiorità della nostra civiltà sulle altre facendo riecheggiare un &#8220;uber alles&#8221; di nazista memoria; hanno detto che è giusto esportare nei paesi di diversa cultura la nostra democrazia anche ricorrendo alla guerra come si è disastrosamente creduto di fare col fallimentare intervento americano in Iraq; hanno snobbato l&#8217;Europa ponendo la politica estera del nostro Paese al servizio di quella di Bush che oggi viene rigettata dalla maggioranza degli americani.</p>
<p>Ed ancora: sono riusciti a capovolgere perfino il senso delle parole facendo in modo che passassero per &#8220;conservatori&#8221; i progressisti impegnati sul fronte della giustizia sociale e per &#8220;innovatori&#8221; i tutori dell&#8217;eterna &#8220;classe&#8221; dominante, sempre la stessa col mutare dei volti e delle casacche; hanno infine con tutti i mezzi tentato di svuotare la Costituzione dei valori che la collocano all&#8217;avanguardia delle più avanzate costituzioni moderne con l&#8217;intento di fondare la Repubblica non sul lavoro, come prescrive il nostro Statuto, ma su un simulacro della libertà, quella dei pochi privilegiati in danno dei diritti di tutti. La libertà senza confini e senza regole di una &#8220;casta&#8221; di finanzieri e di operatori economici che sullo scenario internazionale controlla i mercati, specula sull&#8217;andamento delle borse e regola a suo piacimento i flussi di capitale ed i tassi di interesse. Tutto questo hanno fatto i neoliberisti nostrani che oggi, di fronte ad una devastante crisi finanziaria e ad una recessione che colpisce i più deboli, riscoprono sorprendentemente l&#8217;Europa, fingono di prendere le distanze dalla &#8220;loro&#8221; globalizzazione e ricorrono all&#8217;intervento pubblico guidati dalla cinica logica secondo la quale lo Stato serve solo per salvare il capitalismo dalla voracità insita nella sua natura che lo porta a divorare se stesso.</p>
<p>Per fronteggiare il disastro che renderebbe più precaria la vita di milioni di uomini non vi è dubbio che gli Stati debbano intervenire sui centri nevralgici della crisi finendo per puntellare enti e strutture che, pur essendo responsabili della crisi medesima, tengono tuttora in mano il destino di tanta gente. Ma dovrebbe trattarsi di provvedimenti d&#8217;emergenza adottati per stato di necessità ed accompagnati da una politica economica diversa che, rifuggendo certo da ogni tentazione dirigistica, sia capace di guardare allo Stato come ad un soggetto attivo nei processi economici e perciò in grado di intervenire, in linea con quanto afferma la Costituzione, per fare in modo che la proprietà privata abbia una funzione <em>&#8220;sociale&#8221;</em> e che l&#8217;iniziativa economica, riconosciuta e garantita come <em>&#8220;libera&#8221;, </em>venga <em>«indirizzata e coordinata a fini sociali»</em>. Una filosofia questa della quale non c&#8217;è traccia nelle scelte del governo Berlusconi che si caratterizza per un ritorno alla vecchia politica economica fatta di tagli alla spesa pubblica che penalizzano gli Enti locali, il welfare e l&#8217;ambiente.</p>
<p>L&#8217;abolizione dell&#8217;Ici sulla prima casa per i più fortunati (per gli altri l&#8217;imposta era già stata eliminata da Prodi) ha infatti comportato la compensazione a carico dello Stato dei relativi introiti perduti dai Comuni con prelievi dal Bilancio che impoveriscono attività e servizi di utilità sociale. Di oltre 30 miliardi di euro sono i tagli progettati per i prossimi tre anni nei settori della sanità, della scuola e degli Enti locali. I redditi dei pensionati e dei lavoratori dipendenti subiscono poi una forte riduzione a causa di una inflazione programmata all&#8217;1,7% mentre quella reale si aggira intorno al 4% e mentre si continua a negare la restituzione del fiscal drag. Per citare solo qualche significativo atto di questa errata politica, vanno sottolineati il ripristino di quel capolavoro di precarietà che è il lavoro &#8220;ad intermittenza&#8221;, l&#8217;indebolimento dei provvedimenti previsti dal Testo Unico in materia di sicurezza sul lavoro e l&#8217;introduzione nelle aziende, in sostituzione dei libri paga e matricola, del &#8220;libro unico&#8221; del lavoro rendendo così più difficoltose le attività ispettive. Una politica discriminatrice portata avanti mentre l&#8217;OCSE ci informa che l&#8217;Italia è ai vertici della graduatoria mondiale delle disuguaglianze tra ricchi e poveri e che da noi le fasce privilegiate hanno un reddito 12 volte più alto di quello dei meno abbienti.</p>
<p>Ne discende che questo Governo, dietro la cortina fumogena degli annunci berlusconiani e dei giochi di prestigio anti-global di Tremonti, sta affrontando la crisi secondo una logica che è l&#8217;opposto di quella che si è tentato di accreditare con lo specchietto per le allodole della Robin Tax: sta togliendo ai poveri per dare ai ricchi e lo fa riuscendo ad ottenere il consenso di una parte di quella povera gente che sta pagando lo scotto di questa politica. E sì, perché si tratta di un consenso che, per l&#8217;abilità di chi lo suscita e lo gestisce, riesce ad alimentare se stesso compensando così le perdite di popolarità alle quali, come nel caso della scuola, l&#8217;Esecutivo va incontro man mano che ceti sociali, categorie e singoli cittadini fanno sofferta esperienza della dura realtà. Si punta insomma a fare in modo che il &#8220;si&#8221; al Governo divenga, come accade nel mondo della moda, una &#8220;tendenza&#8221;. Un&#8217;inclinazione quasi ineluttabile provocata dalle suggestioni di una politica-spettacolo che trova terreno fertile per i suoi successi in quelle aree di opinione pubblica fiaccate nella coscienza dalla cultura dominante e deluse dagli errori di quanti quella cultura avrebbero dovuto e dovrebbero apertamente combattere. Un consenso che, se l&#8217;opposizione saprà fare fino in fondo il suo dovere, potrà presto lasciare il posto ad un inarrestabile tracollo di quella fiducia di cui ha goduto finora il Governo.</p>
<p>Brindisi, 24 ottobre 2008</p>
<p align="center"><strong>Michele DI SCHIENA<br />
</strong></p>
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		<title>&#8220;Ammazzatecitutti&#8221; rischia di chiudere entro un mese</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Sep 2008 10:13:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Se entro il 16 ottobre prossimo, terzo anniversario dell&#8217;omicidio Fortugno e quindi della nostra &#8220;nascita&#8221;, non dovessimo riuscire a sanare ogni passivo saremo costretti a staccarci la spina da soli, archiviando prematuramente questa bellissima esperienza. Con la morte nel cuore. Di seguito l&#8217;appello di Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti. Ogni approfondimento sul sito ammazzatecitutti.org



LETTERA APERTA [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2008/09/ammazzatecitutti.jpg" rel="lightbox[567]"><img class="alignleft size-medium wp-image-568" style="margin-left: 4px; margin-right: 4px;" title="Ammazzatecitutti" src="http://www.asinistra.net/wp-content/uploads/2008/09/ammazzatecitutti.jpg" alt="" width="156" height="125" /></a>Se entro il 16 ottobre prossimo, terzo anniversario dell&#8217;omicidio Fortugno e quindi della nostra &#8220;nascita&#8221;, non dovessimo riuscire a sanare ogni passivo saremo costretti a staccarci la spina da soli, archiviando prematuramente questa bellissima esperienza. Con la morte nel cuore. Di seguito l&#8217;appello di <strong>Aldo Pecora</strong> e <strong>Rosanna Scopelliti</strong>. Ogni approfondimento sul sito <strong><a title="Ammazzatecitutti" href="http://www.ammazzatecitutti.org/">ammazzatecitutti.org</a></strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p><strong></strong><a title="Ammazzatecitutti" href="http://www.ammazzatecitutti.org/" target="_blank"></a><span id="more-567"></span></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>LETTERA APERTA A CHI CI VUOLE BENE</em></strong></p>
<p><em>Cari italiani, care italiane, </em></p>
<p>quando abbiamo deciso di fondare Ammazzateci Tutti, in quel lembo di terra meravigliosa e disgraziata che si chiama <strong>Calabria</strong>, abbiamo cercato di concentrare le poche, pochissime risorse disponibili e le tante, tantissime speranze, di tutta quella gente che non ce la faceva più a vivere &#8220;<strong><em>incellophanata</em></strong><em>&#8220;</em> dall&#8217;<strong>omertà</strong> e, soprattutto, dalla <strong>paura</strong>.</p>
<p><strong>Per essere davvero liberi non ci siamo mai voluti legare a nessun carrozzone, né politico né imprenditoriale. </strong>Solo con il tempo abbiamo capito che è stata una scelta coraggiosa, una sfida più grande di noi, che ha certamente appesantito - non di poco - le già tante preoccupazioni che avevamo comunque messo in conto.</p>
<p>Pensate, invece, come sarebbe stato fin troppo conveniente e facile per noi sceglierci uno o più &#8220;Mecenate&#8221;, anche i meno peggiori e, nel portare silenziosamente acqua al loro mulino, ottenerne laute ricompense in termini economico-logistici (apertura sedi, pubbliche relazioni con gente che conta, produzione di gadget, pianificazione di campagne pubblicitarie,  ecc..).</p>
<p>Ma abbiamo fatto la scelta di essere come gli <strong><em>straccioni di Valmy</em></strong>, abbiamo scelto di combattere contro <strong>mostri pieni di soldi e di potere</strong>, anche <strong>indicandoli con nome e cognome</strong>, a nostro rischio e pericolo, facendo ogni giorno la nostra parte anche se rimanevamo e rimaniamo sempre più ai margini dello studio, delle professioni, delle assunzioni, dei diritti di cittadini, mentre chi ha  certamente <strong>meno titoli ma più amici</strong> nelle stanze del potere riesce a laurearsi, ottiene consulenze, incarichi, sponsorizzazioni. E il loro &#8220;esercito&#8221; diventa ogni giorno più potente ed incontrastabile, mentre il nostro fa i<strong> salti mortali </strong>per riuscire a sopravvivere e sostenere anche l&#8217;azione di magistrati ed uomini delle forze dell&#8217;ordine coraggiosi che si trovano finanche nella situazione di dover pagare loro la benzina delle auto di servizio o i toner nelle fotocopiatrici di caserme, commissariati e Procure.</p>
<p>Adesso bisogna ragionare seriamente sul ruolo e l&#8217;incisività che Ammazzateci Tutti può rappresentare in Italia oggi e domani, se e quanto valga la pena continuare.E lo facciamo iniziando a fare i cosiddetti &#8220;conti&#8221;: se in termini di consenso e sensibilizzazione il bilancio è in segno positivo ed in netta ascesa costante (partendo dalla Calabria <strong>oggi siamo in più di 8.000 ragazzi e ragazze in tutta Italia</strong>, dalla Lombardia, alla Sicilia, al Lazio, al Veneto, alla Puglia, al Piemonte, alla Campania), non possiamo dire altrettanto in termini di <strong>spese vive </strong>sostenute per mantenere aperta la baracca.</p>
<p>L&#8217;idea di portare sul web e nei territori le nostre rivendicazioni, la nostra voglia di gridare al mondo intero che l&#8217;Italia non è solo mafia, che non è colpa nostra se emergono sempre e solo i nostri peggiori concittadini, ci hanno portato a scommettere (e rischiare) <strong>sulla nostra stessa pelle </strong>il prezzo dell&#8217;impegno che ci siamo assunti tre anni fa di fronte a tutti gli italiani onesti.</p>
<p>E come se non bastassero le <strong>querele</strong>, le preoccupazioni, le <strong>intimidazioni</strong> implicite ed esplicite alle quali siamo ormai abituati, adesso ci troviamo nella situazione in cui - lo diciamo chiaramente - <strong>non possiamo più permetterci il &#8220;lusso&#8221; di continuare</strong> con le nostre attività sui territori e quelle telematiche.</p>
<p>Partiamo dal nostro sito internet, generosamente ospitato gratuitamente sin dalla nascita su un piccolo server di una azienda calabrese alla quale abbiamo procurato, con la nostra presenza, solo e soltanto danni e preoccupazioni.</p>
<p>Ci hanno defacciato il sito per decine di volte, siamo stati vittime di ben <strong>5 attacchi informatici</strong>, dei quali due violentissimi (che hanno costretto l&#8217;azienda a <strong>buttare il server </strong>ed acquistarne uno nuovo)  ed ora, proprio ieri, veniamo a sapere che, sempre a causa nostra, alcuni pirati informatici sono riusciti a violare nuovamente il server trasformandolo questa volta in uno &#8220;<em>zombie</em>&#8221; (così si definisce in gergo tecnico) atto a frodare migliaia di persone in tutto il mondo mediante <strong><em>phishing</em></strong> su conti bancari esteri. Per capire meglio la gravità della situazione basti pensare che siamo stati contattati direttamente dai responsabili della sicurezza informatica di due importanti<strong> istituti bancari in Australia ed il Belgio</strong>, i quali hanno anche tenuto ad informarci delle <strong>responsabilità penali</strong> di fronte alla legge nostre e dell&#8217;azienda che ci ospita.</p>
<p>Quantificare ora il danno economico e quello eventualmente penale, ci porta inevitabilmente a stabilire che la nostra esistenza dovrà essere indipendente da ogni preoccupazione futura e, quindi, essere disposti anche a trarne le estreme conseguenze: partendo dalla <strong>chiusura di Ammazzatecitutti.org </strong>e degli spazi di comunicazione ad esso collegati (forum, ecc..).</p>
<p>A questi conti che non tornano dobbiamo aggiungere diverse <strong>migliaia di euro di debiti</strong> contratti (anche personalmente) nell&#8217;organizzazione delle nostre iniziative (sostenute solo parzialmente dalle poche Istituzioni alle quali ci siamo rivolti).</p>
<p>Senza contare il fatto che ormai <strong>i nostri ragazzi stanno devolvendo interamente alla causa le loro paghette</strong> settimanali in ricariche telefoniche e fotocopie. Per questo ci appelliamo a tutti voi, chiedendovi un piccolo grande gesto di solidarietà; <strong>diventate  nostri &#8220;azionisti&#8221;, almeno noi cercheremo di non fare la fine di Parmalat e Alitalia.</strong></p>
<p>Non parliamo di milioni, a conti fatti basterebbero <strong>30 mila euro</strong> per farci riprendere fiato e metterci in condizione di fissare obiettivi di medio-lungo termine.</p>
<p><strong>Lo facciamo stabilendo una data simbolica: il 16 ottobre prossimo, terzo anniversario dell&#8217;omicidio Fortugno e quindi della nostra &#8220;nascita&#8221;. Se entro questa data non dovessimo riuscire a sanare ogni passivo saremo costretti a staccarci la spina da soli, archiviando prematuramente questa bellissima esperienza. Con la morte nel cuore.</strong></p>
<p>Dobbiamo dimostrarci <strong>persone serie</strong>, soprattutto con chi ci guarda da sempre con ammirazione, stima ed aspettative che non meritiamo, perché, come dice spesso <strong>Monsignor Giancarlo Bregantini</strong>, <em>«non basta sperare, bisogna saper organizzare la speranza»</em> ed evidentemente noi abbiamo fallito, non riuscendo ad organizzare degnamente le speranze di tutti noi, di tutti voi.</p>
<p>mercoledì 17 settembre 2008</p>
<p align="right"><strong><em>Aldo Pecora<br />
Rosanna Scopelliti</em></strong><em><br />
Coordinamento nazionale &#8220;Ammazzateci Tutti&#8221; </em>
</p>
<p align="right">
<p><strong>Si può sostenere Ammazzateci Tutti in 4 modi:</strong></p>
<p><strong>ON-LINE CON CARTA DI CREDITO</strong></p>
<p><strong>BONIFICO BANCARIO</strong><br />
inviando un bonifico bancario su BancoPosta intestato a:<br />
<strong><a href="http://ass.ne/" target="_blank">ASS.NE</a> &#8220;I RAGAZZI DI LOCRI - AMMAZZATECI TUTTI&#8221;</strong><br />
<strong>IBAN: IT14X0760103200000080253792 </strong><br />
<strong>ABI 7601 - CAB 3200 - c/c n. 80253792 </strong>- <strong>CIN: X </strong><br />
inserendo nella causale &#8220;<em>Donazione Autofinanziamento 2008/2009</em>&#8221;<br />
<em>Per i bonifici dall&#8217;Estero inserire il <strong>CODICE BIC/SWIFT </strong></em><strong>BPPIITRRXXX </strong></p>
<p><strong>BOLLETTINO DI CONTO CORRENTE POSTALE</strong><strong><br />
inviare un bollettino di c/c postale intestato a:<br />
ASS.NE &#8220;I RAGAZZI DI LOCRI - AMMAZZATECI TUTTI&#8221;<br />
conto corrente postale n. 8 0 2 5 3 7 9 2<br />
inserendo nella causale &#8220;<em>Donazione Autofinanziamento 2008/2009</em>&#8220;</strong></p>
<p><strong>VERSAMENTO SU CARTA &#8220;POSTEPAY&#8221;</strong><strong> </strong><strong>n. 4023 6004 6083 8552</strong></p>
<p><strong>Le donazioni a favore del Movimento sono deducibili</strong>, per maggiori informazioni <a href="http://www.ammazzatecitutti.org/sostieni-ammazzateci-tutti.php" target="_blank">consulta la pagina dell&#8217;Autofinanziamento</a>.</p>
<p>Una volta effettuata la donazione vi preghiamo di segnalare il versamento dell&#8217;importo all&#8217;indirizzo e-mail <a href="mailto:donazioni@ammazzatecitutti.org" target="_blank">donazioni@ammazzatecitutti.org</a> Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo, al fine di avere regolare riscontro dell&#8217;importo versato.<br />
I nominativi e l&#8217;ammontare delle donazioni ricevute saranno aggiornati costantemente sul nostro sito internet, salvo diversa indicazione da parte dei singoli donatori.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Se possibile, fate girare questo appello.</strong></p>
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		<title>Testimonianza dal Kenia in rivolta</title>
		<link>http://www.asinistra.net/2008/01/07/testimonianza-dal-kenia-in-rivolta/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Jan 2008 15:23:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Dal Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal sito dell&#39;Associazione Huipalas, riprendiamo e rilanciamo la drammatica testimonianza diretta di Paolo Latorre, missionario comboniano a Korogocho - Kenya, sui drammatici sviluppi dello scontro in atto.
 

Testimonianza dal Kenia in rivolta 
La situazione del Kenya in questo momento &#232; molto critica. Ci sono scontri nelle maggiori citt&#224; del Kenya, e il rischio &#232; che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.asinistra.net/media/1/kenya.jpg" border="0" alt="Il Kenya in rivolta" title="Il Kenya in rivolta" hspace="4" width="185" height="134" align="right" />Dal sito dell&#39;<u><a href="http://www.huipalas.it/" target="_blank" title="Associazione Huipalas">Associazione Huipalas</a></u>, riprendiamo e rilanciamo la drammatica testimonianza diretta di <strong>Paolo Latorre</strong>, missionario comboniano a <strong>Korogocho - Kenya</strong>, sui drammatici sviluppi dello scontro in atto.</p>
<p> <span id="more-373"></span><br />
<hr />
<p align="center"><strong>Testimonianza dal Kenia in rivolta</strong> </p>
<p>La situazione del Kenya in questo momento &egrave; molto critica. Ci sono scontri nelle maggiori citt&agrave; del Kenya, e il rischio &egrave; che questi scontri gi&agrave; cruenti tra le due trib&ugrave; si inaspriscano. Qui a Korogocho abbiamo vissuto momenti molto drammatici, la nostra comunit&agrave; &egrave; situata al centro delle aree dove sono situate le due trib&ugrave;, l&#39;odio &egrave; fomentato dai fatti e anche da false informazioni, e questo fa partire attacchi da l&#39;una come dall&#39;altra parte.</p>
<p>Cerco ora di fare una rapida cronologia degli eventi in questi ultimi giorni.</p>
<p><strong>27-12-07</strong>: Giorno delle elezioni tanto atteso. Le elezioni si sono svolte con ordine e calma.</p>
<p><strong>28-12-07</strong>: tutti aspettano la proclamazione del vincitore dopo lo spoglio dei voti che viene seguito in diretta dalle tv statali e locali private. Raila sembra essere in testa con circa 1 milione di voti in pi&ugrave;. L&#39;annuncio dei risultati da parte della commissione elettorale viene rinviata varie volte e poi annunciata per il giorno seguente.</p>
<p><strong>29-12-07</strong>: Gi&agrave; in mattinata la tensione aumenta in citt&agrave; e poi scontri si svolgono a Kibera che &egrave; la circoscrizione di Raila. La tensione aumenta man mano che i voti di Kibaki crescono e raggiungono quelli di Raila per poi superarli nella mattinata successiva. La notte &egrave; turbolenta in varie parti della citt&agrave;, specialmente negli slums. Qui a Korogocho il bilancio &egrave; di 7 morti di etnia Luo tra cui due bambini</p>
<p><strong>30-12-07</strong>: si attende l&#39;annuncio della commissione elettorale, ma nel frattempo si capisce chiaramente che da parte di Kibaki ci sono stati brogli. Il tutto sembra inverosimile poich&eacute; tra i grandi perdenti ci sono 21 ministri pi&ugrave; molti parlamentari fedeli a Kibaki; non &egrave; possibile che i Keniani abbiano votato cos&igrave; maldestramente!! In serata avviene il giuramento di Kibaki a porte chiuse nella State House alla presenza di pochi rappresentanti aprendo cos&igrave; una grave crisi politica e sociale per il paese. Immediatamente dopo l&#39;annuncio del nuovo presidente in molte citt&agrave; come Kisumu, Eldoret e altre le violenze e scontri con la polizia portano a 124 il numero dei morti in un giorno solo.</p>
<p><strong>31-12-07</strong>: alle 6 del mattino I Luo di Korogocho sferrano un&#39;offensiva verso i Kikuyu, per vendicare i 7 morti. Questo comunque &egrave; il trend di queste ore in tutto il Kenya. Con p. Daniele e altri pastori della zona cerchiamo di fare una trattativa di pace, poi una processione pacifica gridando AMANI KWA WOTE WAKENYA (PACE PER TUTTI I KENYANI) e  cercando di dialogare con tutti i gruppi di giovani che si sono armati di machete e bastoni per difendere e/o attaccare. Attorno a noi respiriamo rabbia e tensione altissima, mentre il gruppo dei pacifisti si fa sempre pi&ugrave; esiguo comprensibilmente. Ci rendiamo conto che questa &egrave; una guerra tra poveri, che sono strumentalizzati dalla politica che qui come altrove trae giovamento dalla divisione per imperare meglio, poi tra questi giovani arrabbiati per i brogli ci sono anche ladri che traggono vantaggio dalla situazione per rubare e saccheggiare. Finalmente si raggiunge una tregua che ha come frutto una notte di S. Silvestro silenziosissima, un silenzio surreale, neanche un grido di gioia per il 2008 che da i suoi primi vagiti. Le iniziative di dialogo si tengono un po&#39; dappertutto ma tranne ai vertici, Kibaki non dice niente, sta zitto, un silenzio colpevole!!!</p>
<p><strong>1-01-08</strong>: la tensione &egrave; alta, poca gente viene a messa nella chiesa di St. John dove con p. Daniele celebriamo la messa per il giorno della Pace, anche per strada c&#39;&egrave; poca gente. Si comincia ad avvertire la mancanza di viveri, i negozi sono chiusi per paura o perch&eacute; saccheggiati; le donne per strada non siedono davanti alle loro solite pentole di fagioli e mais (Githeri) o pesce fritto. La situazione si fa confusa perch&eacute; ci sono spauracchi e voci distorte di attacchi da parte di bande che vengono da fuori, ci&ograve; crea allarme nelle comunit&agrave;. In tutto il paese si svolgono atti di violenza verso i Kikuyu come anche verso i Luo. Il pi&ugrave; grave &egrave; quello di Eldoret (citt&agrave; a nordovest del paese) dove in una chiesa (Assembly of God) 200 persone Kikuyu si rifugiano e 50 vengono arse vive. Molti i bambini e le donne. Nonostante tutto questo Kibaki tace.</p>
<p>Dati i fatti e le dichiarazioni ufficiali di brogli e data la strategica posizione del Kenya nell&#39;Africa dell&#39;est si ritiene importante un intervento della comunit&agrave; internazionale che faccia capire a Kibaki di mettersi da parte e di lasciar spazio ad un Governo di unit&agrave; nazionale, che rispetti la volont&agrave; della popolazione espressa con il voto del 27-12-07.</p>
<p>Come missionario in questi giorni sento di aver fatto ci&ograve; che &egrave; normale e ordinario per un cristiano: restare con la gente nelle sue gioie e nei suoi dolori per testimoniare la presenza dell&#39;Emanuele, Dio con noi. Se l&#39;amore di Cristo ci spinge in acque profonde non possiamo non stare in mezzo a queste situazioni per essere segno di speranza. La costruzione della pace e della convivialit&agrave; passa da questi crocevia e qui bisogna esserci!! E poi tale pace e convivialit&agrave; sono una delle poche vie possibili per un mondo nuovo dove ogni donna, uomo, bambino possono essere resi degni dei loro diritti ed educati ai loro doveri.</p>
<p>Tornando alla situazione del Kenya, non sappiamo se il peggio &egrave; passato o deve ancora venire, quel che sentiamo da questa baraccopoli &egrave; che il futuro non pu&ograve; essere scritto senza i poveri, gli esclusi. La politica internazionale dovrebbe imparare da tempi duri come questi del Kenya o del Rwanda o del Congo, Medio Oriente ecc. per promuovere un&#39;azione politica capace di diventare una &quot;alta forma di Carit&agrave;&quot; come dicevano all&#39;unisono G. Lapira e Paolo VI.</p>
<p>Grazie a quanti stanno pregando per noi missionari in Kenya, cos&igrave; ci aiutano ad essere segno di speranza e tenerezza di Dio.</p>
<p align="right"><strong>Paolo Latorre missionario comboniano - Korogocho - Kenya</strong></p>
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		<title>Le elezioni francesi e la missione della sinistra</title>
		<link>http://www.asinistra.net/2007/05/13/le-elezioni-francesi-e-la-missione-della-sinistra/</link>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2007 20:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Dal Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[I risultati della consultazione popolare francese per l&#39;elezione del Presidente della Repubblica sono stati commentati nelle ottiche, spesso ristrette, della vicenda politica nostrana segnata dalle competizioni in atto tra le forze politiche dentro e fuori gli schieramenti del centrodestra e del centrosinistra. Di seguito intervento integrale di Michele Di Schiena. 

Le elezioni francesi e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.asinistra.net/media/1/segolene_royal.jpg" border="0" alt="Segolene Royal" title="Segolene Royal" hspace="4" width="88" height="127" align="left" />I risultati della consultazione popolare francese per l&#39;elezione del Presidente della Repubblica sono stati commentati nelle ottiche, spesso ristrette, della vicenda politica nostrana segnata dalle competizioni in atto tra le forze politiche dentro e fuori gli schieramenti del centrodestra e del centrosinistra. Di seguito intervento integrale di <strong>Michele Di Schiena</strong>.<br /> <span id="more-284"></span><br />
<hr />
<p align="center"><strong>Le elezioni francesi e la missione della sinistra</strong></p>
<p>I risultati della consultazione popolare francese per l&#39;elezione del Presidente della Repubblica sono stati commentati nelle ottiche, spesso ristrette, della vicenda politica nostrana segnata dalle competizioni in atto tra le forze politiche dentro e fuori gli schieramenti del centrodestra e del centrosinistra. Comune &egrave; stata la sottolineatura del successo ottenuto da Nicolas Sarkozj e della sconfitta, considerata pesante, subita da S&eacute;gol&egrave;ne Royal. Ma per il resto c&#39;&egrave; stata una gara nell&#39;interpretare il responso elettorale ad <em>usum delfini</em>. L&#39;on.le Berlusconi ed il suo entourage vi hanno visto l&#39;inarrestabile declino della sinistra in Europa mentre i maggiori esponenti dell&#39;Unione hanno con vari accenti parlato di errori commessi dalla Royal, dal Partito Socialista e, pi&ugrave; in generale, dallo schieramento progressista francese nelle sue diverse componenti.</p>
<p>Guardando poi dentro le due coalizioni si coglie a destra l&#39;utilizzo dell&#39;esito delle elezioni francesi da parte di Forza Italia, di Alleanza Nazionale e della Lega (quest&#39;ultima con qualche sottolineatura dettata da preoccupazioni identitarie) per evidenziare, in implicita polemica con l&#39;UDC, la forza unitaria della destra francese a fronte della sostanziale irrilevanza politica del pur consistente raggruppamento guidato dal centrista Fran&ccedil;ois Bayrou. E ci&ograve; mentre l&#39;on.le Casini si rifugia nell&#39;interpretare il successo di Sarkozj come un grande risultato del Partito Popolare Europeo rivendicando un ruolo decisivo di equilibrio al &quot;centro&quot; moderato in Europa ed in Italia. Nell&#39;Unione infine l&#39;area del nascituro Partito Democratico si &egrave; subito prodotta nella esaltazione del carattere strategico del rapporto tra centro e sinistra moderata indicato come la <em>&laquo;nuova frontiera di ogni politica di progresso&raquo;</em> con il corollario dell&#39;esigenza che questa sinistra, attraverso un processo di mutazione genetica, debba rinunciare alla propria identit&agrave; e scioglierla nella miscela riformista. D&#39;altra parte, la sinistra di alternativa appare preoccupata a causa del segnale francese e per bocca del Presidente Bertinotti auspica la sua ricostruzione in una <em>&laquo;soggettivit&agrave; unitaria e pluralistica&raquo;</em> indicando l&#39;obiettivo di una nuova sinistra capace di recuperare la propria connotazione sociale per esercitare un&#39;influenza egemonizzante sulla cultura politica del Paese.</p>
<p>Ma il voto presidenziale francese &egrave; da considerare davvero, come la destra berlusconiana si &egrave; affrettata a sostenere provocando diffuse suggestioni, un duro colpo inferto alle speranze della sinistra europea ed italiana? C&#39;&egrave; invero da dubitarne ove si consideri che, nonostante le sue tante divisioni ed i suoi tanti errori, lo schieramento progressista francese ha ottenuto, in un Paese ancora suggestionato dal sogno della <em>&quot;grandeur&quot;</em> con le connesse inclinazioni conservatrici, un non trascurabile 47% dei suffragi conquistando quindi un consenso molto vicino alla met&agrave; del corpo elettorale. Un risultato significativo dal quale, come ha detto la candidata sconfitta, la sinistra francese pu&ograve; ripartire in vista della sua ripresa interpretando e portando avanti la protesta popolare sempre viva e forte in una societ&agrave; complessa e per molti aspetti contraddittoria. In ogni caso, quale che siano le opinioni sul voto francese, le ragioni per le quali la sinistra deve ritrovare la sua unit&agrave; ed investire tutte le energie nella &quot;sua&quot; missione sono ben pi&ugrave; profonde e trovano la loro origine nella tragica situazione planetaria.</p>
<p><em>&laquo;Ci&ograve; che i profeti del turbocapitalismo celebrano, predicano e chiedono &egrave; che l&#39;impresa privata sia completamente liberata da regolamentazioni governative, senza intromissioni da parte dei sindacati, senza pastoie sentimentalistiche sui destini dei lavoratori e di intere comunit&agrave; e senza precisare nulla sulla distribuzione della ricchezza &#8230; Permettere al turbocapitalismo di avanzare senza ostacoli significa disintegrare la societ&agrave; in piccole &eacute;lite di vincitori e masse di perdenti&raquo;</em>: &egrave; questa la confessione che qualche anno addietro si lasciava sfuggire in una sua pubblicazione (<em>&quot;La dittatura del capitalismo&quot;</em>, Mondadori, 1999) Edward Luttwak, noto esperto del Pentagono e profeta anch&#39;egli del neoliberismo, il quale aggiungeva che la disperazione provocata dall&#39;imperante capitalismo comporta inesorabilmente la repressione dei <em>&laquo;perdenti insubordinati&raquo;</em>. Una repressione che si esprime, all&#39;interno dei singoli stati, con la compressione dei diritti essenziali, l&#39;abbattimento delle tutele sociali ed il restringimento degli spazi di libert&agrave; per i dissenzienti e, sul piano internazionale, con le guerre &quot;preventive&quot; rivolte a controllare masse di diseredati ed a sintonizzare sugli interessi del &quot;pensiero unico&quot; culture diverse e popoli disobbedienti. Maturare nelle proprie coscienze la consapevolezza dell&#39;estrema iniquit&agrave; e dell&#39;assoluta intollerabilit&agrave; del sistema dominante e diffondere in ogni direzione tale consapevolezza: dovrebbe essere questa la pista di lancio di quella <em>&laquo;nuova cultura politica&raquo;</em> e di quel <em>&laquo;nuovo senso comune&raquo;</em> che la sinistra, accantonando complessi e divisioni, &egrave; chiamata a costruire rifondando se stessa.</p>
<p>Brindisi, 12 maggio 2007</p>
<p><strong>Michele DI SCHIENA</strong></p>
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		<title>L&#8217;esecuzione di Saddam: pena di morte e guerra figlie della stessa cultura</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Jan 2007 15:04:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Saddam Hussein &#232; stato senza dubbio un sanguinario dittatore che si &#232; reso responsabile di migliaia di morti ma chi oggi si compiace o esulta per la sua esecuzione ha anch&#39;egli, in qualche modo, le mani macchiate di sangue per le stragi, le mutilazioni e le sofferenze provocate da una guerra tuttora in corso scatenata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.asinistra.net/media/1/rumsfeld_saddam.jpg" border="0" hspace="5" width="178" height="119" align="left" />Saddam Hussein &egrave; stato senza dubbio un sanguinario dittatore che si &egrave; reso responsabile di migliaia di morti ma chi oggi si compiace o esulta per la sua esecuzione ha anch&#39;egli, in qualche modo, le mani macchiate di sangue per le stragi, le mutilazioni e le sofferenze provocate da una guerra tuttora in corso scatenata sulla base di false motivazioni e condotta con metodi brutali. Commento di <strong>Michele DI SCHIENA</strong></p>
<p> <span id="more-230"></span><br />
<hr />
<p align="center"><strong>L&#39;esecuzione di Saddam: pena di morte e guerra figlie della stessa cultura</strong></p>
<p>L&#39;esecuzione della condanna a morte di Saddam Hussein ha provocato la disapprovazione dei governi democratici di tutto il mondo fatta eccezione per il compiacimento del Presidente Bush secondo il quale si sarebbe trattato di un &laquo;atto di giustizia&raquo; e per il Governo inglese che si &egrave; prodotto in imbarazzate dichiarazioni col cuore diviso tra la fedelt&agrave; ancillare alla Casa Bianca ed il dovere della coerenza con la scelta dell&#39;ordinamento britannico che rifiuta la pena capitale. La brutale uccisione dell&#39;ex leader iracheno a seguito di un processo-farsa, condotto sostanzialmente su commissione statunitense e dall&#39;esito scontato, &egrave; stato deplorato da tutte le pi&ugrave; autorevoli cattedre morali e religiose ed ha, per converso, suscitato isolate e sparute manifestazioni di lugubre esultanza dettate da servilismo verso i &quot;nuovi padroni&quot; o da spirito di odio e di vendetta verso l&#39;ex leader iracheno.</p>
<p>Saddam Hussein &egrave; stato senza dubbio un sanguinario dittatore che si &egrave; reso responsabile di migliaia di morti ma chi oggi si compiace o esulta per la sua esecuzione ha anch&#39;egli, in qualche modo, le mani macchiate di sangue per le stragi, le mutilazioni e le sofferenze provocate da una guerra tuttora in corso scatenata sulla base di false motivazioni e condotta con metodi brutali. Un conflitto che ha aggravato i problemi in Iraq ed in tutto il Medio Oriente ed ha potenziato il terrorismo allargando a dismisura la sua sfera di influenza e di azione. L&#39;esecuzione di Saddam, lungi dall&#39;essere un &laquo;atto di giustizia&raquo;, &egrave; quindi un atto di incivilt&agrave;, un nuovo gravissimo errore politico ed un irresponsabile regalo ai fautori della guerra infinita e dell&#39;infinito terrorismo.</p>
<p>Ma l&#39;uccisione dell&#39;ex dittatore iracheno, per il clamore che l&#39;ha accompagnata e per l&#39;attenzione con la quale &egrave; stata seguita, &egrave; anche una brutale riaffermazione, operata al cospetto dell&#39;opinione pubblica mondiale, della pena di morte e delle logiche di odio e di vendetta che la motivano. Abbruniamo perci&ograve; i nostri pensieri e le nostre speranze e ci segniamo a lutto per protestare contro la pena di morte come sanzione penale e contro la pena di morte come scelta politico-militare, vale a dire contro la guerra che si traduce in una pena di morte di massa inflitta indistintamente a presunti colpevoli ed a sicuri innocenti senza neppure il rispetto formale di codici ed al di fuori di qualsiasi processo. La pena di morte e la guerra accrescono il tasso di violenza da cui &egrave; affetta l&#39;umanit&agrave; calpestando la giustizia, mortificando la ragione ed offendendo la piet&agrave;. L&#39;una e l&#39;altra sono figlie naturali di una diffusa cultura della violenza che oggi pervade ampie zone del pianeta e che sembra ispirare la politica dell&#39;attuale amministrazione statunitense.</p>
<p>Ed &egrave; proprio la cultura della violenza, applicata ai rapporti economici, la matrice di quel capitalismo moderno e di quel liberismo selvaggio dai quali l&#39;Italia e l&#39;Europa tardano purtroppo a prendere le dovute distanze per proporre al mondo un modello diverso di civilt&agrave; fondato sulla non-violenza e sulla solidariet&agrave; fra tutti gli uomini. Un modello diverso da quello che, come scriveva il profetico vescovo pugliese don Tonino Bello, ci mette continuamente sotto gli occhi &laquo;la croce delle grandi masse di tutta la Terra. Discriminate dalle leggi marziali del mercato. Indebolite fino all&#39;assurdo. Condannate dalle centrali del capitalismo mondiale a non risollevarsi mai, a rimanere sempre subalterne, a diventare sempre pi&ugrave; schiave, sempre pi&ugrave; umiliate, sempre pi&ugrave; offese&raquo;.</p>
<p>Per battere la cultura della prevaricazione e della violenza le ondate emotive di indignazione e di sdegno, le fiaccolate e le veglie, gli appelli e gli alti moniti non bastano pi&ugrave; se non si dimostrano in grado di convertirsi in scelte ed in moti di combattiva coscienza civile e politica, Che questa conversione possa avvenire il pi&ugrave; presto possibile &egrave; l&#39;augurio che dovremmo farci all&#39;inizio di questo anno che si annuncia difficile e carico di eventi.</p>
<p>Brindisi, 02 gennaio 2007</p>
<p align="center"><strong>Michele DI SCHIENA</strong></p>
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		<title>In memoria di Anna Politkovskaja</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Oct 2006 10:13:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Dal Mondo]]></category>

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Un omicidio orribile di una donna coraggiosa e di una giornalista libera scuote le nostre coscienze incoraggiandoci a continuare la battaglia per la &#8220;libertà&#8221; di opinione e di informazione in un mondo &#8220;globalizzato&#8221; che, in ogni latitudine, corrompe e spinge al silenzio. Raccontare la verità è oggi, nella società delle news sui telefonini e dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="rightbox"><img src="/media/1/anna_politk.jpg" alt="anna_politk.jpg" title="Anna Politkovskaja" height="238" width="160" /></div>
<p>Un omicidio orribile di una donna coraggiosa e di una giornalista libera scuote le nostre coscienze incoraggiandoci a continuare la battaglia per la &#8220;libertà&#8221; di opinione e di informazione in un mondo &#8220;globalizzato&#8221; che, in ogni latitudine, corrompe e spinge al silenzio. Raccontare la verità è oggi, nella società delle news sui telefonini e dei mille notiziari al giorno, tremendamente più difficile di ieri. Anche grazie alla diminuzione di professionisti coraggiosi che sacrificano presto la loro indipendenza sull&#8217;altare del potere e la pigrizia di una opinione pubblica che non ama approfondire e conoscere.<br />L&#8217;omicidio di <b>Anna Politkovskaja</b> ci riguarda e non vogliamo dimenticarlo. Insieme con lei - e con tutte le persone &#8220;indipendenti&#8221; di ogni orientamento politico e culturale - da questa periferia di mondo vogliamo &#8220;gridare&#8221; a chi ci legge cosa nasconde la dittatura di Vladimir Putin, amico di quell&#8217;Occidente che si straccia le vesti per la &#8220;falsa libertà&#8221;. Ed è amaro constatare il ripetersi della storia, nei confronti dell&#8217;impero russo oggi e sovietico ieri, che ha sempre avuto i suoi vassalli.<br />Documentiamo e ricordiamo chi era <b>Anna Politkovskaja</b> e cosa fatto con due articoli tratti da <span style="font-style: italic;"><a href="http://www.ilmanifesto.it" >il Manifesto</a></span> di domenica 8 ottobre ed un saggio apparso su <a style="font-style: italic;" href="http://www.internazionale.it">Internazionale</a> di due anni fa. <span id="more-191"></span><br />
<hr style="width: 100%; height: 2px;">
<div style="text-align: center;"><b>Niente giornalista niente problema</b><br style="font-weight: bold;" /><span style="font-size:8pt;"><span style="font-style: italic;">Astrit Dakli - tratto da <a href="http://www.ilmanifesto.it" >Il Manifesto</a> dell&#8217;8 ottobre 2006</span></span></div>
<p>Non è difficile uccidere dei giornalisti. Fanno un mestiere che li espone all&#8217;odio e circolano indifesi. Si può perfino usare la loro uccisione per fare un regalo di compleanno, come quello che Vladimir Putin ha ricevuto ieri per i suoi 54 anni: la testa di <b>Anna Politkovskaja</b>, la più feroce critica del suo regime. Forse è un regalo avvelenato, che se lo sia ordinato da solo o che gli sia stato fatto da altri: tutti attribuiranno comunque al presidente russo la responsabilità di questo assassinio e non è gradevole neppure per un ex agente del Kgb vedere la propria firma messa in calce a un omicidio illustre - anche se in Russia uccidere giornalisti scomodi è ormai una tradizione. Poco cambia se, come è probabile, l&#8217;ideazione e l&#8217;attuazione di questo delitto vengono dalle alte sfere delle forze armate (di cui Anna Politkovskaja ha troppe volte messo a nudo la ferocia, l&#8217;incompetenza e l&#8217;avidità di denaro e di potere) più che direttamente dal Cremlino.</p>
<p>Non è stato certo difficile uccidere questa giornalista. Sparare nell&#8217;ascensore di casa sua a una donna priva di ogni difesa è un gioco da ragazzi; quanto all&#8217;inchiesta, già il fatto che l&#8217;omicida non abbia avuto problemi a lasciar sul posto pistola e cartucce e a farsi vedere da alcuni testimoni fa capire che essa non andrà lontano. Del resto, non ci sarà un&#8217;ondata di indignazione per questo omicidio. Chi denuncia le malefatte dei militari in Cecenia o le collusioni tra mafiosi, giudici e politici non è molto popolare: è solo un «rompicazzo», come Anna veniva elegantemente definita. Vladimir Putin nei mesi scorsi ha fatto un repulisti nella Procura generale, da tempo accusata da tutte le parti (compresa Anna Politkovskaja) di essere troppo al servizio del Cremlino: ma i nuovi arrivati, procuratore capo in testa, sono ancor più fedeli al presidente di coloro che sono stati rimossi. Qualcuno vuol scommettere sugli esiti di questa inchiesta?</p>
<p>Non è mai difficile uccidere dei giornalisti, soprattutto se sono persone libere, che vogliono fare il loro mestiere fino in fondo e raccontare le cose che il potere - quello dei grandi boss mondiali come quello dei piccoli boss di quartiere - vuole invece tenere nascoste. Due esempi freschi: ieri a nord di Kabul, in una zona che il regime afghano e la Nato definiscono «calma» e che è controllata da signori della guerra locali, sono stati uccisi due reporter tedeschi di Deutsche Welle. Volevano vedere cosa succedeva lì; ovviamente non avevano alcuna scorta. Il mese scorso in un carcere di Ashgabad (Turkmenistan) è stata uccisa Ogulsapar Muradova, giornalista turkmena molto critica del regime satrapico imposto da Saparmurat Niyazov al suo paese: non era accusata di niente, ma la sua voce dava fastidio - meglio arrestarla e strangolarla, senza neanche simulare, come a casa dell&#8217;amico Putin, un omicidio ad opera di ignoti.</p>
<p>P.S. La politica degli editori verso i giornalisti, qui a casa nostra, rivela (senza sangue e violenza, certo) la stessa ansia di normalizzare e conformare che sta dietro l&#8217;omicidio di Mosca. I giorni di blackout informativo che abbiamo alle spalle - lo sciopero dei giornalisti contro il precariato dilagante e per un nuovo contratto - testimoniano che anche nelle redazioni dei paesi «liberi» si preferirebbero più dita ubbidienti sulle tastiere e meno teste libere che pensano. Non è una bella prospettiva.</p>
<hr style="width: 100%; height: 2px;">
<div style="text-align: center;"><b>Cronista senza tregua</b><br /><span style="font-style: italic; font-size:8pt;">James Meek, &#8220;The Guardian&#8221;<br />Tratto da <a href="http://www.internazionale.it">Internazionale</a> nr. 566</span></div>
<p><b>Anna Politkovskaja</b> proviene dall&#8217;alta società sovietica, quell&#8217;élite metropolitana che conosceva il mondo meglio delle fabbriche negli Urali e che garantiva ai suoi figli un buon posto nelle caotiche burocrazie di Mosca. Superati i quarant&#8217;anni e avuti due figli, Anna Politkovskaja si è trovata sola sulle colline cecene, in fuga nell&#8217;oscurità della notte. Scappava dai servizi di sicurezza russi, l&#8217;Fsb, che volevano arrestarla. Ma sugli altopiani di una regione senza legge e immersa nel sangue poteva cadere vittima di qualunque cosa: banditi ceceni, squadre della morte del governo di Mosca o di Grozny, una frattura al collo. Era l&#8217;Europa, ed era il 2002.<br /><span style="font-style: italic;">&#8220;Ho camminato tutta la notte&#8221;</span>, racconta. <span style="font-style: italic;">&#8220;Volevo continuare a vivere. E&#8217; stato terribile. Ho raggiunto il villaggio ceceno di Stary Atagi all&#8217;alba. Ci sono rimasta un giorno e una notte, tenendo la testa bassa&#8221;</span>. Continua a parlare per un po&#8217;, poi sembra riprendere il controllo di sé. Forse teme che raccontare a uno sconosciuto uno dei tanti episodi della sua vita in cui ha rischiato di andare in prigione o di fare una brutta fine sia irrilevante per la seria professione del giornalista. <span style="font-style: italic;">&#8220;Ma questi sono solo dettagli&#8221;</span>, taglia corto.<br />Nell&#8217;atmosfera tranquilla dell&#8217;appartamento di un editore londinese, sul volto della Politkovskaja - una delle più coraggiose tra i tanti coraggiosi giornalisti russi - si possono leggere le diverse stagioni della sua vita, e il suo impegno in ciascuna di esse: la studentessa degli anni settanta, la giovane cronista sovietica onesta e curiosa, la giornalista che ha abbracciato le libertà della perestrojka alla fine degli anni ottanta, la veterana dei recenti conflitti russi, pronta a tornare più volte in Cecenia, facendo infuriare la leadership del Cremlino che cerca di trasformare Vladimir Putin in un khan infallibile.<br />La sua serietà non traspare solo dall&#8217;espressione accigliata, dagli occhiali austeri e dai capelli bianchi. Sono la tensione, la rabbia e l&#8217;impazienza di tutto il corpo a rendere evidente che la coscienza delle continue ingiustizie compiute nel suo Paese non la lascia mai. Non può metterla a tacere come riescono a fare molti giornalisti britannici, perfino quelli più impegnati e radicali. E&#8217; una sorpresa, quindi, sentirla prendere in giro il fotografo che vuole convincerla<br />
 a posare. &#8220;I fotografi fanno sempre così&#8221;, spiega nel suo inglese esitante. <span style="font-style: italic;">&#8220;Costringono le persone a fare cose che normalmente non fanno&#8221;</span>. Il fotografo è piuttosto infastidito, e mi rendo conto che Anna - 46 anni - è ancora giovane. Ed è ancora piena di speranza. La sua foto sulla quarta di copertina del nuovo libro, La Russia di Putin (che sarà pubblicato in Italia da Adelphi), è così consapevolmente tragica e l&#8217;argomento così cupo che le chiedo se secondo lei ci vorranno generazioni perché il suo paese diventi veramente libero. <span style="font-style: italic;">&#8220;Non vorrei mai dover dire che serviranno generazioni&#8221;</span>, risponde. <span style="font-style: italic;">&#8220;Nell&#8217;arco della mia esistenza voglio riuscire a vivere una vita da essere umano, in cui ogni individuo è rispettato&#8221;</span>.</p>
<p><b>Alla scoperta del mondo</b></p>
<p>Anna Politkovskaja è nata a New York dove i suoi genitori ucraini erano diplomatici sovietici all&#8217;Onu - nel 1958, cinque anni dopo la morte di Stalin. Rispedita a casa per studiare, dopo la scuola è entrata nella facoltà di giornalismo dell&#8217;università statale di Mosca, una delle più prestigiose dell&#8217;Urss. Tra gli altri vantaggi, lo status diplomatico dei suoi genitori le dava la possibilità di consultare libri che all&#8217;epoca erano al bando, permettendole di scrivere una tesi di laurea su una poetessa quasi proibita, l&#8217;emigrata Marina Cvetaeva. Dopo la laurea, Anna ha lavorato per il quotidiano Izvestija e poi è passata al giornale della linea aerea Aeroflot. <span style="font-style: italic;">&#8220;I giornalisti avevano biglietti gratis tutto l&#8217;anno: potevamo prendere qualsiasi aereo e andare dove volevamo. Ho girato in lungo e in largo il nostro enorme Paese. Venivo da una famiglia di diplomatici, ero una lettrice accanita, un po&#8217; secchiona. Non sapevo niente della vita&#8221;</span>.</p>
<p>Con l&#8217;arrivo della perestrojka, Anna Politkovskaja è passata alla stampa indipendente, che in quegli anni cominciava a emergere e ad affermarsi: prima la Obshaja Gazeta, poi la Novaja Gazeta. Nessuna delle cose terribili accadute dopo l&#8217;arrivo al potere di Mikhail Gorbaciov, nel 1985, l&#8217;ha convinta che sarebbe stato meglio salvare l&#8217;Unione Sovietica. <span style="font-style: italic;">&#8220;Da un punto di vista economico la vita diventò molto difficile&#8221;</span>, racconta, <span style="font-style: italic;">&#8220;ma politicamente fu tutt&#8217;altro che uno shock. Era pura felicità, quella di poter leggere, pensare e scrivere tutto ciò che volevamo. Era una gioia. Bisogna essere disposti a sopportare molto, anche in termini di difficoltà economica, per amore della libertà&#8221;</span>. Ma appena i nuovi paesi dell&#8217;ex Unione Sovietica hanno cominciato a camminare sulle loro gambe, è scoppiata una serie di guerre intestine. La più feroce, che continua ancora oggi, è quella per riconquistare il controllo della piccola regione della Cecenia. E Anna Politkovskaj a è diventata una delle croniste più tenaci del conflitto.</p>
<p><b>Il prezzo dei conflitto</b></p>
<p>I russi parlano di due guerre cecene: la prima, dal 1994 al 1996 sotto la presidenza di Eltsin, è finita con un accordo di pace e il ritiro delle truppe di Mosca, grazie alla pressione dei mezzi d&#8217;informazione e dell&#8217;opinione pubblica. <b>All&#8217;epoca della seconda invasione, nel 1999, Putin ha cercato di impedire che i giornalisti lo mettessero in imbarazzo raccontando i misfatti russi in Cecenia</b>. Se, come ritiene Anna Politkovskaja, fermare la prima guerra cecena è stato il maggiore successo dei reporter russi negli anni relativamente liberi di Eltsin, la seconda guerra cecena è stata il loro più grande disastro.</p>
<p>Un tempo voce indipendente tra tante altre, la Novaja Gazeta è oggi uno dei pochi mezzi d&#8217;informazione russi che non si è lasciato intimidire e non segue la linea del Cremlino. Ad Anna Politkovskaja la seconda guerra cecena è costata innanzitutto il suo matrimonio. Un giorno del 1999 dopo un reportage su un attacco russo a Grozny in cui erano stati colpiti un mercato e un reparto di maternità ed erano rimaste uccise decine di persone, tra cui donne e bambini - tornò a Mosca e il marito le disse: <span style="font-style: italic;">&#8220;Non ce la faccio più a sopportare tutto questo&#8221;</span>. Qualche mese fa ha rischiato la vita quando, in viaggio verso Beslan subito dopo il sequestro degli ostaggi nella scuola, qualcuno le ha versato del veleno in una tazza di tè. E in questi anni ha ricevuto molte minacce di morte da soldati russi, combattenti ceceni e altri gruppi armati che operano ai margini della guerra. <b>I sequestri, le uccisioni extragiudiziarie, le sparizioni, le torture e gli stupri l&#8217;hanno convinta che sono proprio le scelte politiche di Putin ad alimentare il terrorismo che dovrebbero eliminare.</b> <span style="font-style: italic;">&#8220;Ancora oggi, la tortura è praticata in qualunque centro dell&#8217;Fsb in Cecenia. Il cosiddetto &#8220;telefono&#8221;, per esempio, che consiste nel far passare la corrente elettrica attraverso il corpo di un detenuto. Ho visto centinaia di persone che hanno subito questa forma di tortura. Alcune sono state seviziate in modo così perverso che mi riesce difficile credere che i torturatori siano persone che hanno frequentato il mio stesso tipo di scuola e letto i miei stessi libri&#8221;</span>.</p>
<p>Anna non si pente delle volte in cui ha messo da parte il suo ruolo di giornalista per assumerne un altro - di negoziatrice durante l&#8217;assedio al teatro di Mosca e di potenziale negoziatrice a Beslan, prima di essere avvelenata. <span style="font-style: italic;">&#8220;Sì, sono andata al di là dei miei doveri di cronista&#8221;</span>, spiega. <span style="font-style: italic;">&#8220;Ma sarebbe del tutto sbagliato sostenere che da un punto di vista giornalistico è stata una brutta mossa. Rinunciando al mio ruolo ho imparato tante cose che non avrei mai capito continuando a essere una semplice cronista&#8221;</span>. Ha parole dure per quello che considera il guanto di velluto dell&#8217;occidente nei confronti di Putin e della Russia. <span style="font-style: italic;">&#8220;Il più delle volte dimenticano la parola Cecenia. La ricordano solo quando c&#8217;è un attentato. E allora tutti si stupiscono. Ma di fatto nessuno parla di cosa succede realmente in Cecenia, e dell&#8217;aumento del terrorismo. La verità è che i metodi di Putin stanno generando un&#8217;ondata di terrorismo senza precedenti nella nostra storia&#8221;</span>. La &#8220;guerra al terrore&#8221; di Bush e Blair ha aiutato enormemente Putin, sostiene Anna Politkovskaja. Molti russi hanno provato un piacere perverso nel vedere le foto degli abusi americani nel carcere di Abu Ghraib. <span style="font-style: italic;">&#8220;L&#8217;ho sentito ripetere molte volte. In Russia la gente ne parla con orgoglio: Noi quelli lì li abbiamo trattati così prima degli americani, e avevamo ragione perché sono terroristi internazionali&#8221;</span>. Putin ha cercato di convincere la comunità internazionale che anche lui sta combattendo il terrorismo globale, che anche lui partecipa a questa guerra così di moda. E c&#8217;è riuscito: per un periodo è stato il migliore amico di Blair. E&#8217; stato spaventoso quando, dopo Beslan, ha cominciato a sostenere che si poteva quasi vedere la mano di bin Laden. Che cosa c&#8217;entra in questa storia bin Laden? E&#8217; stato il governo russo a creare e allevare quelle belve.</p>
<p>L&#8217;unico modo in cui l&#8217;occidente può recuperare la sua autorità morale, sostiene Anna, è quello di trattare Putin come tratta Aleksandr Lukashenko, il presidente della Bielorussia - non le sanzioni, ma una forma di isolamento più personalizzata. <span style="font-style: italic;">&#8220;Com&#8217;è possibile parlare del mostruoso numero di vittime e del terrorismo in Cecenia, e poi stendere un tappeto rosso davanti a Putin, abbracciarlo e dirgli: &#8220;Noi siamo con te, sei il migliore&#8221;? Questo non dovrebbe succedere. Capisco che il nostro paese è un grande mercato, che è molto allettante. Me ne rendo perfettamente conto. Ma noi non siamo persone di serie B, siamo gente come voi, e vogliamo vivere&#8221;</span></p>
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		<title>Fino a quando?</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Aug 2006 20:10:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Dal Mondo]]></category>

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di Eduardo Galeano (da &#8220;il Manifesto&#8221; del 26 luglio)
Utilizziamo il grido di dolore di Eduardo Galeano, raffinato interprete delle culture e delle mille voci dell&#8217;America latina, per esprimere il nostro più totale è radicale dissenso alla spirale di morte che si sta realizzando in Medio Oriente nel silenzio di tutta la comunità internazionale e dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="leftbox"><img src="/media/1/bimbo_nave.jpg" alt="bimbo_latino.jpg" title="Fino a quando?" height="106" width="160" /></div>
<p><b>di Eduardo Galeano (da &#8220;il Manifesto&#8221; del 26 luglio)</b></p>
<p>Utilizziamo il grido di dolore di Eduardo Galeano, raffinato interprete delle culture e delle mille voci dell&#8217;America latina, per esprimere il nostro più totale è radicale dissenso alla spirale di morte che si sta realizzando in Medio Oriente nel silenzio di tutta la comunità internazionale e dei movimenti per la Pace. E quindi anche nostra. <span id="more-159"></span><br />
<hr style="width: 100%; height: 2px;">
<div style="text-align: center;"><b>Fino a quando?</b><br style="font-weight: bold;" /><span style="font-style: italic; font-weight: bold;">di Eduardo Galeano (da &#8220;il Manifesto&#8221; del 26 luglio)</span></div>
<p>Un paese ne bombarda due. L&#8217;impunità potrebbe meravigliare se non fosse costume normale. Qualche timida protesta in cui si dice di errori. Fino a quando gli orrori continueranno a chiamarsi errori? Questo macello di civili si è scatenato a partire dal sequestro di un soldato. Fino a quando il sequestro di un soldato israeliano potrà giustificare il sequestro della sovranità palestinese? Fino a quando il sequestro di due soldati israeliani potrà giustificare il sequestro del Libano intero? La caccia all&#8217;ebreo è stata, per secoli, lo sport preferito degli europei. Sboccò ad Auschwitz un vecchio fiume di terrori, che aveva attraversato tutta Europa. Fino a quando i palestinesi e altri arabi continueranno a pagare per delitti che non hanno commesso?</p>
<p>Quando Israele spianò il Libano nelle sue precedenti invasioni, Hezbollah non esisteva. Fino a quando continueremo a credere alla favola dell&#8217;aggressore aggredito, che pratica il terrorismo perché ha diritto a difendersi dal terrorismo? Iraq, Afghanistan, Palestina, Libano&#8230; Fino a quando si potrà continuare a sterminare paesi impunemente? Le torture di Abu Ghraib, che hanno sollevato un qual certo malessere universale, non sono niente di nuovo per noi latinoamericani.</p>
<p>I nostri militari hanno appreso quelle tecniche di interrogatorio nella School of Americas, che oggi ha perso il nome ma non il vizio. Fino a quando continueremo ad accettare che la tortura continui a legittimarsi, come ha fatto la corte suprema di Israele, in nome della legittima difesa della patria? Israele ha ignorato quarantasei raccomandazioni dell&#8217;Assemblea generale e di altri organismi delle Nazioni unite. Fino a quando il governo israeliano continuerà a esercitare il privilegio d&#8217;essere sordo? Le Nazioni unite raccomandano, però non decidono. Quando decidono, la Casa Bianca impedisce che decidano, perché ha diritto di veto.</p>
<p>La Casa Bianca ha posto il veto, nel consiglio di sicurezza, a quaranta risoluzioni che condannavano Israele. Fino a quando le Nazioni unite continueranno a comportarsi come se fossero uno pseudonimo degli Stati uniti? Da quando i palestinesi sono stati cacciati dalle loro case e spogliati della loro terra, è corso molto sangue. Fino a quando continuerà a correre il sangue perché la forza giustifichi ciò che il diritto nega?</p>
<p>La storia si ripete, giorno dopo giorno, anno dopo anno, e muore un israeliano ogni dieci arabi morti. Fino a quando la vita di ogni israeliano continuerà a valere dieci volte di più? In proporzione alla popolazione, i cinquantamila civili, in maggioranza donne e bambini, morti in Iraq equivalgono a ottocentomila statunitensi. Fino a quando accetteremo, come se fosse normale, la mattanza degli iracheni in una guerra cieca che ha ormai dimenticato i suoi pretesti? Fino a quando continuerà ad essere normale che i vivi e i morti siano di prima, seconda, terza o quarta categoria?</p>
<p>L&#8217;Iran sta sviluppando l&#8217;energia nucleare. Fino a quando continueremo a credere che ciò basta a provare che un paese è un pericolo per l&#8217;umanità? La cosiddetta comunità internazionale non è per nulla angustiata dal fatto che Israele possieda 250 bombe atomiche, nonostante sia un paese che vive sull&#8217;orlo di una crisi di nervi. Chi maneggia il pericolosimetro universale? Sarà stato l&#8217;Iran il paese che buttò le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki?</p>
<p>Nell&#8217;era della globalizzazione, il diritto di pressione è più forte di quello di espressione. Per giustificare l&#8217;occupazione illegale di terre palestinesi, la guerra viene chiamata pace. Gli israeliani sono patrioti e i palestinesi terroristi, e i terroristi seminano allarme universale. Fino a quando i mezzi di comunicazione continueranno a seminare paura? Questa mattanza, che non è la prima e temo non sarà l&#8217;ultima, accade in silenzio. Il mondo è diventato muto? Fino a quando le voci dell&#8217;indignazione continueranno a suonare come campane di legno? Questi bombardamenti uccidono bambini: più di un terzo delle vittime, non meno della metà. Chi si azzarda a denunciarlo è accusato di antisemitismo.</p>
<p>Fino a quando continueremo ad essere antisemiti, noi che critichiamo il terrorismo di stato? Fino a quando accetteremo questa estorsione? Sono antisemiti gli ebrei che inorridiscono per quanto viene fatto in loro nome? Sono antisemiti gli arabi, tanto semiti quanto gli ebrei? Per caso non ci sono voci arabe che difendono la patria palestinese e ripudiano il manicomio fondamentalista?</p>
<p>I terroristi si somigliano tra loro: i terroristi di stato, rispettabili uomini di governo, e i terroristi privati, che sono matti singoli e matti organizzati dai tempi della guerra fredda al totalitarismo comunista. E tutti agiscono in nome di dio, si chiami Dio, Allah o Jahvé. Fino a quando continueremo a ignorare che tutti i terrorismi disprezzano la vita umana e che tutti si alimentano tra loro? Non è evidente che in questa guerra tra Israele e Hezbollah sono i civili - libanesi, palestinesi, israeliani - quelli che ci mettono i morti?</p>
<p>Non è evidente che le guerre di Afghanistan e Iraq e le invasioni di Gaza e del Libano sono incubatrici di odio, fabbriche di fanatici in serie? Siamo l&#8217;unica specie animale specializzata nello sterminio reciproco. Destiniamo duemila e cinquecento milioni di dollari, ogni giorno, alle spese militari. La miseria e la guerra sono figlie dello stesso padre: come qualche dio crudele, mangia i vivi e anche i morti. Fino a quando continueremo ad accettare che questo mondo innamorato della morte è il nostro unico mondo possibile?</p>
<p><span style="font-style: italic;">Copyright Ips/il manifesto</span></p>
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		<title>State of the World 2006 - Rapporto sullo stato del pianeta</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jun 2006 14:45:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Dal Mondo]]></category>

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State of the World 2006Rapporto sullo stato del pianetaFocus Cina e India Worldwatch Institutea cura di Gianfranco Bologna 2006 - pagine 362 - euro 19,00da www.edizioniambiente.it
 

State of the World 2006Rapporto sullo stato del pianetaFocus Cina e India Worldwatch Institute
La presa di coscienza che la Cina, assieme all&#8217;India, sta rapidamente diventando una potenza planetaria, ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="leftbox"><img src="/media/1/cina_india.jpg" alt="cina_india.jpg" title="State of the World 2006" height="120" width="160" /></div>
<p><b>State of the World 2006<br /></b><b>Rapporto sullo stato del pianeta<br /></b>Focus Cina e India Worldwatch Institute<br />a cura di Gianfranco Bologna 2006 - pagine 362 - euro 19,00<br />da <a href="http://www.edizioniambiente.it"  target="_blank">www.edizioniambiente.it</a></p>
<p> <span id="more-130"></span><br />
<hr style="width: 100%; height: 2px;">
<b>State of the World 2006</b><br style="font-weight: bold;" /><b>Rapporto sullo stato del pianeta</b><br />Focus Cina e India Worldwatch Institute</p>
<p>La presa di coscienza che la Cina, assieme all&#8217;India, sta rapidamente diventando una potenza planetaria, ha portato quest&#8217;anno i ricercatori del Worldwatch Institute a centrare lo State of the World su alcuni paesi anziché su questioni specifiche.<br />Mano a mano, Cina e India rivendicheranno inevitabilmente una quota delle risorse globali sempre più equa, arrivando a un volume di consumi mai verificatosi prima a livello mondiale. Secondo l‘analisi del Worldwatch, se i due paesi dovessero utilizzare tanto petrolio pro capite quanto ne utilizza il Giappone oggi, la loro richiesta supererebbe da sola l&#8217;attuale domanda globale. E se la loro domanda pro capite di biosfera dovesse eguagliare quella dell&#8217;Europa di oggi, ci vorrebbe un intero pianeta Terra solo per sostenere questi due paesi.<br />E visto che il fatto che nei prossimi anni si trovino un altro paio di pianeti a disposizione è un&#8217;ipotesi piuttosto remota, è evidente che l&#8217;attuale modello occidentale di sviluppo non è sostenibile. Ci troviamo di fronte a una scelta: ripensare quasi tutto, o rischiare di venire trascinati verso il basso in una spirale di competizione politica e collasso economico.<br />La serie di disastri naturali senza precedenti che si è abbattuta sul mondo nel corso del 2005 è stata una conferma del fatto che il mondo non è né stabile né sicuro, ancor prima che Cina e India aggiungano il loro contributo al fardello globale.<br />La sconvolgente capacità distruttiva di queste calamità &#8220;innaturali&#8221; - l&#8217;uragano Katrina ha fatto registrare perdite economiche senza precedenti - è dovuta anche alle attività umane, ma dallo Sri Lanka e da Aceh viene un&#8217;indicazione: l&#8217;azione umanitaria dopo una catastrofe può dare lo slancio necessario a comporre i contrasti e ritrovare la via per la pace.<br />Altri temi trattati: una panoramica su due settori in grande ascesa, quello della nanotecnologia e quello dei biocombustibili, una indagine su due minacce per la salute dell&#8217;uomo (il mercurio e gli allevamenti intensivi di animali) e una valutazione sulle possibilità di contribuire allo sviluppo sostenibile da parte del mondo della finanza e del commercio.<br />Il Worldwatch Institute viene considerato il più autorevole punto di osservazione dei trend ambientali del nostro pianeta. L&#8217;Istituto ha come obiettivo quello di favorire l&#8217;evoluzione verso una società ambientalmente sostenibile, nella quale si dia risposta ai bisogni umani senza minacciare l&#8217;ambiente naturale e le prospettive delle generazione future.</p>
<p><b>Prefazione</p>
<p></b>Molti anni prima che l&#8217;India diventasse indipendente, qualcuno domandò al Mahatma Gandhi se desiderava che l&#8217;India libera fosse &#8220;sviluppata&#8221; come la Gran Bretagna, il paese dei suoi colonizzatori. Gandhi rispose un secco no, sbalordendo il suo interlocutore, per il quale la Gran Bretagna era il modello da imitare. E aggiunse: &#8220;Se la Gran Bretagna ha dovuto saccheggiare mezzo mondo per essere com&#8217;è, di quanti mondi avrebbe bisogno l&#8217;India?&#8221;<br />La saggezza di Gandhi ci lancia una sfida. Ora che l&#8217;India e la Cina stanno per entrare nella schiera dei ricchi, l&#8217;&#8221;isterismo ambientale&#8221; che accompagna la loro crescita dovrebbe farci riflettere; e non solo circa l&#8217;impatto di queste popolose nazioni sulle risorse del nostro pianeta ma, ancor prima e più radicalmente, sul modello economico dello sviluppo che ha portato stati decisamente meno popolati a saccheggiare e a degradare le risorse della nostra unica Terra.<br />Parliamoci con chiarezza: nella sua essenza, il modello di sviluppo occidentale - che India e Cina desiderano così ardentemente emulare - è intrinsecamente nocivo. Consuma uno smisurato quantitativo di risorse, energia e materia, e genera una quantità enorme di rifiuti. Il mondo industrializzato ha imparato a mitigare gli impatti negativi della produzione di ricchezza investendo ingenti somme di denaro, ma è evidente che non è mai riuscito a contenerli, creando di fatto molti più problemi rispetto a quelli che risolve.<br />Si prenda ad esempio il controllo dell&#8217;inquinamento atmosferico nelle città del mondo ricco. La crescita economica nel periodo postbellico ha posto queste metropoli, da Londra a Tokio a New York, in serie difficoltà per quanto riguarda il contenimento dell&#8217;inquinamento. Il mondo ricco ha reagito alla crescente domanda d&#8217;ambiente dei suoi cittadini investendo in nuove tecnologie da applicare a veicoli e carburanti. Alla metà degli anni 80 gli indicatori di inquinamento, allora misurati attraverso la quantità di particolato sospeso, dichiararono le città pulite.<br />Ma agli inizi degli anni 90 la scienza delle misurazioni aveva fatto dei progressi: gli scienziati confermarono che il problema non era il particolato nel suo insieme, ma il particolato sottile e respirabile, capace di penetrare nei polmoni e nel sistema circolatorio. La causa principale di queste minuscole tossine, di queste micropolveri che vengono inspirate, era il combustibile diesel utilizzato negli autoveicoli. Allora la tecnologia applicata ai veicoli e ai combustibili cambiò di nuovo: ridusse lo zolfo nel gasolio ed escogitò modi per intrappolare le polveri sottili prima che uscissero dai veicoli. Si credette che la tecnologia di nuova generazione avesse affrontato e risolto la sfida.<br />Ma le cose non stanno così. Gli scienziati occidentali stanno constatando che se le tecnologie riducono la massa di particolato, si rilevano però particelle sempre più piccole e molto più numerose. Queste &#8220;nanoparticelle&#8221; (misurate alla scala del nanometro, equivalente a un milionesimo di millimetro) non solo sono difficili da misurare, ma - dicono gli scienziati - potrebbero essere anche più letali perché penetrano facilmente anche attraverso la pelle. E quel che è peggio, la contropartita della riduzione delle emissioni di particolato dai veicoli è stata l&#8217;aumento delle emissioni di ossidi di azoto, altrettanto tossiche.<br />Ma la ciliegina sulla torta è un&#8217;altra realtà amarissima: il mondo industrializzato avrà forse ripulito le sue città, ma le sue emissioni hanno messo a rischio l&#8217;intero sistema climatico mondiale e hanno reso milioni di persone - coloro che vivono ai limiti della sopravvivenza - ancora più povere e vulnerabili a causa del cambiamento del clima. In altre parole, l&#8217;Occidente non solo persevera nel creare i problemi, ma per di più li fa ricadere sugli altri, meno fortunati e meno capaci di affrontarne le conseguenze.<br />Questo è il modello di crescita che il mondo povero desidera adottare. D&#8217;altra parte, perché no? Il mondo avanzato non sembra aver trovato un sistema alternativo in grado di funzionare. Anzi, predica che gli affari vanno bene solo se si cercano soluzioni nuove a problemi vecchi. Ci racconta che il suo modo di creare ricchezza è il progresso, e che il suo stile di vita non è negoziabile.<br />Ma io credo che il mondo povero debba far meglio. Il Sud - India, Cina e i loro vicini - non ha alternative se non quella di reinventare il percorso dello sviluppo. Nel periodo di maggior crescita del mondo industrializzato, il reddito pro capite dei suoi abitanti era molto più alto di quello attuale nel sud del mondo. Il prezzo del petrolio era più basso, il che ha significato una crescita economicamente più conveniente.<br />Ora il Sud sta adottando lo stesso modello: intensità di capitali e dunque maggiori divisioni sociali, intensità di energia e materia, e quindi maggior inquinamento.<br />Il Sud non ha però la capacità di fare forti investimenti a favore dell&#8217;equità e della sostenibilità. Non può attenuare gli impatti negativi dello sviluppo, e ciò è letale.<br />Soffermiamoci sul problema dell&#8217;inquinamento atmosferico. Alcuni anni fa, l&#8217;organizzazione per cui lavoro sostenne che la città di Delhi doveva convertire il proprio sistema di trasporti pubblici a gas naturale. Così facendo si sarebbe dato un corretto impulso tecnologico, riducendo enormemente le emissioni di particolato. E infatti oggi<br />
Delhi vanta la più consistente flotta mondiale di autobus e altri veicoli da trasporto che funzionano a gas. La città ha stabilizzato l&#8217;inquinamento nonostante l&#8217;elevatissimo numero di mezzi circolanti, le tecnologie povere a disposizione e i poco efficienti sistemi di monitoraggio delle emissioni dei veicoli. In altre parole, Delhi non ha adottato un percorso di miglioramento tecnologico rivolto ai dispositivi di filtro e controllo applicati ai veicoli e neppure è intervenuta per ripulire il combustibile. Ha invece superato d&#8217;un balzo degli inutili rimedi tecnologici, imboccando una strada diversa in termini di sviluppo.<br />Ora, dato il crescente numero di veicoli privati che affollano le strade di tutte le città e il conseguente inquinamento che aggredisce i polmoni dei cittadini, il problema da porsi è: si può reinventare il sogno della mobilità in modo tale che non diventi un incubo? È possibile aprire nuove strade alla città del futuro coniugando mobilità e crescita economica con gli imperativi della salute pubblica? In un modello di crescita ibrido - che sposi cioè il meglio del nuovo e del vecchio - le città funzionerebbero con i trasporti pubblici, ma utilizzando le tecnologie più avanzate.<br />Anche se tutto il mondo sembra cercare solo soluzioni-tampone all&#8217;inquinamento e alla congestione del traffico, noi dobbiamo inventarci ex novo una soluzione.<br />La gestione dell&#8217;acqua pone gli stessi problemi. India e Cina non possono permettersi di sprecare acqua prima e diventare efficienti poi. Non possono inquinare e poi ripulire; debbono inventarsi un modello di gestione dell&#8217;acqua. L&#8217;India, in particolare, per incrementare le sue risorse dovrà attingere alla tradizione costruendo milioni di strutture locali e decentrate; dovrà raccogliere l&#8217;acqua piovana per aumentare le proprie risorse idriche. Ma contemporaneamente dovrà guardare al futuro, investendo in tecnologie di riciclo e riuso che aumentino l&#8217;efficienza dell&#8217;acqua. Per esempio dovrà riprogettare il sistema degli scarichi civili e industriali, un settore ad alta intensità di capitale e materiali, che utilizza l&#8217;acqua come mezzo di trasporto. Ma non si potrà permettere la costruzione di reti fognarie e il trattamento delle acque nere che oggi inquinano i suoi fiumi e laghi.<br />Sarà dunque l&#8217;acqua a decidere se l&#8217;India diventerà ricca o rimarrà povera. Ma per assicurarsi un futuro ricco d&#8217;acqua, l&#8217;India ha bisogno di inventiva e ingegnosità oltre che di denaro e tecnologia.<br />La questione è se tutto questo è possibile. Dopo tutto, se il mondo ricco non ha trovato risposte ai problemi dello sviluppo non sostenibile, perché dovrebbe riuscirci il mondo povero? I movimenti ambientalisti del mondo ricco si sono formati successivamente al periodo di creazione di ricchezza, durante il periodo caratterizzato dalla generazione di rifiuti. Hanno discusso su come limitare i rifiuti, ma non hanno avuto la capacità di ripensare il modello stesso di generazione dei rifiuti. Questo tipo di ambientalismo, nato dalla ricchezza, non aveva bisogno di avventurarsi oltre.<br />Invece, nel Sud del mondo il movimento ambientalista si sta sviluppando proprio nel periodo di creazione della ricchezza, tra enormi iniquità e povertà. Per l&#8217;ambientalismo dei &#8220;relativamente&#8221; poveri, le risposte diventano impossibili se non si riformula l&#8217;intero problema.<br />Un cambiamento è possibile, ma con due prerequisiti essenziali.<br />Primo, un alto grado di democrazia, affinché anche i poveri - vittime ambientali spinte ai margini - possano esigere un cambiamento. È fondamentale capire che nei nostri paesi il motore principale del cambiamento ambientale non sono il governo, le leggi, le normative, i fondi o la tecnologia, bensì la possibilità dei cittadini di &#8220;usare&#8221; la democrazia.<br />Ma la democrazia va oltre le semplici parole di una costituzione. Necessita di un&#8217;attenta cura affinché i media e il potere giudiziario e tutti gli atri organi della governance possano prendere decisioni nell&#8217;interesse collettivo e non privato (leggi imprenditoriale). Insomma, questo ambientalismo dei poveri necessita di più istituzioni pubbliche credibili.<br />Secondo, il cambiamento richiederà conoscenza: pensiero nuovo e innovativo. Per sviluppare l&#8217;abilità di pensare in maniera diversa è necessario rompere con la rimozione storica, con l&#8217;arroganza delle vecchie idee precostituite. Una rivoluzione, un salto mentale, ecco ciò che manca di più al Sud. La cosa più nefasta dell&#8217;attuale modello di sviluppo industriale è che ha rammollito le teste pensanti del sud del mondo, supponendo che non possano trovare risposte. Hanno solo problemi, la cui soluzione devono cercare nelle risposte già collaudate dal mondo ricco.<br />Ed è proprio qui che il mondo ricco deve imparare da Gandhi. Deve imparare a non predicare perché non ha nulla da insegnare. Ma , se segue l&#8217;ambientalismo dei poveri, può imparare a condividere le risorse della Terra affinché ci possa essere un &#8220;futuro comune&#8221; per tutti.<br />(Sunita Narain, Direttrice del Centre for Science and Environment, India)</p>
<p><b>I &#8220;miracoli&#8221; economici di Cina e India</b></p>
<p>Caratterizzate da storie, culture e sistemi politici completamente diversi, Cina e India seguono percorsi di sviluppo distinti, percorsi che però si incrociano, si scontrano, talvolta cooperano e in molti casi imparano dai rispettivi successi e fallimenti. Il risultato è un cambiamento economico estremamente articolato, i cui effetti si ripercuotono in tutto il mondo.<br />Consideriamo per esempio la città di Bangalore, nell&#8217;India meridionale, ritenuta l&#8217;epicentro della trasformazione economica del paese. Bangalore è ormai un fulcro dell&#8217;economia dell&#8217;informazione globale, dove giovani indiani rispondono ai centralini delle compagnie multinazionali, ne amministrano le filiali locali e progettano i sofisticati software necessari per gestire tutti gli aspetti dell&#8217;odierna economia globale. In un paese a lungo caratterizzato da una miseria diffusa, la Bangalore di oggi offre un&#8217;immagine decisamente contrastante, una sorta di Silicon Valley dell&#8217;India subtropicale, con grattacieli in vetro e acciaio.<br />A spingere la rinascita di Bangalore sono state società statunitensi guidate da manager indiani. Ma oggi le aziende locali hanno sviluppato autonomamente modelli imprenditoriali ultra-concorrenziali, basati su livelli salariali relativamente bassi, sulla padronanza dell&#8217;inglese, sulla grande disponibilità di talenti scientifici e tecnici e su una differenza di fuso orario che permette alle compagnie indiane di offrire alle aziende californiane la possibilità di sviluppare software 24 ore al giorno. E il miracolo hi-tech indiano è solo all&#8217;inizio. La tecnologia locale è sempre più all&#8217;avanguardia e non solo &#8220;più a buon mercato&#8221; rispetto ai modelli occidentali, ma anche di qualità migliore.</p>
<p>La Cina ha invece costruito il suo successo economico sul boom dell&#8217;industria manifatturiera, dal tessile alle attrezzature elettroniche sofisticate. Per tagliare i costi, nel corso dell&#8217;ultimo decennio molte multinazionali manifatturiere hanno spostato parte delle loro attività in Cina. L&#8217;afflusso continuo di forza-lavoro nelle grandi città della Cina orientale tiene bassi i salari, e questa è un&#8217;autentica calamita per gli investimenti. Fattori altrettanto importanti sono, però, l&#8217;abilità e la disciplina dei lavoratori, così come la qualità delle infrastrutture e la larga scala delle attività che è possibile svolgere in Cina. L&#8217;80% dei fornitori di Wal-Mart sono ormai cinesi; appena dieci anni fa, solo il 6% dei prodotti di Wal-Mart non proveniva dagli USA.<br />I consumatori di tutto il mondo hanno tratto vantaggio dai bassi costi di produzione in Cina, specie negli ultimi anni quando, con il decollo dell&#8217;economia globale, questi hanno contribuito a mantenere l&#8217;inflazione a livelli minimi. E anche se può sembrare che la Cina sia poco più di un&#8217;officina al servizio delle multinazionali americane e giapponesi, per l&#8217;economia cinese questa non è che una fase di passaggio. Un chiaro segnale è rappresentato dall&#8217;acquisizione, nel 2<br />
005, della divisione personal computer dell&#8217;IBM da parte della società cinese Lenovo. Altro indicatore inequivocabile è l&#8217;improvvisa scomparsa, nel corso dello scorso anno, dell&#8217;esteso deficit commerciale della Cina nei confronti della Germania, deficit che verrà presto rimpiazzato da un attivo anche più rilevante. E la ragione è questa: la Cina comprava macchine utensili e altre attrezzature industriali dalla Germania, ma una volta resi operativi gli impianti, ha cominciato a produrre ed esportare prodotti ad elevato contenuto tecnologico in Germania e in altri mercati.<br />La Cina sta anche costituendo uno dei settori automobilistici più importanti del mondo. Con una produzione annua che nel 1995 contava 320.000 pezzi e che nel 2005 è balzata a 2,6 milioni, nel 2015 la Cina potrebbe superare Giappone e Stati Uniti, che sfornano ciascuno 8 milioni di macchine l&#8217;anno, e diventare il più grosso produttore d&#8217;auto del mondo. Anche se in Cina molte auto sono prodotte da Volkswagen, General Motors e altre multinazionali, numerose aziende automobilistiche nazionali hanno preso slancio e gli esperti ritengono che il paese sia destinato a diventare un grande esportatore di automobili: è solo questione di tempo. La Cina è già al primo posto al mondo per un bene di consumo molto più recente: nel 2005 contava 350 milioni di abbonati a servizi di telefonia mobile, un boom rispetto ai 7 milioni del 1996 e il doppio degli utenti registrati negli Stati Uniti.<br />Un&#8217;economia basata sull&#8217;industria ha anche contribuito a trasformare il paese in un grande consumatore a livello mondiale. Nel 2005, la Cina ha utilizzato il 26% dell&#8217;acciaio grezzo mondiale, il 32% del riso, il 37% del cotone e il 47% del cemento. Alcune di queste materie prime entrano a far parte di prodotti destinati all&#8217;esportazione, ma una buona parte serve per costruire le infrastrutture del paese (edifici, fabbriche e strade che trasformano il paesaggio). Solo i consumi degli Stati Uniti hanno un impatto più forte sull&#8217;ambiente e sulla salute sociale del pianeta, ma la Cina sta guadagnando in fretta terreno, dato che a partire dal 2001 l&#8217;uso delle risorse ha subito una vera impennata.</p>
<p>I successi economici di Cina e India non si basano sulla ricchezza di risorse naturali, che sono modeste se misurate in termini pro capite, ma su decenni di investimenti in capitale umano, soprattutto nella fascia con il più alto livello di istruzione. Entrambi i paesi hanno eccellenti università, che nel complesso laureano ogni anno mezzo milione di scienziati e ingegneri, rispetto ai 60.000 degli Stati Uniti. L&#8217;India annovera 2,4 milioni di giovani professionisti nei campi della finanza e della amministrazione (gli Stati Uniti ne contano 1,8 milioni) mentre in Cina sono 1,7 milioni gli ingegneri neolaureati, oltre il doppio rispetto agli Stati Uniti (700.000).<br />Queste tendenze hanno avuto come conseguenza la più rapida crescita del ceto medio a livello mondiale e negli ultimi vent&#8217;anni hanno permesso di strappare centinaia di milioni di persone alla povertà. Una conquista importante è rappresentata dal fatto che la popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno (definizione semi-ufficiale di povertà estrema) è diminuita drasticamente tra il 1980 e il 2001, passando da due terzi in Cina e oltre la metà in India rispettivamente al 17 e al 35%.<br />Nonostante questi passi da gigante, nei due paesi sono ancora molte le persone che non possono contare su mezzi di sostentamento adeguati. Secondo l&#8217;Indice di sviluppo umano elaborato dall&#8217;UNPD (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) per classificare i paesi sulla base di indicatori come la speranza di vita e il livello di istruzione tra gli adulti, la Cina figura all&#8217;85° posto su 177 nazioni, mentre l&#8217;India occupa la posizione 127. Lontano dai grattacieli scintillanti di Bangalore e Shanghai, 800 milioni di indiani e 600 milioni di cinesi vivono ancora con meno di due dollari al giorno. In un clima di crescente diseguaglianza economica, 140 milioni di cinesi soffrono di malnutrizione, mentre in India la fame tormenta 250 milioni di persone. In contrasto con i laureati che escono da università di levatura internazionale, l&#8217;adulto cinese medio ha frequentato solo sei anni di scuola, e l&#8217;indiano cinque. Mediamente, in entrambi i paesi le femmine vanno a scuola un anno in meno dei maschi.<br />Quasi due terzi della popolazione indiana e cinese vivono ancora nelle zone rurali, con redditi pro capite inferiori a 1.000 dollari l&#8217;anno. Entrambi i paesi, però, stanno vivendo il più rapido processo di migrazione urbana della storia. In India, già 35 città hanno una popolazione che supera il milione di individui e, secondo le proiezioni, nel 2026 saranno 70.<br />A Delhi e Mumbai (Bombay) la popolazione ha già raggiunto i 30 milioni e le due città insieme contano lo stesso numero di abitanti del Regno Unito. In Cina sono 45 le città con più di un milione di abitanti.<br />Questo movimento migratorio senza precedenti sta causando tensioni sociali enormi in entrambi i paesi ed evidenzia drammaticamente la necessità di massicci investimenti in infrastrutture. La Cina ha cercato di fermare il flusso, da un lato controllando i permessi di residenza e dall&#8217;altro incoraggiando la formazione di imprese locali, che offrano posti di lavoro nelle campagne. Oggi in Cina sono sorprendentemente rari i quartieri urbani degradati; in India invece molte aree urbane, come quella di Calcutta, sono note per le orribili condizioni di vita. Nell&#8217;ottobre 2005 il Comitato centrale del Partito Comunista Cinese ha ammesso che la crescente iniquità è il problema centrale dell&#8217;economia del paese e ha rilasciato una dichiarazione in cui si invitava il paese a &#8220;prestare più attenzione alla giustizia sociale&#8221;.</p>
<p>I &#8220;miracoli&#8221; economici di Cina e India sono anche offuscati da gravissimi problemi ambientali, che stanno già facendo sentire il loro peso sulla salute umana ed ecologica del paese. La Cina, ad esempio, ha solo l&#8217;8% delle riserve mondiali di acqua dolce per soddisfare i bisogni del 22% della popolazione del pianeta, e il nord del paese è ormai praticamente arido. L&#8217;inquinamento estremo aggrava il problema della penuria idrica, rendendo alcune riserve d&#8217;acqua di fatto inutilizzabili. Nel 2004 è stata monitorata la qualità dell&#8217;acqua dei sette fiumi principali della Cina e il 58% dei 412 siti osservati è risultata molto compromessa dall&#8217;inquinamento di origine antropica. In India solo il 10% delle acque di scarico è soggetto a trattamento, e di solito gli agenti inquinanti urbani e industriali finiscono direttamente nei corsi d&#8217;acqua. Secondo un recente rapporto della Banca Mondiale, &#8220;numerosi fiumi, anche i più grandi, si sono trasformati in fetide acque di scarico&#8221;. Le emissioni provenienti dagli stabilimenti tessili del bacino del Noyyal, nello stato di Tamil Nadu, in India, hanno formato un &#8220;fiume morto&#8221; le cui acque sono talmente contaminate che hanno reso improduttivi 4.500 ettari di superficie irrigata.<br />La qualità dell&#8217;aria nelle città principali di Cina e India è un&#8217;altra vittima della crescita rapida e della dipendenza dal carbone. A Beijing è ormai difficile riuscire a scorgere le montagne poco distanti dalla città e non sono rari i ritardi aerei dovuti all&#8217;inquinamento. Delle venti città che registrano l&#8217;aria più inquinata del mondo, sedici si trovano in Cina. La State Environmental Protection Administration ha calcolato che 200 città cinesi non soddisfano gli standard dell&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità a causa del particolato sospeso, causa di molti disturbi respiratori. In Cina l&#8217;aria è anche densa di biossido di zolfo, responsabile delle dannose piogge acide. Circa il 30% delle terre coltivate soffre di acidificazione, e si stima che il danno conseguente per l&#8217;agricoltura, le foreste e la salute umana ammonti a 13 miliardi di dollari. Nei prossimi decenni il carico dell&#8217;inquinamento atmosferico sulla salute e sull&#8217;ambiente è destinato ad aumentare con ritmo costante, dal momento che all&#8217;inquinamento provocato dalla combustione del carbone si aggiungerà la miscela dei gas di s<br />
carico delle auto.<br />La rapida crescita economica sta aggravando i problemi ecologici dei due paesi al punto che ha alimentato la fondazione di centinaia di organizzazioni ambientali di base, e in alcuni casi le questioni ambientali hanno dato origine a violenti scontri con le autorità locali. Senza un&#8217;inversione di rotta, il degrado ambientale rischia di diventare un serio ostacolo allo sviluppo economico di Cina e India.</p>
<p><b>La &#8220;rivoluzione dell&#8217;allevamento&#8221;</b></p>
<p>Nel 2004 sono stati prodotti nel mondo circa 258 milioni di tonnellate di carne, il 2% in più rispetto al 2003. La produzione mondiale è quintuplicata rispetto a quella del 1950 e duplicata rispetto a quella degli anni 70 (la carne di maiale occupa il primo posto, seguita dal pollame e dal manzo).<br />Il consumo di carne sta aumentando rapidamente non tanto negli Stati Uniti o in Europa, ma nei paesi in via di sviluppo, dove oggi una persona consuma in media quasi 30 kg di carne l&#8217;anno (nei paesi industrializzati il consumo pro capite è di circa 80 kg l&#8217;anno). Infatti dalla metà degli anni 70 alla metà degli anni 90, il consumo di carne nei paesi in via di sviluppo è aumentato di 70 milioni di tonnellate, quasi il triplo dell&#8217;incremento verificatosi nei paesi industrializzati.<br />Christopher Delgado, dell&#8217;International Food Policy Research Institute (IFPRI) di Washington, attribuisce in parte questa impennata dei consumi dei paesi in via di sviluppo alla rapida crescita della popolazione e all&#8217;aumento dei redditi. Questi fattori sarebbero stati responsabili, negli anni 70, di una &#8220;rivoluzione dell&#8217;allevamento&#8221;, simile alla &#8220;rivoluzione verde&#8221; dei cereali verificatasi negli anni 60. Delgado fa notare che tendenzialmente ogni volta che le persone hanno più soldi da spendere in prodotti alimentari, la scelta cade principalmente sulla carne. Questa &#8220;transizione alimentare&#8221; fa crescere la domanda di pollo, manzo, uova, formaggio e altri prodotti di origine animale.<br />Secondo le proiezioni dell&#8217;IFPRI, il consumo di carne è destinato a crescere ancora: nel 2020 la popolazione dei paesi in via di sviluppo consumerà più di 36 kg di carne pro capite, il doppio rispetto agli anni 80. In Cina il consumo sarà di 73 kg l&#8217;anno, con un incremento del 55% rispetto al 1993, mentre nel Sud-Est asiatico il consumo di carne subirà un&#8217;impennata del 38%. Persino in Africa si prevede il raddoppio della domanda di carne: nelle regioni a nord e a sud del Sahara il consumo passerà dai 2,4 milioni di tonnellate del 2004 ai 5,2 milioni del 2020. I paesi industrializzati, tuttavia, continueranno a essere i principali mangiatori di carne, con un consumo che nel 2020 raggiungerà quasi 90 kg pro capite l&#8217;anno.<br />Oggi gli allevamenti intensivi rappresentano il sistema di produzione di carne a maggiore sviluppo. Anche se la definizione varia a seconda dei paesi, gli allevamenti industriali (CAFO, confined animal feeding operations) prevedono tutti la concentrazione di centinaia di migliaia di bovini, suini, polli o tacchini, a cui viene lasciato accesso minimo o nullo alla luce naturale e all&#8217;aria aperta e ridotta possibilità di vivere secondo natura. Queste strutture sono in grado di produrre milioni di animali ogni anno.<br />Oggi i sistemi industriali producono il 74% del pollame, il 50% della carne suina, il 43% della carne bovina e il 68% delle uova. I paesi industrializzati dominano la produzione, ma quelli in via di sviluppo stanno ampliando e intensificando notevolmente i propri sistemi di produzione. Secondo la FAO, l&#8217;Asia è la regione del mondo in cui il settore dell&#8217;allevamento del bestiame ha lo sviluppo più rapido, seguita dall&#8217;America latina e dai Caraibi.<br />La produzione industriale della carne ha cominciato a diffondersi all&#8217;inizio del 20¾ secolo, quando il bestiame allevato all&#8217;aria aperta in America occidentale veniva ammassato e trasportato nei macelli dell&#8217;Est. Il libro di Upton Sinclair, La giungla (The Jungle, 1906) descrive la situazione degli Stati Uniti di circa un secolo fa, quando non esistevano sicurezza alimentare, regolamentazione del lavoro e misure di protezione ambientale. La giungla fornisce orribili dettagli sui macelli di Chicago e una serie di rivelazioni shock sulle condizioni inflitte sia agli animali sia ai lavoratori, trattati anch&#8217;essi come bestie e costretti a lavorare tutto il giorno per misere paghe, in condizioni pericolose e senza misure di sicurezza.<br />Il libro predisse anche l&#8217;influenza e il potere che l&#8217;industria della carne avrebbe avuto nel futuro. Oggi quattro produttori controllano l&#8217;81% del mercato delle carni bovine degli Stati Uniti. La stessa cosa vale per la carne di maiale e il pollame: la Tyson Foods, la Pilgrim&#8217;s Pride e altre due aziende controllano il 56% dell&#8217;industria statunitense di pollame. La Tyson si vanta di essere &#8220;il maggiore fornitore di prodotti proteici del pianeta&#8221; ed effettivamente è il più grande produttore del mondo di carne, con un fatturato di oltre 26 miliardi di dollari. La Smithfield Food, prima azienda del mondo di produzione e lavorazione di carne di maiale e quinta per il confezionamento delle carni bovine, vanta un fatturato di 10 miliardi di dollari l&#8217;anno.<br />L&#8217;influenza di queste aziende sull&#8217;agricoltura non resta confinata negli Stati Uniti. Se La giungla fosse stato scritto ai giorni nostri, non sarebbe stato ambientato nel Midwest americano: la grande industria agroalimentare sta spostando la produzione nei paesi dove sono in vigore leggi meno restrittive rispetto all&#8217;Europa e agli Stati Uniti, dove le misure di protezione ambientale e la regolamentazione del lavoro sono sempre più severe. Dalla Cina al Brasile, all&#8217;India e all&#8217;ex Unione Sovietica, la carne è ormai un prodotto globalizzato e controllato da una manciata di multinazionali.<br />I problemi che Upton Sinclair aveva individuato un secolo fa - tra cui le pericolose condizioni di lavoro, i metodi di processamento non controllati igienicamente e l&#8217;inquinamento ambientale - permangono tuttora. Alcuni di questi aspetti sono anzi addirittura peggiorati: i miliardi di tonnellate di concime che inquinano le nostre acque e l&#8217;aria che respiriamo stanno dando origine a delle &#8220;mini Chernobyl&#8221; con potenzialità distruttive anche maggiori, e l&#8217;economia legata all&#8217;allevamento intensivo degli animali danneggia inevitabilmente le comunità locali e gli allevatori indipendenti.</p>
<p><b>Il ruolo dei biocombustibili nel futuro</b></p>
<p>Per quanto riguarda il futuro del settore energetico, non c&#8217;è ombra di dubbio che i biocombustibili avranno un ruolo di rilievo. La grande incognita è: quali saranno le dimensioni di tale ruolo? E quanto combustibile si può produrre in maniera sostenibile? È difficile fare previsioni concrete, ma gli esperti energetici convengono che nei prossimi decenni i biocombustibili potranno soddisfare buona parte della crescente domanda di combustibili per trasporto. Il ritmo di crescita e, in ultima analisi, il quantitativo di raccolto dipenderanno da molti fattori complessi e interconnessi: il prezzo del petrolio, le decisioni politiche e di investimento, i progressi agricoli e quelli nelle tecnologie di conversione.<br />Per secoli, l&#8217;uomo ha con grande successo coltivato piante selezionandole e ibridandole rispetto ai loro valori nutritivi. Si prevedono risultati altrettanto sensazionali via via che queste tecniche di selezione e ibridazione verranno applicate ai raccolti agroenergetici. In Germania, in Cina e anche altrove sono già stati attivati programmi di questo tipo. Sebbene sollevino una serie di questioni spinose, si utilizzano anche tecniche di ingegneria genetica. Una recente collaborazione tra la Monsanto e la Cargill ha prodotto un tipo di seme di soia che si sostiene renda il 50% di olio in più senza compromettere il contenuto di proteine.<br />Le proiezioni di crescita aumentano via via che gli analisti guardano più in là nel futuro, poiché si prevede che arriveranno sul mercato nuove tecnologie di conversione. La DaimlerChrysler prevede che, entro il 2015, i carburanti biodiesel avanzati potrebbero rappresentare il 10% del mercato europeo del diesel.<br />
Le agenzie governative statunitensi prevedono che entro il 2030 il biodiesel e l&#8217;etanolo potrebbero sostituire negli USA dal 25 al 50% dei combustibili derivati dal petrolio. Proiezioni di lungo periodo indicano che il settore dei residui forestali e agricoli, se implementato da colture su terreni abbandonati o marginali, potrebbe entro il 2050 produrre biomassa sufficiente alla domanda di combustibili da trasporto<br />I maggiori produttori - Brasile, USA, Unione europea e Cina - stanno pianificando un più che raddoppio della loro produzione di biocombustibili nei prossimi quindici anni. Australia, Canada, Colombia, Costa Rica, Kenya, Indonesia, Paraguay e Thailandia sono tra i numerosi paesi che hanno predisposto programmi - o si accingono a farlo - sulle miscele di carburanti, sui crediti fiscali, sugli ingenti investimenti necessari alla ricerca e alle infrastrutture. Le spinte principali di questo processo vanno dalle preoccupazioni per l&#8217;inquinamento al cambiamento climatico, dal desiderio di aiutare le comunità rurali all&#8217;insofferenza della dipendenza dalle importazioni di petrolio.<br />Tradizionalmente, il settore agricolo ha svolto un ruolo fondamentale per i biocombustibili e i prodotti derivati, ma altri settori stanno diventando sempre più importanti. Memore delle resistenze iniziali dell&#8217;industria brasiliana del petrolio all&#8217;iniziativa a favore dell&#8217;etanolo, il Ministro dell&#8217;agricoltura brasiliano ha recentemente sostenuto che &#8220;oggi [le compagnie petrolifere] collaborano di più perché vedono nell&#8217;etanolo un modo per espandere le loro forniture di petrolio e ritardare la caduta dell&#8217;impero&#8221;.<br />E molti costruttori di automobili, di fronte a standard di emissione sempre più rigorosi, vedono nei biocombustibili una possibile soluzione. Non sorprende che la maggiore impresa di gassificazione, la Choren, sia nata da un progetto congiunto DaimlerChrysler, Volkswagen e Royal Dutch Shell, mentre il maggior produttore di etanolo cellulosico, la Iogen, sia una società in compartecipazione della Royal Dutch e della PetroCanada. Per le industrie chimiche e biotecnologiche, i biocombustibili offrono non solo i mezzi e per ridurre la propria dipendenza dal petrolio ma anche per creare nuovi prodotti e mercati: bioplastiche e tessuti, nonché gli stessi enzimi necessari alla produzione di biocombustibili avanzati.<br />L&#8217;attenzione alle alternative al petrolio deriva anche dal potenziale miglioramento della sicurezza nazionale e dalla possibilità di cambiare le dinamiche globali di potere. Le attuali infrastrutture energetiche sono vulnerabili a una serie di minacce, dai gravi eventi meteorologici che ne possono compromettere la produzione, la raffinazione e la capacità distributiva, fino agli attacchi terroristici.<br />E gran parte delle risorse petrolifere note e sfruttabili sono concentrate in un numero ridotto di paesi, il che lascia il mondo in una situazione di dipendenza da regioni instabili e ostili o che utilizzano la loro ricchezza petrolifera come leva politica.<br />Per contro, la scala relativamente ridotta e la disseminazione dei materiali adatti ai biocombustibili e alla loro produzione offre enormi vantaggi in termini di sicurezza energetica. Anche i più grandi impianti di biocombustibili sono estremamente più piccoli di una raffineria di petrolio. Il coinvolgimento delle grandi industrie e delle corporation internazionali può lasciar presagire un trend di centralizzazione e ampliamento degli impianti produttivi ma, in qualche misura, la natura stessa dell&#8217;energia da biomassa limiterà tale fenomeno.<br />Gli svantaggi dei lunghi trasporti, per esempio, scoraggeranno la costruzione di strutture produttive troppo grandi, mentre le scarse barriere di ingresso faciliteranno l&#8217;afflusso delle cooperative agricole e degli abitanti dei villaggi rurali più sperduti, che potranno così produrre il proprio combustibile. Ma il principale fascino dei biocombustibili risiede nel fatto che nessun paese o blocco di nazioni potrà mai dominare l&#8217;offerta globale, perché quasi ogni paese ne possiede un certo potenziale.<br />Attualmente, ci sono molte opzioni per generare elettricità e calore dalle risorse rinnovabili, mentre le opzioni per produrre combustibili alternativi sono limitate. Nonostante la recente attenzione sul potenziale dell&#8217;idrogeno, potrebbero essere necessari decenni e investimenti colossali per sviluppare le infrastrutture e i veicoli adatti a questo sistema.<br />Per contro, i biocombustibili offrono un&#8217;alternativa economicamente fattibile e già disponibile, possono avvalersi delle infrastrutture esistenti e usare gli attuali veicoli con costi aggiuntivi minimi.<br />Il sostegno dei governi è stato fondamentale per la crescita dell&#8217;etanolo e del biodiesel, ma è comunque il petrolio a rastrellare gran parte dei sussidi governativi. Non solo l&#8217;industria petrolifera statunitense gode di un&#8217;aliquota fiscale facilitata (11% contro il 19% di altri settori industriali) ma riceve anche sussidi indiretti, stimati in oltre 111 miliardi di dollari annui per i carburanti dei soli veicoli leggeri. In molti paesi il petrolio viene copiosamente sovvenzionato. Le reali dimensioni dei sussidi globali al petrolio non saranno mai note,