I “terroni” della responsabilità e del riscatto
Una lettura critica del libro di Pino Aprile “Terroni” ad opera di Michele Di Schiena.
I “terroni” della responsabilità e del riscatto
«Fimmene, fimmene, ca sciati allu tabaccu/ci nde sciati doi, nde turnati quattrhu»: questi versi che venivano canticchiati nelle nostre campagne alludevano alle soggezioni e alle violenze sessuali (“quattrhu” nel senso che tornavano incinte) subite dalle lavoratrici del tabacco. Un’amara ed antica nenia che, con accenti talvolta di ammiccante maschilismo, emblematicamente evocava lo stato di sfruttamento e di arbitrio che per secoli ha malinconicamente segnato nel Meridione il lavoro femminile nei campi e, più in generale, il lavoro del bracciantato agricolo. Innumerevoli schiere di lavoratori alla mercé prima di signorotti e feudatari e poi, col mutare dei tempi, di latifondisti, di caporali e di mafiosi. La mafia nasce infatti proprio come sfruttamento del lavoro contadino e solo successivamente estende il suo dominio su commercianti e altra povera gente diventando infine una nefasta ed articolata organizzazione imprenditoriale. Per non parlare poi dei clientelismi, degli abusi di potere, delle corruzioni che sono state per secoli una dolorosa piaga del Sud.
Va detto allora a Pino Aprile, autore del libro “Terroni” oggetto di un illuminante editoriale del direttore di questo giornale, che appare monca e può risultare deviante una ricostruzione dei “mali” del Sud non sorretta da un’attenta analisi dei fattori socio-economici che li hanno determinati. Così come va ricordato che nelle nostre contrade c’erano già, in posizione spesso di preminenza e di dominio, prevaricatori e malfattori quando giunsero i garibaldini e i “piemontesi”. Ci fu invero nel Sud una sofferta rivoluzione col doloroso strascico, come avviene in tutte le rivoluzioni, di episodi di guerra civile tra i sostenitori della vecchia e della nuova legalità. Resta il fatto che la realizzazione dello Stato unitario, nonostante le delusioni provocate dai tanti “gattopardismi”, è stata un evento decisamente positivo per il Meridione e per l’intero Paese sicché leggerlo, all’opposto, come un disastro significa non tener conto della realtà, dimenticare il passato e rinunciare a costruire un futuro migliore.
Ma cosa è il Meridione a dispetto degli errori commessi e dei torti subiti? Una civiltà fatta di tante civiltà: autoctone, mediorientali, afro-mediterrane, greca, latina. Una cultura “multiculturale” senza chiusure e senza contrapposizioni, frutto di una molteplicità di tradizioni, esperienze, sensibilità ed idee; il “precipitato storico” di una feconda miscela di lingue, costumi, arti, memorie, speranze e progetti diversi. Una cultura perciò del dialogo, del confronto, dell’incontro, della tolleranza, dell’accoglienza e della solidarietà. Un Sud d’Italia che proprio per questo, come diceva il vescovo pugliese don Tonino Bello, «rifiuta di assolvere al ruolo di icona della subalternità per tutti i Sud della Terra ma vuole presentarsi alla ribalta mondiale come icona di riscatto dalle antiche schiavitù». Ha ragione allora il direttore Scamardella quando afferma che il libro di Aprile, nonostante i suoi eccessi e la sua retorica antinordista, può ridare voce a un Sud fin troppo rassegnato e silente. Una voce che non deve però scimmiottare quella della Lega nei suoi settarismi e nelle sue rozzezze e che, con la forza riveniente dai tesori della civiltà meridionale, deve far capire a tutti che gli interessi del Sud coincidono con quelli dell’intero Paese.
Siamo stati noi italiani capaci di trasformare un gruppo di pastori facili alle risse fratricide, delle quali resta traccia nel mito di Romolo e Remo, in un popolo che ha insegnato al mondo il diritto e ha dato vita alla più grande organizzazione statale dell’antichità. Quando si avvicinava la fine dell’impero romano abbiamo saputo assicurare un futuro di “eternità” alla sua capitale facendo in modo che sul Colle Vaticano avvenisse il fecondo connubio tra la vocazione profetica e la dimensione istituzionale della nuova religione. Nel Medio Evo abbiamo saputo reagire alle soggezioni feudali con la fioritura della civiltà dei Comuni. Abbiamo quindi dato all’umanità un inestimabile contributo di arte e di cultura e siamo riusciti con il Risorgimento a superare le nostre tante divisioni. A distanza di alcuni decenni ci siamo riscattati dalla dittatura fascista ed abbiamo conquistato la democrazia. Dopo il “miracolo economico” ed una stagione di importanti conquiste civili e sociali, ci dibattiamo ora in una crisi che negli ultimi tempi è diventata davvero drammatica. Ma la storia ci dice che l’«itala gente dalle molte vite» può farcela ancora una volta.
Per il Sud il nemico da battere non è il Nord che non esiste peraltro come etnia distinta dal resto del Paese e che viene anch’esso da una dura storia di dominazioni e di sfruttamenti. E non lo è neppure la Lega di Bossi, un partito pervaso da miopi rivendicazioni territoriali ed attraversato da ciniche inclinazioni xenofobe; un confuso movimento pericoloso ma senza futuro, pieno di ex meridionali che per deprecabili complessi giocano a fare gli ipernordisti. Il vero nemico del Meridione è quella politica che negli ultimi decenni si è allontanata sempre di più dagli ideali del primo Risorgimento che costruì l’indipendenza e l’unità del Paese e dai valori del secondo Risorgimento che con la Liberazione ci ha consegnato una delle più avanzate costituzioni del mondo. Questi ideali e questi valori vanno oggi ritrovati e rilanciati non solo perché l’Italia si riconosca «una d’arme di lingua, d’altare/di memorie, di sangue e di cor» ma si presenti anche a se stessa e al mondo come una “grande potenza” di giustizia, di solidarietà e di pace.
Brindisi, 18 agosto 2010
Michele DI SCHIENA

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Ma bisogna per forza essere retorici? Far finta a tutti i costi di poggiare su una base solida di valori condivisi e crederci? O forse è meglio guardare in faccia la realtà storica, sia quella passata, sia quella presente, per capire chi siamo veramente e avere il coraggio di rifondarsi su valori nuovi che aprano al futuro?
“La realizzazione dello stato unitario evento decisamente positivo per il meridione” è valido in senso assoluto se si guarda con occhi parziali. E’ ovvio che sia così se si guarda il tenore di vita medio di un meridionale di oggi rispetto al 1861. Ma non vale più se lo si guarda in senso relativo, con occhio panoramico. Le opportunità di sviluppo di un’impresa meridionale non sono le stesse rispetto ad un’impresa settentrionale. Al nord le banche ti fanno credito tranquillamente. Al sud no. Quindi siamo in uno Stato dove non c’è uguaglianza territoriale e dove non c’è uguaglianza non c’è giustizia e non c’è libertà vera. E’ fumo negli occhi la possibilità anche per un meridionale di arricchirsi, di raccogliere le briciole del “miracolo economico” ma a quale prezzo? Sono stufo degli “ideali del primo risorgimento”. Basta!