Il messaggio di Pomigliano e la necessaria unità sindacale
Il referendum di Pomigliano ha dato un responso di grande avvedutezza e di apprezzabile lungimiranza, quasi che una lucida e accorta regia ne avesse predeterminato l’esito opportunamente dosando l’entità degli assensi e dei dissensi con l’intento, da una parte, di impedire che venissero dati alla Fiat e indirettamente al Governo pretesti per drammatizzanti fughe dalle loro responsabilità e, dall’altra, di sottolineare quanto sia impraticabile la progettata svolta epocale con la definitiva mortificazione del movimento dei lavoratori. Di seguito intervento di Michele Di Schiena.
Il messaggio di Pomigliano e la necessaria unità sindacale
Fino a qualche tempo addietro si è fatto un gran parlare della svolta alla Fiat di Pomigliano: una occasione che i profeti nostrani dell’iperliberismo, in perfetta sintonia col governo Berlusconi, volevano cogliere per operare una decisiva svolta nelle relazioni industriali con l’affermazione dell’assoluta supremazia di poteri economico-imprenditoriali forti ormai definitivamente liberati da ogni normativa regolatrice e da ogni rapporto dialettico con le maestranze organizzate. Il referendum sotto la minaccia della perdita del posto di lavoro doveva essere lo strumento di questo radicale cambiamento che avrebbe dovuto segnare il passaggio dai tempi delle pastoie sindacali ad una nuova era, a quel «dopo Cristo» di cui parlava l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne: ad una stagione cioè caratterizzata da un forte indebolimento di diritti fondamentali costituzionalmente tutelati in materia di sciopero, di malattia e di altre garanzie.
La Fiat, il Governo e i tanti sostenitori di un preteso realismo e di una pretesa razionalità volevano a tutti i costi non solo la netta vittoria dell’assunto aziendale, in realtà ampiamente scontata nelle condizioni date, ma anche e soprattutto un vero e proprio plebiscito con la pesante umiliazione delle posizioni di dissenso. Un trionfo insomma della proposta datoriale in grado di provocare una sorta di “effetto domino” sulle più importanti fabbriche operanti nel territorio nazionale. Doveva quindi trattarsi di un risultato che, trenta anni dopo la marcia dei quarantamila “quadri” di Torino, portasse a compimento l’operazione restauratrice da quello storico evento in qualche modo avviata.
Ma tale aspettativa è stata fortemente delusa nonostante la massiccia campagna persuasiva a favore del “sì” perché il quasi unanime consenso non c’è stato e l’esito del referendum ha invece dimostrato che il movimento dei lavoratori è a Pomigliano vivo e vegeto e che, se lo è in quella difficilissima situazione, è ragionevole ritenere lo sia non meno negli altri complessi industriali del Paese. Un movimento quindi in grado di lottare per impedire l’eliminazione o lo svuotamento di importanti istituti posti a presidio dei diritti dei lavoratori e di opporsi al tentativo del Governo di servirsi delle situazioni di crisi per demolire la Costituzione a partire dall’attacco al titolo III della prima parte dello Statuto, quello relativo ai “rapporti economici”, che delinea i caratteri di una economia certamente libera ma non insensibile alle esigenze del bene comune. Un attacco che prende specialmente di mira proprio quell’art. 41 della nostra Carta che il Ministro Tremonti vorrebbe riformare nella parte in cui afferma che l’iniziativa economica privata, pur essendo appunto libera, «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» e va «indirizzata e coordinata a fini sociali».
Il referendum di Pomigliano ha dato invero un responso di grande avvedutezza e di apprezzabile lungimiranza, quasi che una lucida e accorta regia ne avesse predeterminato l’esito opportunamente dosando l’entità degli assensi e dei dissensi con l’intento, da una parte, di impedire che venissero dati alla Fiat e indirettamente al Governo pretesti per drammatizzanti fughe dalle loro responsabilità e, dall’altra, di sottolineare quanto sia impraticabile la progettata svolta epocale con la definitiva mortificazione del movimento dei lavoratori. Il successo dei “sì”, nettamente inferiore alle attese datoriali, ed il 36% dei “no”, indubbiamente sorprendente tenuto conto della situazione in cui si è svolto il voto, si accreditano come espressione di una maturità collettiva, frutto di una felice sintesi tra senso di responsabilità e dignitosa fermezza, che dovrebbe indurre a più miti consigli quanti vagheggiano riforme regressive sul versante dell’economia e su quello delle garanzie costituzionali: l’uno e l’altro, come ha messo in luce la vicenda di Pomigliano, strettamente tra loro legati. Ed è forse proprio per questo che il caso di Pomigliano, accompagnato all’inizio da tanto clamore, è stato, dopo l’esito della consultazione, progressivamente sottratto all’attenzione generale. Un esito che va invece tenuto da tutti nel debito conto. Un importante messaggio di saggezza operaia che implicitamente invita anche le forze sindacali a riflettere sulla esigenza di ritrovare, accantonando rivalità ed eccessi, la necessaria unità in un momento difficile, e in molti casi drammatico, per le condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie.
Brindisi, 15 luglio 2010
Michele Di Schiena

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