Il Grande Salento dell’apertura e della collaborazione
L’Amministrazione provinciale di Taranto lancia il progetto “Terra Jonica” per promuovere un marchio che accrediti prodotti e servizi locali ma anche con l’intento di avviare un percorso rivolto ad individuare i tratti identitari di una comunità jonica. Di seguito la riflessione in proposito di Michele di Schiena
Il Grande Salento dell’apertura e della collaborazione
L’Amministrazione provinciale di Taranto lancia il progetto “Terra Jonica” per promuovere un marchio che accrediti prodotti e servizi locali ma anche con l’intento di avviare un percorso rivolto ad individuare i tratti identitari di una comunità jonica. Un’iniziativa che giustamente induce il Nuovo Quotidiano di Puglia, per la penna di Adelmo Gaetani, a porre il problema del destino del “Grande Salento”, un’idea-forza che dopo alterne vicende oggi corre il rischio di essere messa al bando dalla ricerca da parte delle tre province interessate (Lecce, Brindisi, Taranto) di alcune pretese differenti identità. Ora, non vi è dubbio che i sostenitori del “Grande Salento” hanno avuto il merito di richiamare l’attenzione della politica locale sulla primaria esigenza di affrontare, con un’azione concordata tra le comunità interessate, il problema dell’arretratezza di alcune aree del nostro territorio. Un progetto che però non ha mai avuto la forza di diventare veramente tale e che purtroppo è restato solo un’idea, sia pure fondata su buone ragioni e mossa da giuste aspirazioni. Un’idea che, negli obiettivi e nelle modalità d’intervento, si è appalesata talvolta generica o confusa e talaltra contraddittoria perché oscillante tra certi patti di consultazione come quello del 2006 e taluni propositi, in qualche caso apertamente esplicitati ed in qualche altro presenti come retro-pensiero, di perseguire la costituzione di una vera e propria nuova Regione.
Due operazioni sbagliate: la prima per difetto perché l’intesa sulla semplice consultazione era destinata (come è avvenuto) a restare praticamente sulla carta e la seconda per eccesso dal momento che il riconoscimento di una regione salentina è risultata velleitaria e priva di adeguate giustificazioni alla luce dei principi costituzionali. Quanto ad una eventuale nuova Regione, è forse utile ricordare che il nostro Statuto dichiara la Repubblica «una ed invisibile» contro i pericoli di disgregazione causati non solo da assurde secessioni ma anche da innaturali frammentazioni istituzionali. C’è allora da chiedersi quali motivi costituzionalmente validi possano essere posti a fondamento di una tale ipotesi. Non si rinvengono invero ragioni storiche per la considerazione, avvalorata dagli studi più accreditati, che le antichi origini dei pugliesi sembrano essere comuni dal momento che Japigi e Messapi (anche prima delle colonizzazioni greche) furono sostanzialmente un unico popolo tanto che i due nomi venivano indifferentemente usati per indicare tutti gli abitanti della terra che si estende dal Gargano all’estremo Salento e che i romani chiamarono Apulia. Sicché la distinzione degli Japigi in Dauni, Peucezi e Messapi lascia il tempo che trova e non serve ad avallare una storia differenziata di queste genti. Né in favore di una nuova Regione vi sono ragioni geografiche perché la Puglia è una omogenea terra di frontiera, l’area in cui l’Europa centro-occidentale si apre ai Balcani, all’Albania, alla Grecia, al vicino Oriente ed al “cuore” del mondo arabo. Quanto infine alle ragioni economiche, non si comprende in qual modo un tale distacco potrebbe avvantaggiare un Salento che, chiuso al nord da una vasta e consolidata regione pugliese, rischierebbe di rimanere ancora più lontano da importanti processi di ammodernamento e di sviluppo.
Il fatto è che, ben al di là delle rivendicazioni identitarie e dei velleitarismi istituzionali, il Salento potrà decollare se un tale obiettivo sarà perseguito da una forte volontà politica che potrebbe maturare ed esprimersi attraverso tre precise linee di azione: una stimolante iniziativa delle espressioni più avvertite della società civile che sappia dar vita ad un movimento di opinione capace di disegnare i caratteri di un modello di società e di economia in grado di valorizzare le vocazioni e le potenzialità locali dando uno scossone ad una politica spesso distratta o sonnecchiante; l’impegno delle maggiori amministrazioni locali (le tre province ed i tre comuni-capoluogo) di promuovere un centro permanente di studio e di proposta, agile nella composizione e dotato di qualificate competenze professionali, il quale, facendo tesoro degli orientamenti di base, elabori ed offra alla politica un costante contributo di conoscenze, di idee e di indicazioni operative; la determinazione delle forze politiche e delle amministrazioni locali di sostenere concordemente questo lavoro e di varare poi, sulla base dei contributi acquisiti, un organico ed articolato progetto di sviluppo economico e di progresso civile. Un cammino difficile ma forse il solo che può raggiungere precisi e concreti traguardi.
Un territorio che avverte l’esigenza di realizzare un’operosa collaborazione tra le comunità che lo abitano e le istituzioni che lo governano nella convinzione che le rivalità sovente nocciono mentre la solidarietà produce sempre preziosi frutti; un lembo del meridione ricco di storia e carico di potenzialità che ha certo cose da chiedere alla Regione e allo Stato ma pure molto da dare anche sul versante dei grandi valori civili; un popolo non artificiosamente diviso e neppure attraversato da passioni identitarie o localistiche ma incline per indole all’apertura, al dialogo, all’accoglienza, all’integrazione: questo vuole essere il Salento (o se piace di più al Presidente Florido, la Terra Jonico-Salentina) che può diventare davvero “Grande” nell’interesse e col contributo di tutti. «Una società pacifica e tollerante – ha scritto Nello Wrona nella introduzione di un libro sui Messapi di Cesare Daquino – che non generò condottieri né eroi trincerandosi dietro le armi e le corazze» e che fece il miracolo di essere, nella terra fra i due mari, «sintesi vivente della molteplicità e delle diversità etniche e razziali, contraltare del bello mitografico, brogliaccio e giornale di bordo di mille partenze e di altrettanti arrivi». Parole che ci descrivono come siamo stati ieri e come vogliamo continuare ad essere oggi: salentini, jonici, pugliesi, italiani, europei, cittadini del mondo e, per storia e per indole, fratelli nel sangue e nel cuore di tutti coloro che ovunque soffrono per l’ingiustizia, l’arretratezza, l’abbandono, le guerre.
Brindisi, 20 ottobre 2009
Michele DI SCHIENA

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