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La svolta di Usa e Cina sul dramma ecologico: diagnosi lucida ma terapia inadeguata

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Se la diagnosi delle due grandi potenze fotografa finalmente la gravità del male che affligge e minaccia il pianeta, la terapia appare per ora non in grado di combattere il male medesimo per la genericità e l’inadeguatezza dei rimedi prospettati. Di seguito intervento Michele Di Schiena.

La svolta di Usa e Cina sul dramma ecologico: diagnosi lucida ma terapia inadeguata

I due grandi Paesi che da soli producono oltre il 40% di emissione di anidride carbonica (nel 2007 gli Stati Uniti il 21% e la Cina il 24%) nel recente summit sull’ambiente indetto dal Segretario generale delle Nazioni Unite hanno ammesso, operando una significativa svolta nell’approccio delle rispettive politiche al problema, che il surriscaldamento del pianeta è una minaccia per l’umanità e che occorre fare il possibile per salvare le future generazioni da una irreversibile catastrofe. A Barack Obama che ha sottolineato la necessità di urgenti interventi per affrontare la questione dei cambiamenti climatici ha fatto eco il suo collega Hu Jintao che ha impegnato la Cina a ridurre in misura notevole i gas serra entro 2020: l’uno e l’altro in linea con le sollecitazioni del Segretario dell’Onu per il quale un fallimento dei prossimi vertici sullo scottante problema sarebbe «moralmente senza scuse, economicamente miope e politicamente folle». Sembra quindi che finalmente si sia fatta strada ai più alti livelli della responsabilità mondiale un’adeguata presa di coscienza dei disastri che può provocare l’attuale sistema energetico. Un fatto indubbiamente importante che merita la massima attenzione ed accende molte speranze.

Ma se la diagnosi delle due grandi potenze fotografa finalmente la gravità del male che affligge e minaccia il pianeta, la terapia appare per ora non in grado di combattere il male medesimo per la genericità e l’inadeguatezza dei rimedi prospettati. E ciò perché i moniti e gli impegni di questi giorni hanno certo sottolineato l’esigenza di una consistente riduzione dei gas nocivi senza però mettere radicalmente in discussione il modello di economia e di sviluppo che ha generato, per una esigenza ad esso intrinseca, le emissioni medesime con conseguente surriscaldamento del pianeta. Il vigente sistema economico si fonda invero su alcuni irrinunciabili postulati: la crescita economica illimitata contro le leggi della natura per le quali ogni impiego di energia costituisce un contributo all’aumento dell’entropia e cioè alla tendenza dell’energia medesima a passare da forme ordinate ed utilizzabili a forme disordinate e non più utilizzabili con la crescita dell’inquinamento e del degrado ambientale; una domanda di beni e di servizi rivolta a stimolare una produzione destinata, a sua volta, a fornire redditi da impiegare per alimentare nuova domanda in un irragionevole processo senza fine; uno sfruttamento indiscriminato e selvaggio delle risorse minerarie che, come è noto, sono limitate e destinate a finire.

Si tratta di un modello distruttivo ed iniquo che è responsabile della grave emergenza ecologica e, al tempo stesso, di una drammatica emergenza sociale che fa registrare indicibili povertà e disumani sfruttamenti. Un modello di economia destinato peraltro al fallimento perché segnato da limiti insuperabili: sul piano della capacità espansiva, per la saturazione nei Paesi ricchi del mercato dei beni durevoli (macchine, elettrodomestici, televisori e via dicendo); sul piano sociale, per l’impossibilità dei potenziali nuovi consumatori dei Paesi poveri ed in larga misura anche dei Paesi emergenti di assorbire la produzione a causa dei loro redditi di fame; sul piano infine – come si è detto – della compatibilità ecologica, per i danni arrecati all’ambiente in un pianeta che morirebbe all’istante avvelenato se si motorizzasse e vivesse all’occidentale anche solo un altro decimo della popolazione mondiale. E’ certo allora che il cambiamento del modello di produzione e di consumo è ormai per l’umanità una questione vitale e che esso deve partire da una riconversione ecologica da operare attraverso una diversa qualità dell’apparato produttivo, una differente organizzazione dei servizi, una larga innovazione tecnologica e la valorizzazione economica e sociale del lavoro. Non vi è dubbio infatti che una società consumista, caratterizzata da grossi impianti produttivi e da una mobilità fondata sull’auto nonché di servizi essenziali largamente privatizzati, non potrà che costruirsi su un sistema energetico votato a fare ricorso ai combustibili fossili (gas, carbone) o al nucleare: via questa seguita attualmente dal nostro Governo.

Occorre invece dare ascolto alle voci finora inascoltate per le quali scelte di questo tipo finiscono per essere funzionali all’attuale sistema energetico e rendono quindi irraggiungibili gli obiettivi che oggi sembrano porsi i vertici degli Usa e della Cina ed anche quelli indicati dall’Europa che entro il 2020 si propone di realizzare il 20% di riduzione del gas serra, di risparmio dell’energia e di fonti rinnovabili. E’ quindi necessario avviare politiche intese a superare l’attuale modello di economia con una forte riduzione degli armamenti la cui produzione comporta grande impiego di energia in funzione peraltro distruttiva, con un consistente aiuto ai Paesi poveri per combattere gli attuali disumani squilibri, con la promozione di una agricoltura biologica ed autoctona che favorisca un’adeguata alimentazione su tutto il pianeta, con lo sviluppo dell’energia solare e delle fonti rinnovabili, con una consistente riduzione dei mezzi privati di trasporto compensata da una crescita di quelli pubblici, con la diffusione di una mentalità che passi dallo sconsiderato “usa e getta” al ragionevole “usa e riusa” . L’augurio è che i responsabili della comunità internazionale vogliano davvero por mano ad una sostanziale trasformazione del sistema economico, condizione peraltro indispensabile per aprire al mondo quell’attesa stagione che Obama ha definito «nuova era di collaborazione e di pace».

Brindisi, 25 settembre 2009

Michele DI SCHIENA

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