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Immigrazione e xenofobia

  • Dall'Italia

L’on.le Berlusconi ha difeso la decisione del Ministro dell’Interno Maroni di respingere indiscriminatamente i barconi carichi di paura e di dolore ed ha affermato che il nostro «non è un Paese multietnico». Una espressione che non riesce a celare il carico di preconcetta ostilità presente nella politica del governo verso esseri umani in miserrime condizioni che rischiano la vita per sfuggire alla fame e spesso alle persecuzioni politiche da parte dei regimi al potere nei paesi di origine. Di seguito articolo di Michele Di Schiena.

Immigrazione e xenofobia

L’on.le Berlusconi ha difeso la decisione del Ministro dell’Interno Maroni di respingere indiscriminatamente i barconi carichi di paura e di dolore ed ha affermato che il nostro «non è un Paese multietnico». Una espressione che non riesce a celare il carico di preconcetta ostilità presente nella politica del governo verso esseri umani in miserrime condizioni che rischiano la vita per sfuggire alla fame e spesso alle persecuzioni politiche da parte dei regimi al potere nei paesi di origine. Parole oscure perché non è dato capire se esprimono una valutazione della situazione attuale o se invece vogliono palesare un impegno rivolto ad impedire l’allargamento della multietnicità considerata una temuta evenienza. Una sortita confusa e contraddittoria perché nel primo caso saremmo di fronte ad un’affermazione vistosamente smentita dalla realtà dal momento che circa il 15% della popolazione vivente in Italia è di etnia diversa dalla nostra mentre nel secondo caso, quello invero più plausibile, si sarebbe trattato di una esternazione di xenofobia, una «voce dal sen fuggita » della cui gravità il Premier non si è forse reso conto.

La multietnicità è una qualificazione che si addice a comunità composite per la presenza di persone con caratteri fisico-somatici, culturali, linguistici, religiosi e storico-sociali di natura diversa, una connotazione che non deve essere considerata una negatività e neppure un incubo. Essa è invece un valore ed una ricchezza come dimostra la storia di grandi Paesi europei ed americani e specialmente quella degli Stati Uniti oggi guidati da un uomo di colore figlio di una etnia africana. Chissà se il premier è a conoscenza che centocinquantamila anni fa eravamo tutti africani, che la storia dell’umanità è stata segnata da differenziazioni e da rimescolamenti sociali, che le più grandi civiltà (a partire da quella greca) sono state quasi sempre il frutto di massicce immigrazioni e che oggi, in presenza di una globalizzazione che dovrebbe superare il livello delle merci per raggiungere quello dei diritti fondamentali, la politica può nobilitarsi solo se riesce a dare vita reale al sogno di un mondo diffusamente multietnico, non ostile alle diversità, liberato dagli sfruttamenti e dalle guerre, finalmente solidale e guidato, nel rispetto delle autonomie locali, da una autorità internazionale credibile, forte e democraticamente espressa. Un mondo capace di tradurre in politiche concrete la Dichiarazioni Universale dei Diritti dell’Uomo per la quale, come affermano gli articoli 1 e 23, gli esseri umani nascono uguali in dignità e diritti e ogni individuo ha diritto al lavoro e ad una retribuzione tale da assicurare a lui ed alla sua famiglia «una esistenza conforme alla dignità umana».

Ma torniamo, ancora per un momento, alla malinconia della politica governativa sull’immigrazione per dire che il respingimento dei cosiddetti clandestini viola, per come viene effettuato, la Legge Bossi-Fini, voluta ed osannata dalla maggioranza, un provvedimento che impone accertamenti e identificazioni prima di eventuali allontanamenti dal nostro territorio per verificare la possibile presenza di casi che richiedano l’assistenza sanitaria o diano diritto ad ottenere asilo politico, un diritto incondizionatamente riconosciuto da tutte le norme dell’ordinamento internazionale. Ed a questo riguardo non può essere sottaciuto l’arrampicarsi sugli specchi di un governo che per giustificare l’arbitrarietà delle operazioni contro i disperati del mare ricorre al penoso espediente di far passare tali interventi come collaborazione delle unità navali italiane con quelle libiche assumendo che tali attività verrebbero avviate fuori dalle nostre acque territoriali.

Una condotta governativa, quella in questione, ritenuta illegittima dall’Onu e condannata moralmente dalla Chiesa, della quale Berlusconi e Maroni menano vanto fedeli alla logica per la quale qualche voto in più nella prossima tornata elettorale, pilotato da paure artatamente seminate, «val bene» l’inumano trattamento riservato alla disperazione e alla miseria in un Paese ammaliato e al tempo stesso atterrito da una demagogia che sa abilmente alternare pesanti minacce a rassicuranti sorrisi. Una politica, quella portata avanti col ddl sulla sicurezza, censurata dal Presidente Napolitano il quale ha stigmatizzato «il diffondersi di una retorica pubblica che non esita ad incorporare accenti di intolleranza e xenofobia» aggiungendo che «se si vuole far fronte alle sfide che provengono dalla povertà vecchia e nuova e dalle disuguaglianze inaccettabili fra e all’interno delle nazioni, non possiamo certo rispondere con la mera conservazione e la difesa degli interessi nazionali».

Brindisi, 14 maggio 2009

Michele DI SCHIENA

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