Primo Maggio: una giornata di consapevolezza e di impegno
Il primo maggio cade quest’anno nel mezzo di una crisi economica che continua ad aggravarsi anche se tale processo sta facendo registrare un rallentamento della sua corsa verso il punto più profondo della congiuntura che dovrebbe segnare l’inizio di una lenta ripresa. Siamo quindi nel pieno di una tempesta che semina sfiducia nei rapporti di credito, caduta dei consumi, difficoltà imprenditoriali, perdite di posti di lavoro, precarietà, ricatti occupazionali, compressione in via di fatto delle tutele dei diritti conquistati dal movimento dei lavoratori dopo lunghe lotte ed al prezzo di pesanti sacrifici. Autorevoli fonti attestano che nel nostro Paese si allarga l’area della povertà e che nel Mezzogiorno questo triste fenomeno presenta un indice di crescita di gran lunga superiore a quello dell’Italia centro-settentrionale. Sorprende allora l’inadeguatezza delle misure con le quali da noi si sta tentando di fronteggiare la crisi ed è paradossale che gli interventi operati siano in molti casi finanziati con il ricorso a fondi già destinati a favorire lo sviluppo del Meridione.
Ma guardando alla situazione dell’intero pianeta questo primo maggio cade nel momento in cui il sistema economico dominante non riesce più a nascondere i propri errori e le proprie contraddizioni e sembra in preda ad una fame che sta finendo per divorare se stesso. Un momento nel quale le forze del lavoro devono scendere in campo per dire che la crisi non può essere risolta gattopardescamente con qualche piccolo aggiustamento che lasci sostanzialmente le cose come erano prima e che perciò occorre por mano a radicali riforme e ad incisive politiche redistributive. Il primo maggio non può essere allora vissuto come una ricorrenza celebrativa, come una festa capace di mettere insieme gli arricchiti e gli impoveriti dai processi di “questa” globalizzazione, gli sfruttatori e gli sfruttati, gli avventurieri dell’alta finanza ed i lavoratori precari, i padroni dell’economia e gli esclusi, i dominatori del mercato e gli emarginati.
Il 1° maggio deve essere quello che è stato per decenni nella coscienza e nel cuore di milioni di uomini: la celebrazione del lavoro che lotta per il suo riscatto e per il riconoscimento dei suoi diritti, la presa di coscienza di un lavoro che rifiuta di essere servile (nelle vecchie e nelle nuove forme), la memoria di un doloroso passato e l’impegno perché questo passato non abbia a tornare, la speranza in un mondo migliore che i conservatorismi ed i pragmatismi di tutte le tinte tentano invano di spegnere. Deve essere insomma la “festa” di quella grande forza che è stata negli ultimi due secoli il movimento dei lavoratori: un coagulo di energie, di rivendicazioni e di speranze; un moto delle classi lavoratrici e dei ceti subalterni animato dall’idea guida di voler essere “pari agli altri” e cioè a quelli che contano e che decidono; un movimento impegnato a combattere le iniquità, gli squilibri e le emarginazioni.
Nel nostro Paese la ricorrenza del 1° maggio si collega al 25 aprile perché ne interpreta le istanze di promozione sociale alla luce della Costituzione repubblicana che va riproposta contro quanto oggi si muove verso l’affievolimento dei diritti dei lavoratori, la precarietà del lavoro dipendente, la libertà di licenziamento, gli attacchi alla contrattazione collettiva, le limitazioni ingiustificate del diritto di sciopero, l’ulteriore indebolimento dello stato sociale, la demonizzazione di ogni intervento pubblico rivolto a riequilibrare la distribuzione della ricchezza. E sì, un 1° maggio allora per rilanciare nella coscienza collettiva le grandi direttive costituzionali che fondano la Repubblica sul lavoro, che promuovono la partecipazione dei lavoratori all’organizzazione sociale ed economica del Paese, che proclamano il diritto al lavoro e sottolineano l’esigenza di renderlo effettivo, che parlano di programmi e controlli «perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali», che richiamano la funzione sociale della proprietà e l’obiettivo di renderla «accessibile a tutti», che incoraggiano la cooperazione e la cogestione delle imprese, che delineano un sistema tributario «informato a criteri di progressività».
E’ allora il momento di chiedere con rinnovata determinazione il superamento delle politiche che considerano il profitto e le leggi di mercato come parametri assoluti a scapito della dignità della persona umana. Sia dunque questo 1° maggio non una festa che si consuma nella spensieratezza vacanziera ma una giornata che si carica di consapevolezza, di vigilanza e di impegno.
Brindisi, 28 aprile 2009
Michele DI SCHIENA

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