La politica, l’antipolitica e la partecipazione
Grillo, Marco Travaglio, Giannantonio Stella e Sergio Rizzo, Carlo Vulpio: un insieme di iniziative professionali che, ben oltre tale ambito, finiscono per occupare spazi lasciati vuoti dalla politica e per dare corpo ad una sorta di movimento di protesta senza progetto e senza speranza sostenuto da seguaci relegati nel ruolo passivo di spettatori plaudenti. Con la conseguenza che al danno della non-partecipazione provocata da una politica in crisi si aggiunge la beffa di una non-partecipazione quale portato naturale dell’anti-politica. Di seguito articolo di Michele Di Schiena.
La politica, l’antipolitica e la partecipazione
L’aggravarsi di una recessione che semina panico e colpisce duramente le fasce sociali più deboli, il confuso ed inconcludente agitarsi di un governo ancorato ad una concezione dell’economia messa sotto accusa anche e soprattutto in quell’America dove aveva per lungo tempo celebrato i suoi trionfi, una opposizione divisa che cerca riscosse ma non è ancora in grado di costruire una forte ed organica proposta alternativa, una sinistra che con i suoi errori si è condannata all’esclusione dal Parlamento ed oggi fatica a ritrovarsi intorno ad un progetto capace di coniugare profezia e realismo accendendo la speranza in aree sociali attraversate da delusione e disorientamento: uno scenario questo dominato da un premier illusionista che col suo populismo tenta di stordire ed addormentare il Paese per portarlo dove lui vuole, un momento che richiederebbe forti reazioni rivolte a convertire l’assuefazione nella reattività, il pessimismo nella speranza ed il disimpegno nella partecipazione.
Assistiamo invece ad un’ondata di protesta che, a ben vedere, si muove in tutt’altra direzione: Grillo con le sue gridate e colorite provocazioni, Marco Travaglio con le sue fredde e autoreferenziali requisitorie, Giannantonio Stella e Sergio Rizzo con i loro dettagliati e scandaglianti racconti sui privilegiati della “Casta”, Carlo Vulpio col suo libro “Roba nostra” sul caso De Magistris e diversi altri meno noti “Savonarola” dei nostri giorni. Un proliferare di personaggi che promuovono e guidano una tendenza alla denuncia degli abusi della classe dirigente, della degenerazione della politica e del malaffare. Un compito meritorio se venisse sempre svolto col doveroso rigore, se rifuggisse da generalizzazioni che fanno di ogni erba un fascio, se non sfociasse spesso in giudizi apodittici ed in condanne senza appello ed infine se non trascurasse di menzionare almeno qualche volta le positività presenti nella vita pubblica del nostro Paese.
Ma ciò che meno convince in questi professionisti dell’accusa facile ed indiscriminata è che costoro si fermano alla denuncia fine a se stessa senza mai impegnarsi nel lavoro rivolto a cercare le cause che generano i comportamenti censurati e senza mai porsi il problema di cosa occorrerebbe fare per combattere gli andazzi e gli abusi lamentati. Nessuna fatica quindi per risalire dagli effetti alle cause e per chiedersi se quanto accade sia dovuto ad un “destino cinico e baro” o se invece sia il frutto pernicioso di culture, di concezioni politiche, di sistemi economici. E nessun impegno di approfondimento per cercare di dare contributi propositivi. Un’ondata che tutto attacca e tutto punta a demolire, un fronte di fuoco aperto in tutte le direzioni con la sola esclusione di qualche limitata sponda politica. Un insieme di iniziative professionali che, ben oltre tale ambito, finiscono per occupare spazi lasciati vuoti dalla politica e per dare corpo ad una sorta di movimento di protesta senza progetto e senza speranza sostenuto da seguaci relegati nel ruolo passivo di spettatori plaudenti. Con la conseguenza che al danno della non-partecipazione provocata da una politica in crisi si aggiunge la beffa di una non-partecipazione quale portato naturale dell’anti-politica. C’è allora il rischio che questi “denunciatori”, al di là o contro le loro intenzioni, cadano nel qualunquismo, favoriscano la perpetuazione dello “statu quo” e rendano un servizio utile alla peggiore politica.
Se l’attuale crisi non è solo economica ma è soprattutto una crisi di civiltà e di umanità, occorre allora convincersi che la strada da imboccare per superarla non è quella della rassegnazione e neppure quella del qualunquismo protestatario. Il rimedio va invero individuato in quella “partecipazione” che non è un valore astratto caro ad alcune anime belle ma l’essenza stessa della vera democrazia. Lo dice la nostra Carta Costituzionale che nel proclamare il principio di uguaglianza assegna alla Repubblica, e cioè alle Istituzioni pubbliche di ogni ordine e grado, il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che … impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Un metodo dunque, quello della partecipazione, che diventa al tempo stesso finalità fondamentale e che dà direzione e senso alla costruzione di una Repubblica fondata sul lavoro. Un alto mandato che la politica dovrebbe assolvere in ogni circostanza e quindi anche oggi quando è chiamata a fronteggiare con urgenti misure una gravissima recessione figlia di un sistema che nega di fatto il valore della partecipazione.
Brindisi, 25 marzo 2009
Michele DI SCHIENA

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Mi permetto di esprimere alcune brevi e personali considerazioni (una piccolo contributo) in risposta all’intervento del sig. Di Schiena.
Di Schiena scrive di Beppe Grillo, Marco Travaglio, Giannantonio Stella, Sergio Rizzo, e Carlo Vulpio:
“professionisti dell’accusa facile ed indiscriminata è che costoro si fermano alla denuncia fine a se stessa ……………
……. senza mai porsi il problema di cosa occorrerebbe fare per combattere gli andazzi e gli abusi lamentati”
A parte il caso particolare di Beppe Grillo, un comico (come si definisce lui) tutte le altre persone da lei citare sono dei giornalisti. Il loro lavoro, la loro professione, e’ quella di denunciare, di informare, di portare alla luce fatti (la scomparsa dei fatti) non quello di proporre soluzioni, non e’ il loro ambito e non credo che nessuno si aspetti questo da loro, semmai la ricerca di soluzioni spetta all’azione politica.
Di Schiena Continua:
“senza mai impegnarsi nel lavoro rivolto a cercare le cause che generano i comportamenti censurati”
Le cause sono insite nelle denunce stesse fatte da giornalisti capaci!
Ad esempio se un giornalista sta denunciando rapporti di collusione tra affari, politica e criminalita’, le cause stesse del malessere sociale, ed ecomico sono gli stessi rapporti di collusione di cui sta parlando il giornalista.
Ancora Di Schiena:
“E nessun impegno di approfondimento per cercare di dare contributi propositivi”
Questa e’ semplificazione arbitraria legata a carenza di informazione, informazione filtrata evidentemente solo attraverso i giornali nazionali le televisioni. Basterebbe utilizzare internet per rendersi conto delle centinaia di contributi propositivi e concreti che vengono non solo da Beppe Grillo e dai giornalisti impegnati a disvelare con forza ed efficacia i malesseri della nostra democrazia. Ci sono migliaia di interventi di cittadini “i seguaci relegati nel ruolo passivo di spettatori plaudenti” (relegati da chi? dalla politica o da Beppe Grillo?) cittadini che forse la politica dovrebbe inziare a prendere sul serio e ad ascoltare..
grazie