Una crisi di sistema
La “religione” liberista rinnegherebbe se stessa nazionalizzando proprio quei templi dove ogni giorno si celebrano i riti del dio profitto? Sarebbe più appropriato parlare di “pre-privatizzazione” invece di “nazionalizzazione”. Si afferma quindi alla grande il principio fondante del capitalismo per il quale si socializzano le perdite mentre vengono privatizzati i profitti. Di seguito articolo integrale di Michele Di Schiena.
Una crisi di sistema
La crisi finanziaria è oramai diventata una crisi economica globale che investe l’intera società ma che si abbatte in maniera devastante sulla vita della stragrande maggioranza delle persone: i cittadini con redditi medio-bassi e quelli che versano in situazioni di precarietà e di disoccupazione. Aziende che chiudono o sono in gravi difficoltà, licenziamenti, sospensioni dal lavoro col ricorso alla cassa integrazione, forte riduzione delle occasioni di lavoro per i giovani in cerca di primo impiego e per i disoccupati, allargamento dell’area del lavoro nero con i connessi ricatti e sfruttamenti, indebolimento dei presidi a tutela dei ceti più deboli: sono questi gli effetti di una congiuntura che diviene sempre più drammatica e provoca un crescente allarme sociale. Una crisi del capitalismo internazionale che ha nella catastrofe economica la sua manifestazione più immediatamente ed acutamente percepibile ma che si ripercuote su tutti i versanti della convivenza civile perché è soprattutto una crisi di umanità, di valori, di speranze. Da qui la devastazione dell’ambiente con gravi ripercussioni climatiche, il dilagare della esclusione sociale ed il crescente tasso di violenza nei rapporti interpersonali e sociali. Ne consegue che le politiche nostrane per il controllo dell’immigrazione e per la sicurezza, tutte centrate esclusivamente sul rifiuto degli stranieri irregolari e su una indiscriminata repressione, risultano inefficaci e dannose, chiuse come sono all’esigenza di individuare ed aggredire la causa primaria di certi sconcertanti accadimenti.
Una causa che va ricercata nella cultura di quel “turbocapitalismo” che persino un iperliberista come Edward Luttwak accusava qualche anno addietro di «di disintegrare la società in piccole èlite di vincitori e masse di perdenti». Appaiono allora del tutto inadeguate le logiche e le misure con le quali si vuole fronteggiare la crisi in Occidente e, segnatamente, nel nostro Paese dove si continua ad affermare che il disastro economico che travaglia il pianeta è ascrivibile non al capitalismo in sé ma a certi abusi ed eccessi finanziari facilitati dal sistema di scambio simultaneo che negli ultimi anni ha utilizzato lo strumento di reti che avvolge il mondo. Per superare la crisi basterebbe dunque, secondo tale assunto, trovare il modo (impresa invero non facile) di liberare le banche dai titoli-spazzatura, di regolare il mercato finanziario con la predisposizione di nuove norme (destinate, come l’esperienza insegna, ad essere presto aggirate o superate) e di operare alcuni interventi di soccorso tra i quali si sta facendo strada, parrebbe anche nel nostro Paese frastornato dalla solita altalena di annunci e di smentite, la scelta di nazionalizzare le banche in seria difficoltà.
La “religione” liberista rinnegherebbe se stessa nazionalizzando proprio quei templi dove ogni giorno si celebrano i riti del dio profitto? Nessuna sorpresa .. perché non si tratta di vere nazionalizzazioni mosse dall’intento di indirizzare il credito verso finalità sociali e di riscoprire il valore della mutualità. Tutt’altro! Ce lo confermano infatti autorevoli fonti d’oltre Atlantico le quali precisano che l’obiettivo di queste nazionalizzazioni non è quello di fare acquistare da parte dei governi la proprietà “a lungo termine” delle banche in crisi perché le stesse, risanate dai loro debiti a spese dei cittadini, dovrebbero quanto prima possibile tornare sotto il controllo dei privati. Sicché sarebbe più appropriato parlare, con riferimento all’intero processo, di “pre-privatizzazione” invece di “nazionalizzazione”. Si afferma quindi alla grande il principio fondante del capitalismo per il quale si socializzano le perdite mentre vengono privatizzati i profitti.
Ed allora, se il capitalismo è una formazione sociale intrinsecamente contraddittoria e generatrice di instabilità, occorrerebbe farsi carico di affrontare il problema del suo superamento. Un discorso da fare ovviamente con necessario realismo dal momento che questo sistema può andare incontro in tempi brevi al suo disfacimento ma può avere ancora, come dice Giorgio Ruffolo, «i secoli contati». Ne discende che per far fronte ad una congiuntura che colpisce la vita di milioni di uomini gli Stati devono indubbiamente intervenire sui centri nevralgici della crisi per puntellare enti e strutture che tengono in mano il destino di tanta povera gente. Ma dovrebbe trattarsi di interventi da operare nel quadro di una politica capace di guardare, come vuole la nostra Costituzione, allo Stato come ad un soggetto attivo nei processi economici e perciò in grado di intervenire per fare in modo che la proprietà privata abbia una funzione “sociale” e che l’iniziativa economica, riconosciuta e garantita come “libera”, venga «indirizzata e coordinata a fini sociali».
Brindisi, 26 febbraio 2009
Michele DI SCHIENA

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La condizione in cui è precipitata l’Italia, è particolarmente delicata:mille parole,accattivanti preludi di fiabeschi scenari, sortite dalla classe politica nazionale, hanno incantato l’assise popolana e ne hanno,in gran parte di questa,fomentato l’edonismo e l’ambizione al potere dei soldi. Primo, abnorme problema, il sogno di una ricchezza, solo ed esclusivamente il sogno della massa. Aspirare alla ricchezza è lecito per chiunque, ma aspirarne con logica e realismo non è per tutti da subito. E’ maledettamente vero e, quanto mai reale, che il capitalismo, con modalità a dir poco spregiudicate, socializza le perdite e privatizza i profitti. Si è giunti all’acquisizione quasi completa del dominio dell’elite imprenditoriale sulla massa, sul popolo operaio,artigiano,intellettuale e vergine da pseudo culture fomentose e mirate. I media? sul mercato spicciolo solo testate faziose,meglio definite,assoldate. In una nazione dove il conflitto d’interessi di un uomo che, nonostante e da anni,viene contestato,denunciato e giustamente perseguitato dalla giustizia,continua a far il suo comodo con la benedizione degli stessi elettori,che presumo capaci d’intendere e volere: bhè!che dire?pensare per secoli,o per anni? Francamente la speranza verte su giorni,o poche ore,il tempo utile per evitare il disastro completo e sancire per lungo tempo ancora la fine della democrazia. Intanto, una voce, in poche frasi raccoglie consigli etici e riverbera il proverbio del ..No! gli elettori erano decisamente distratti;il marketing veline-onorevoli-ministre ha raggiunto un alto tasso di ebrezza:il popolo italiano ha necessitrà di una lunga passeggiata all’aperto(tanto per quel che costa il carburante?!),un buon caffè e cominciare dal difendere coi denti la COSTITUZIONE ITALIANA ed adoperarsi al meglio,perchè SIA APPLICATA!!
***Il Proverbio citato e non impresso è:chi di speranza vive,disperato muore!!