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Eluana: cultura di vita e cultura di morte

  • Dall'Italia

Il giudice Michele Di SchienaGustavo Zagrebelsky si è chiesto quale tipo di regime sia quello che vige oggi nel nostro Paese ed è pervenuto alla conclusione che il berlusconismo è qualcosa di incomprensibile e di incontrollabile in quanto si caratterizza per il disinvolto utilizzo di tutti i mezzi (anche di quelli più contraddittori) funzionali all’ampliamento del potere e per l’assenza di qualsiasi finalità. Di seguito articolo integrale di Michele Di Schiena.

Eluana: cultura di vita e cultura di morte

In un recente intervento il Presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky si è chiesto quale tipo di regime (inteso questo termine nel suo significato neutro e quindi non valutativo) sia quello che vige oggi nel nostro Paese e, dopo avere affermato che il potere politico è legittimo e dotato di senso solo se viene concepito come coerente rapporto tra mezzi e fini, è pervenuto alla conclusione che il berlusconismo è qualcosa di incomprensibile e di incontrollabile in quanto si caratterizza per il disinvolto utilizzo di tutti i mezzi (anche di quelli più contraddittori) funzionali all’ampliamento del potere e per l’assenza di qualsiasi finalità. Un misto quindi di nichilismo, inteso come trasformazione delle idee e dei fatti nel nulla, e di scetticismo, vissuto come sfiducia verso tutto ciò che supera l’ambito del proprio interesse. Un governo della società che sorprendentemente trova inspiegabili sostegni in certi nemici giurati del vituperato “relativismo”.

Si tratta di una lucida riflessione sull’attuale momento politico-costituzionale del nostro Paese suggerita dai dolorosi e sconcertanti accadimenti degli ultimi giorni. Una voce fuori dal coro o, meglio, dai cori che hanno accompagnato la triste vicenda di Eluana. Un’analisi sulla quale dovrebbero fermare la loro attenzione quanti nei giorni scorsi, nel mondo politico e sociale come anche in quello religioso e culturale, non hanno reagito con determinazione e sdegno allo scempio che, nella penosa circostanza, si è tentato di fare della legalità costituzionale ricorrendo ad indegne manovre con l’intento di indebolire il ruolo di garanzia del Capo dello Stato e di mortificare le funzioni e l’autonomia dell’ordine giudiziario per preparare alcuni stravolgimenti della Carta costituzionale. E non solo, perché è stata anche strumentalmente evocata la “cultura della morte” sostenendo che essa avrebbe vinto sulla “cultura delle vita” della quale sarebbero stati fieri vessilliferi l’attuale premier ed il suo governo.

Ma è proprio questo inopportuno riferimento alla cultura della morte che chiama in causa l’esigenza che il potere sia gestito in un coerente rapporto tra mezzi e fini quale indispensabile carattere distintivo di una politica degna di tale nome. E sì, perché vi sono politiche che tragicamente si mascherano di ottimismo e di baldanza ma che in realtà sono intrise di una cultura di morte perché si fondano sull’egoismo, sullo sfruttamento dei più deboli, sulla intolleranza, sul rifiuto dei diversi, sul dominio economico e sulla violenza pronta sempre a sfociare nella guerra. Sono quelle politiche che hanno assoggettato ai loro interessi immense aree di umanità provocando la morte di milioni di persone: il profitto come stella polare dell’economia, la sottrazione del mercato ad ogni forma di efficace controllo, la ripulsa di ogni intervento pubblico nei processi economici inteso ad indirizzarli a fini sociali, la concorrenza alimentata da una costosa e spesso ingannevole pubblicità come meccanismo di “selezione” delle imprese, le disuguaglianze come motore della prosperità economica. Sono questi i capisaldi di quel “pensiero unico”, divenuto “potere unico”, che sta naufragando nel mare della gravissima crisi economica che travaglia l’intero pianeta. Ora, i profeti nostrani di queste politiche, pervase – esse sì – da una politica di morte celata sotto gli scintillii di un consumismo senza freni e di uno sviluppo senza confini, sono stati proprio coloro che ora tengono in mano il governo del Paese.

L’amara denuncia di quelle politiche che per fame di profitto e di potere finiscono per divorare se stesse supera allora i confini del nostro Paese per investire il neoliberismo nel suo complesso. Una dottrina che si è fatta “regime” globale: un impero di potere costruito solo sui “mezzi” e quindi del tutto avulso da quei “fini” umanitari che costituiscono l’essenza della “cultura della vita” e che danno dignità e senso alla convivenza sociale. Muovendosi proprio sulla stessa lunghezza d’onda di queste considerazioni, in un contesto sociale e politico molto diverso dal nostro, qualche tempo addietro l’economista brasiliano Celso Furtado così sintetizzava il suo pensiero: «la sfida che si pone alla soglia del XXI secolo è nientemeno quella di cambiare il corso della civiltà e cioè di spostare l’asse dalla logica dei mezzi a servizio dell’accumulazione ad una logica dei fini in funzione del benessere sociale, dell’esercizio della libertà e della cooperazione fra i popoli». Ed è questa la via da imboccare per ispirare la politica alla “cultura della vita” mentre l’altra, quella dell’esercizio del potere fine a se stesso, produce ogni sorta di iniquità ed ha per matrice una “cultura di morte”.

Brindisi, 11 febbraio 2009

Michele DI SCHIENA

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