Riflettendo sulla guerra in Palestina
Una guerra folle come tutte le guerre quella tra ebrei e palestinesi ma forse la più folle di tutte. Due comunità che, invece di vivere in pace ed in reciproca collaborazione, hanno fatto fallire tutti i tentativi di accordo ed hanno seminato l’una nel campo dell’altra morte, distruzione e paura. E ciò con costi enormemente più pesanti per i palestinesi in conseguenza della netta superiorità della potenza militare israeliana sostenuta e foraggiata dagli Stati Uniti. Di seguito articolo di Michele Di Schiena.
Riflettendo sulla guerra in Palestina
Una guerra folle come tutte le guerre quella tra ebrei e palestinesi ma forse la più folle di tutte. Due popoli mediorientali in origine nomadi appartenenti entrambi al gruppo etnico e linguistico semitico; due culture diverse ma religiosamente accomunate per vie distinte dalla fede in un unico Ente supremo e da tormentate storie che si sono intrecciate in una limitata area del mondo; due nazioni che, l’una vantando una “promessa” divina e l’altra un diritto fondato sulla “jihad“, hanno in tempi diversi occupato con le armi la Palestina perdendone poi il controllo politico fino alla costituzione nel 1948 dello Stato d’Israele; due comunità che, invece di vivere in pace ed in reciproca collaborazione, hanno fatto fallire tutti i tentativi di accordo ed hanno seminato l’una nel campo dell’altra morte, distruzione e paura. E ciò con costi enormemente più pesanti per i palestinesi in conseguenza della netta superiorità della potenza militare israeliana sostenuta e foraggiata dagli Stati Uniti.
Ma perché non è stato possibile fermare subito la macchina bellica israeliana che, prendendo a pretesto uno sconsiderato attacco di Hamas (peraltro militarmente inoffensivo), ha scatenato nella Striscia di Gaza ancora una volta la sua micidiale potenza? Quali tortuosi interessi hanno tanto ritardato il doveroso intervento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che ha finalmente approvato, all’unanimità e con la sola astensione degli Stati Uniti, una risoluzione che chiede l’immediata cessazione del fuoco ed il ritiro completo delle forze israeliane da Gaza? E per quale motivo il nostro Governo non ha dato alcun apprezzabile contributo ai tentativi intesi a fermare il massacro coprendosi dietro certe rituali e vuote formule del linguaggio diplomatico?
La responsabilità di questo grave ritardo appartiene tutta alla politica estera del Presidente Bush. Una politica che ha stabilito in Israele la “torre di controllo” americana sull’intera area mediorientale, che nei tentativi di negoziato si è sempre sostituita alle Nazioni Unite e che si è caratterizzata per il pieno appoggio allo Stato ebraico e per una chiara ostilità verso tutte le rappresentanze del popolo palestinese. Ma il fatto è che la citata risoluzione è stata irresponsabilmente respinta dalle parti in conflitto e siccome il barbaro eccidio nella Striscia di Gaza continua va ricordato che l’art. 42 dello Statuto della Nazioni Unite attribuisce al Consiglio di Sicurezza, qualora le altre misure dovessero risultare inadeguate, «il potere di intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace».
E non basta perché la risoluzione con la quale il Consiglio di Sicurezza decide l’uso della forza comporta sempre una diretta assunzione di responsabilità nella gestione delle operazioni militari da parte dell’Onu che si avvale di contingenti armati appartenenti a stati nazionali ma deve porli sotto un comando internazionale facente capo allo stesso Consiglio di Sicurezza. Né si potrebbe invocare, per giustificare l’attacco israeliano, il ricorso alla legittima difesa perché se è vero che la Carta dell’ONU riconosce all’art. 51 il diritto naturale di autotutela, è anche vero che essa sottopone l’esercizio di tale diritto alla precisa condizione che sia in atto «un attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite» e riconosce comunque questo esercizio per un tempo limitato e circoscritto: «fintantoché – dice l’art. 51 dello Statuto – il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza». E ciò a voler prescindere dalla considerazione che la difesa deve essere sempre a proporzionata all’offesa.
Ma dove è il movimento per la pace? Quali scoramenti e quali difficoltà interne bloccano il movimento “altermondista”? Se il capitalismo neoliberista frana sotto il peso di una crisi economica probabilmente irreversibile, se c’è il pericolo che il sistema dominante possa fare più frequente ricorso allo strumento bellico ritenendolo l’unica strada percorribile per ritardare il suo declino, se si aggravano gli squilibri e le disuguaglianze sociali, se i governi dei maggiori Paesi e la comunità internazionale sembrano guardare più verso il passato che verso il futuro, se c’è il rischio che persino la speranza Obama possa essere imbrigliata dai grossi apparati di potere politico e militare, se questi sono i fatti ed i timori che caratterizzano l’attuale congiuntura, è allora davvero il momento nel quale dovrebbero scendere in piazza e far sentire la loro voce quei movimenti pacifici di protesta e di proposta che qualche anno addietro avevano acceso tante speranze nell’intero pianeta.
Brindisi, 09 gennaio 2009
Michele Di Schiena

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Cito dal Blog di Daniele Luttazzi che a sua volta riporta un articolo tratto dal NYT, a firma di Rashid Khalidi, professore di studi arabi alla Columbia University, autore di “Sowing Crisis: The Cold War and American Dominance in the Middle East”.
Il link della versione originale e’
http://www.nytimes.com/2009/01/08/opinion/08khalidi.html?scp=3&sq=Rashid%20Khalidi&st=cse
Testo tradotto dal sito di Luttazzi:
Quello che non sapete su Gaza
di Rashid Khalidi (NYTimes, 7-1-09)
Quasi tutto quello che siete stati portati a credere su Gaza è sbagliato. Alcuni punti essenziali sembrano mancare dal discorso, svoltosi per lo più sulla stampa, circa l’attacco di Israele alla striscia di Gaza.
Il popolo di Gaza
La maggioranza di chi vive a Gaza non è lì per scelta. Un milione e cinquecentomila persone stipate nelle 140 miglia quadrate della striscia di Gaza fanno parte per lo più di famiglie provenienti dai paesi e dai villaggi attorno a Gaza come Ashkelon e Beersheba. Vi furono condotte a Gaza dall’esercito israeliano nel 1948.
L’occupazione
Gli abitanti di Gaza vivono sotto l’occupazione israeliana dall’epoca della Guerra dei sei giorni (1967). Israele è tuttora considerata una forza di occupazione, anche se ha tolto le sue truppe e i suoi coloni dalla striscia nel 2005. Israele controlla ancora l’accesso all’area, l’import e l’export, e i movimenti di persone in ingresso e in uscita. Israele controlla lo spazio aereo e le coste di Gaza, e i suoi militari entrano nell’area a piacere. Come forza di occupazione, Israele ha la responsabilità di garantire il benessere della popolazione civile della striscia di Gaza (Quarta Convenzione di Ginevra).
Il blocco
Il blocco della striscia da parte di Israele, con l’appoggio degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, si è fatto sempre più serrato da quando Hamas ha vinto le elezioni per il Consiglio Legislativo Palestinese nel gennaio 2006. Carburante, elettricità, importazioni, esportazioni e movimento di persone in ingresso e in uscita dalla striscia sono stati lentamente strozzati, causando problemi che minacciano la sopravvivenza (igiene, assistenza medica, approvvigionamento d’acqua e trasporti).
Il blocco ha costretto molti alla disoccupazione, alla povertà e alla malnutrizione. Questo equivale alla punizione collettiva –col tacito appoggio degli Stati Uniti- di una popolazione civile che esercita i suoi diritti democratici.
Il cessate-il-fuoco
Togliere il blocco, insieme con la cessazione del lancio dei razzi, era uno dei punti chiave del cessate-il-fuoco fra Israele e Hamas nel giugno scorso. L’accordo portò a una riduzione dei razzi lanciati dalla striscia: dalle centinaia di maggio e giugno a meno di venti nei quattro mesi successivi (secondo stime del governo israeliano). Il cessate-il-fuoco venne interrotto quando le forze israeliane lanciarono un imponente attacco aereo e terrestre ai primi di novembre; sei soldati di Hamas vennero uccisi.
Crimini di guerra
Colpire civili, sia da parte di Hamas che di Israele, è potenzialmente un crimine di guerra. Ogni vita umana è preziosa. Ma i numeri parlano da soli: circa 700 palestinesi, per la maggior parte civili, sono stati uccisi da quando è esploso il conflitto alla fine dello scorso anno. Per contro, sono stati uccisi 12 israeliani, per la maggior parte soldati. Il negoziato è un modo molto più efficace per affrontare razzi e altre forme di violenza. Questo sarebbe successo se Israele avesse rispettato i termini del cessate-il-fuoco di giugno e tolto il suo blocco dalla striscia di Gaza.
Questa guerra contro la popolazione di Gaza non riguarda in realtà i razzi. Né riguarda il “ristabilire la deterrenza di Israele”, come la stampa israeliana vorrebbe farvi credere. Molto più rivelatrici le parole dette nel 2002 da Moshe Yaalon, allora capo delle Forze di Difesa israeliane:”Occorre far capire ai palestinesi nei recessi più profondi della loro coscienza che sono un popolo sconfitto.”
ho visto le immagini di guerra e sono rimasta senza parole…..madri con i figli
con i figli morti tra le braccia,uomini sanguinanti bambini sotterrati
dai soldati,case distrutte…io ho adottato un bimbo palestinese,
munier,e’ un angelo di un anno se penso che lui vive in palestina
inizio a piangere,il bello e che nessuno pensa mai a loro ce ne stiamo
tutti con i nostri bei culoni attaccati alle sedie per lavoro,scuola o
restiamo incollati allo stereo o alla tv
non sappiamo nemmeno che cosa succede in alcune perti del mondo….
so che non è niente ma vi invito ad adottare a distanza un bimbo con
10/20 euro al mese gli cambierete la vita….il mondo è una lotta???
allora iniziamo a lottare