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Obama: niente sarà più come prima

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Dopo essersi precipitati a salire sul carro del vincitore, i conservatori di tutti i colori si sono affrettati a sostenere che l’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti non comporterà sostanziali cambiamenti come farebbero intravedere, in politica economica, gli annunciati contributi ad alcuni colossi industriali sull’orlo del fallimento e, in politica estera, la prudenza subentrata alla svolta ripetutamente proclamata durante la campagna elettorale. Di seguito articolo di Michele Di Schiena.

Obama: “niente sarà più come prima”

Dopo essersi precipitati a salire sul carro del vincitore, i conservatori di tutti i colori si sono affrettati a sostenere che l’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti non comporterà sostanziali cambiamenti come farebbero intravedere, in politica economica, gli annunciati contributi ad alcuni colossi industriali sull’orlo del fallimento e, in politica estera, la prudenza subentrata alla svolta ripetutamente proclamata durante la campagna elettorale. L’”eterno ritorno” insomma della tesi secondo la quale non ci sono disastri economici e tragedie belliche che possano mettere in discussione il capitalismo liberista, sempre in grado di fronteggiare crisi ritenute fisiologiche e di assestamento talvolta aggravate, come quella attuale, da errori ed abusi eliminabili con adeguati aggiustamenti.

Ora, non vi è dubbio che il neoeletto Presidente americano dovrà muoversi con cautela e realismo ma tutto lascia sperare, con buona pace di quanti si ispirano all’eterno gattopardismo, che il cambiamento ci sarà e toccherà punti strategici del sistema dominante. Obama ha invero impostato ieri tutta la sua campagna elettorale sulla esigenza di una più equa distribuzione della ricchezza ed oggi assicura non solo soccorsi in via di urgenza alle grandi industrie automobilistiche in crisi ma anche sostegno creditizio alle piccole e medie imprese e detassazioni dei redditi familiari fino a 200 mila dollari, accingendosi peraltro a riformare ben 200 decreti varati da Bush in materie di rilevante significato politico. Inoltre il vincitore delle elezioni americane ha ieri denunciato i fallimentari esiti della politica estera statunitense ed oggi si appresta ad accreditare il suo paese sullo scenario internazionale come una grande potenza di solidarietà e di pace.

Ma se così non fosse, se la forza del vecchio dovesse avere la meglio sull’attesa del nuovo, se le logiche della conservazione dovessero in qualche modo imbrigliare lo slancio innovativo del giovane Presidente o, peggio ancora, se qualche potere occulto (come è avvenuto per Martin Luther King e per i fratelli Kennedy) riuscisse ad eliminarlo fisicamente, ebbene neppure in questa fosca o drammatica ipotesi l’elezione di Obama cesserebbe di essere un evento eccezionale, una svolta epocale, un mutamento di rotta irreversibile nella storia dell’umanità. Il figlio nero di un immigrato, il discendente di un popolo povero e spesso schiavizzato, il germoglio statunitense dell’antica patria africana colonizzata e sfruttata dall’Occidente, un giovane che ha studiato e lottato contando solo sulle proprie forze è stato portato alla guida della nazione più potente del pianeta col voto strepitoso di milioni di cittadini americani di fedi e culture diverse, di diversa condizione sociale e di diverso colore della pelle .

“Niente sarà più come prima”: ciò che dopo l’attentato alle Torri Gemelle si disse ieri con angoscia, va detto oggi all’insegna dell’ottimismo e della speranza. E sì, perché siamo di fronte ad un evento straordinario che non è frutto solo delle eccellenti doti personali del neopresidente ma è anche frutto di un moto di popolo, di un sussulto di coscienza civile e democratica del quale il mondo ha oggi grande bisogno, di un segno dei tempi col quale tutti dovranno domani fare i conti. Nessuna illusione perché il cammino verso una democrazia degna di questo nome sarà ancora lungo e faticoso nel mondo e nel nostro Paese dove la politica vincente sembra rivolta più verso il passato che verso il futuro. Ma anche nessuna rassegnazione perché ciò che occorre è un rinnovato impegno incoraggiato dalla speranza che la svolta americana abbia effetti anche da noi e possa aiutarci ad uscire dalle secche del pessimismo e della sfiducia nelle quali siamo da tempo arenati.

Brindisi, 12 novembre 2008

Michele DI SCHIENA

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