La scuola linfa della democrazia
La classe dirigente ed in essa la classe politica diviene “casta” quando la scuola langue per difetto dei necessari mezzi finanziari e delle necessarie qualificazioni professionali o quando comunque, per la organizzazione interna e per la qualità dell’insegnamento, non riesce ad essere veramente “democratica” e quindi al tempo stesso espressione e strumento di eguaglianza civile e di coesione sociale. Di seguito articolo di Michele Di Schiena.
La scuola linfa della democrazia
Durante la protesta di questi giorni contro l’iniziativa legislativa del Ministro Gelmini sono state ricordate le preoccupate parole di Piero Calamandrei, grande giurista e componente dell’Assemblea costituente, il quale in un discorso dell’11 febbraio 1950 al congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale, metteva in guardia la ritrovata democrazia contro il possibile riemergere di tentazioni totalitarie. E lo faceva prospettando l’ipotesi di un «partito dominante» che, coprendosi dietro il rispetto formale della Costituzione, la violasse nella sostanza e cercasse di estendere la sua egemonia impoverendo le scuole pubbliche colpevoli di essere «imparziali». Un ammonimento di scottante attualità che, per essere colto nei valori che lo muovono e negli obiettivi che persegue, va inquadrato nel più ampio discorso di Calamandrei sulla scuola pubblica da lui significativamente considerata, al di là delle classificazioni formali, un «organo costituzionale» perché attraverso di essa si può risolvere il «problema centrale della democrazia» che è quello della formazione della classe dirigente e cioè di tutti coloro che, a vario titolo, svolgono un ruolo di rilievo o di influenza nella vita politica e sociale del Paese.
E sì, perché il problema della democrazia è quello di far crescere una classe dirigente che non degeneri in una oligarchia immobile e chiusa ma si ponga come un corpo vivo pervaso da un continuo fermento culturale, un insieme dinamico di esperienze, di competenze e di idee aperto a tutti gli ambiti della vita collettiva e continuamente rinnovato dall’afflusso dei soggetti migliori espressi dalla società. Quei soggetti che la Costituzione all’art. 34 indica come «capaci e meritevoli» affermando che essi «hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Un diritto da rendere effettivo non solo con le provvidenze esplicitamente previste da tale norma ma anche e soprattutto con quella politica sociale rivolta a combattere gli squilibri e le ingiustizie che la nostra Costituzione prospetta come doverosa quando affida alla Repubblica il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Un grande messaggio che sembra oggi prodigiosamente rivivere in quella nuova primavera americana che, in un momento drammatico per le sorti dell’umanità, è riuscita ad esprimere il neopresidente Barak Obama.
La classe dirigente ed in essa la classe politica diviene “casta” quando la scuola langue per difetto dei necessari mezzi finanziari e delle necessarie qualificazioni professionali o quando comunque, per la organizzazione interna e per la qualità dell’insegnamento, non riesce ad essere veramente “democratica” e quindi al tempo stesso espressione e strumento di eguaglianza civile e di coesione sociale. Ne discende che se la scuola deve essere la linfa vitale della nostra democrazia, essa ha bisogno di premurosa attenzione politica, dei necessari apporti finanziari, di preparati docenti adeguatamente retribuiti, di programmi che sulla esperienza del passato preparino al futuro, di più pluralismo e di maggiore vivacità culturale. Ha bisogno di insegnanti che sappiano coltivare le intelligenze senza mai pensare di irreggimentarle, di più confronto dentro e fuori di essa, di educarsi e di educare sempre di più al rispetto di tutte le opinioni, alla tolleranza di tutti i dissensi e alla accoglienza di tutte le diversità. La scuola ha bisogno inoltre di svolgere un ruolo critico nei confronti di tutti i conformismi, di tutte le mode e di tutto ciò che punta ad inquadrare entro schemi o sistemi rigidi coscienze e comportamenti.
La cosiddetta riforma della scuola dell’attuale Governo si muove in direzione opposta rispetto a quella indicata dalle menzionate esigenze ed è per questo che è esploso nei giorni scorsi il dissenso degli studenti, delle famiglie e dei docenti. Un dissenso che si è fatto protesta con le tante affollate manifestazioni e che, al di là dei momenti pubblici, è vivo con non minore intensità in tutti coloro che vogliono una scuola veramente democratica e considerano inammissibile che ci si adoperi per ricacciare indietro ciò che si dovrebbe invece spingere in avanti. Pesanti ed indiscriminati tagli di fondi, previsti licenziamenti, maestro unico e grembiulini degli alunni delle elementari, voti numerici espressi in decimi, voto di condotta con la non ammissione all’anno successivo se inferiore a 6\10, discriminazioni sia pure transitorie per i bambini stranieri, inevitabile riduzione alle elementari del tempo di insegnamento col ritorno in alcuni casi a forme inadeguate di doposcuola: siamo di fronte ad un misto di operazioni di risparmio a compensazione di esborsi evitabili (Alitalia ed abolizione dell’Ici per i più abbienti) e di pulsioni punitive datate e prive di qualsiasi efficacia educativa. Un grossolano intreccio di sconcertanti superficialità e di inconcludenti inclinazioni autoritarie palesemente privo di qualsiasi apprezzabile progetto riformatore.
E’ allora motivo di amara sorpresa che alla protesta contro questa pseudo-riforma si sia finora risposto col piglio della contrapposizione e della ripulsa invece di imboccare la strada del confronto, della ragionevolezza e del superamento dei contrasti. Esigenza questa che negli ultimi tempi sembra farsi faticosamente strada anche negli ambiti più avvertiti dell’attuale maggioranza. La scelta della contrapposizione dura ed arrogante da parte del Governo si rivela quindi sbagliata e perdente perché non tiene nel debito conto un grande movimento di opinione, un articolato movimento di popolo che dissente perché avverte in tutte le sue componenti, sia pure con diversi livelli di consapevolezza, che la “questione-scuola” coincide con la “questione-democrazia” se è vero che, come diceva Calamandrei, la scuola pubblica deve essere, non meno della famiglia, «seminarium reipubblicae» e cioè luogo di primo sviluppo della democrazia.
Brindisi, 5 novembre 2008
Michele DI SCHIENA


L’odierna congerie di Stato, libertina conseguenza per assenza di conoscenza del concetto di deontologia politica, meno che meno di ruolo da assolversi nell’incarico politico di una nazione democratica e repubblicana, individua aspetti che avvolgono premier e ’scagnozzi’ sulla scia di quel ‘totalitarismo’ scongiurato da insigni costituenti, lo stesso Calamandrei. Certo, il discorso del grande giurista, oggi più che mai profetico, per la pressante attualità sconcerta gli adulti che hanno o meno memoria del membro dell’Asseblea Costituente nel primo dopoguerra, gli anni della ricostruzione. Conforta sapere che tantissimi giovani, in particolare studenti, non solo conoscono il discorso dell’11 febbraio 1950, ma lo leggono in pubblico e, con infinità dignità, compostezza e competenza, ne discutono. Conforta quel che evince dal comportamento e dai contenuti rivendicati nella protesta studentesca in corso, eccetto quei casi di violenza strumentalizzata che impiccia le grandi città e gli estremismi partitici, perchè la grande maggioranza di giovani esprime slogan non da marinerie scolastiche, perchè rivendica diritti sacrosanti che discussi con maturità. Encomiabile inoltre, il puntuale rifiuto di bandiere e simboli di partito durante le manifestazioni, perchè i nostri giovani, i nostri studenti hanno compreso che gli abusi di potere in corso sono frutto di antiche connivenze dell’intero arco parlamentare dell’ultimo ventennio ed il simbolo che lo attesta è un Giano bifronte: da un lato di colore rosso, dall’altro nero!