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Una diversa politica per affrontare la crisi

  • Dal Mondo , Dall'Italia

I neoliberisti nostrani oggi, di fronte ad una devastante crisi finanziaria e ad una recessione che colpisce i più deboli, riscoprono sorprendentemente l’Europa, fingono di prendere le distanze dalla “loro” globalizzazione e ricorrono all’intervento pubblico guidati dalla cinica logica secondo la quale lo Stato serve solo per salvare il capitalismo dalla voracità insita nella sua natura che lo porta a divorare se stesso. Di seguito articolo integrale di Michele Di Schiena

Una diversa politica per affrontare la crisi

Hanno sostenuto per anni che il liberismo senza regole e senza “lacci e laccioli” avrebbe provocato uno sviluppo capace di assicurare benessere economico e migliori condizioni di vita ad un numero crescente di uomini e donne; hanno gridato ai quattro venti che l’intervento pubblico nell’economia doveva essere considerato un residuo di superate ideologie destinato ad un rapido e definitivo tramonto; hanno spocchiosamente affermato la superiorità della nostra civiltà sulle altre facendo riecheggiare un “uber alles” di nazista memoria; hanno detto che è giusto esportare nei paesi di diversa cultura la nostra democrazia anche ricorrendo alla guerra come si è disastrosamente creduto di fare col fallimentare intervento americano in Iraq; hanno snobbato l’Europa ponendo la politica estera del nostro Paese al servizio di quella di Bush che oggi viene rigettata dalla maggioranza degli americani.

Ed ancora: sono riusciti a capovolgere perfino il senso delle parole facendo in modo che passassero per “conservatori” i progressisti impegnati sul fronte della giustizia sociale e per “innovatori” i tutori dell’eterna “classe” dominante, sempre la stessa col mutare dei volti e delle casacche; hanno infine con tutti i mezzi tentato di svuotare la Costituzione dei valori che la collocano all’avanguardia delle più avanzate costituzioni moderne con l’intento di fondare la Repubblica non sul lavoro, come prescrive il nostro Statuto, ma su un simulacro della libertà, quella dei pochi privilegiati in danno dei diritti di tutti. La libertà senza confini e senza regole di una “casta” di finanzieri e di operatori economici che sullo scenario internazionale controlla i mercati, specula sull’andamento delle borse e regola a suo piacimento i flussi di capitale ed i tassi di interesse. Tutto questo hanno fatto i neoliberisti nostrani che oggi, di fronte ad una devastante crisi finanziaria e ad una recessione che colpisce i più deboli, riscoprono sorprendentemente l’Europa, fingono di prendere le distanze dalla “loro” globalizzazione e ricorrono all’intervento pubblico guidati dalla cinica logica secondo la quale lo Stato serve solo per salvare il capitalismo dalla voracità insita nella sua natura che lo porta a divorare se stesso.

Per fronteggiare il disastro che renderebbe più precaria la vita di milioni di uomini non vi è dubbio che gli Stati debbano intervenire sui centri nevralgici della crisi finendo per puntellare enti e strutture che, pur essendo responsabili della crisi medesima, tengono tuttora in mano il destino di tanta gente. Ma dovrebbe trattarsi di provvedimenti d’emergenza adottati per stato di necessità ed accompagnati da una politica economica diversa che, rifuggendo certo da ogni tentazione dirigistica, sia capace di guardare allo Stato come ad un soggetto attivo nei processi economici e perciò in grado di intervenire, in linea con quanto afferma la Costituzione, per fare in modo che la proprietà privata abbia una funzione “sociale” e che l’iniziativa economica, riconosciuta e garantita come “libera”, venga «indirizzata e coordinata a fini sociali». Una filosofia questa della quale non c’è traccia nelle scelte del governo Berlusconi che si caratterizza per un ritorno alla vecchia politica economica fatta di tagli alla spesa pubblica che penalizzano gli Enti locali, il welfare e l’ambiente.

L’abolizione dell’Ici sulla prima casa per i più fortunati (per gli altri l’imposta era già stata eliminata da Prodi) ha infatti comportato la compensazione a carico dello Stato dei relativi introiti perduti dai Comuni con prelievi dal Bilancio che impoveriscono attività e servizi di utilità sociale. Di oltre 30 miliardi di euro sono i tagli progettati per i prossimi tre anni nei settori della sanità, della scuola e degli Enti locali. I redditi dei pensionati e dei lavoratori dipendenti subiscono poi una forte riduzione a causa di una inflazione programmata all’1,7% mentre quella reale si aggira intorno al 4% e mentre si continua a negare la restituzione del fiscal drag. Per citare solo qualche significativo atto di questa errata politica, vanno sottolineati il ripristino di quel capolavoro di precarietà che è il lavoro “ad intermittenza”, l’indebolimento dei provvedimenti previsti dal Testo Unico in materia di sicurezza sul lavoro e l’introduzione nelle aziende, in sostituzione dei libri paga e matricola, del “libro unico” del lavoro rendendo così più difficoltose le attività ispettive. Una politica discriminatrice portata avanti mentre l’OCSE ci informa che l’Italia è ai vertici della graduatoria mondiale delle disuguaglianze tra ricchi e poveri e che da noi le fasce privilegiate hanno un reddito 12 volte più alto di quello dei meno abbienti.

Ne discende che questo Governo, dietro la cortina fumogena degli annunci berlusconiani e dei giochi di prestigio anti-global di Tremonti, sta affrontando la crisi secondo una logica che è l’opposto di quella che si è tentato di accreditare con lo specchietto per le allodole della Robin Tax: sta togliendo ai poveri per dare ai ricchi e lo fa riuscendo ad ottenere il consenso di una parte di quella povera gente che sta pagando lo scotto di questa politica. E sì, perché si tratta di un consenso che, per l’abilità di chi lo suscita e lo gestisce, riesce ad alimentare se stesso compensando così le perdite di popolarità alle quali, come nel caso della scuola, l’Esecutivo va incontro man mano che ceti sociali, categorie e singoli cittadini fanno sofferta esperienza della dura realtà. Si punta insomma a fare in modo che il “si” al Governo divenga, come accade nel mondo della moda, una “tendenza”. Un’inclinazione quasi ineluttabile provocata dalle suggestioni di una politica-spettacolo che trova terreno fertile per i suoi successi in quelle aree di opinione pubblica fiaccate nella coscienza dalla cultura dominante e deluse dagli errori di quanti quella cultura avrebbero dovuto e dovrebbero apertamente combattere. Un consenso che, se l’opposizione saprà fare fino in fondo il suo dovere, potrà presto lasciare il posto ad un inarrestabile tracollo di quella fiducia di cui ha goduto finora il Governo.

Brindisi, 24 ottobre 2008

Michele DI SCHIENA

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