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La crisi finanziaria ed i guasti del capitalismo

  • Dall'Italia

La crisi finanziaria americana assume dimensioni sempre più allarmanti e scuote l’economia dell’intero pianeta. Il frenetico susseguirsi di notizie di colossali fallimenti e di poderosi tentativi di salvataggio col ricorso all’impiego di denaro pubblico influenzano l’andamento delle borse e provocano tra la gente moti di panico, fasi di fuggevole rasserenamento e crescenti ondate di smarrimento e di sfiducia. I cittadini non “addetti ai lavori” assistono storditi ad uno spettacolo che appare incomprensibile e con tratti di vera e propria follia. Di seguito articolo integrale di Michele Di Schiena.

La crisi finanziaria ed i guasti del capitalismo

La crisi finanziaria americana assume dimensioni sempre più allarmanti e scuote l’economia dell’intero pianeta. Il frenetico susseguirsi di notizie di colossali fallimenti e di poderosi tentativi di salvataggio col ricorso all’impiego di denaro pubblico influenzano l’andamento delle borse e provocano tra la gente moti di panico, fasi di fuggevole rasserenamento e crescenti ondate di smarrimento e di sfiducia. I cittadini non “addetti ai lavori” assistono storditi ad uno spettacolo che appare incomprensibile e con tratti di vera e propria follia. Non si capisce come sia possibile che senza percepibili avvisaglie falliscano o siano sull’orlo del fallimento potenti banche e grandi imprese assicurative fino a ieri dominanti sullo scenario internazionale, per quali perverse logiche tanti piccoli e medi risparmiatori rischino di perdere il frutto di lunghi anni di lavoro e di previdenti rinunce, come possa accadere che da un momento all’altro enormi fortune vadano in fumo e che dal conseguente caos possano trarre vantaggio pochi spregiudicati trafficanti, per quale sortilegio diversi titoli di credito facciano registrare un giorno paurosi crolli e l’altro sorprendenti riprese senza che nell’economia reale nulla di nuovo sia di fatto accaduto.

Ma dove vanno cercate le responsabilità di tale sconvolgimento? Perché queste responsabilità non vengono chiamate col loro nome e cognome e si cerca di nasconderle dietro la cortina fumogena di parole generiche e di astrusi argomenti? Chi ha creato luccicanti montagne di ricchezza fatta di nulla e ha indotto tanta povera gente a gettarsi in un mare di debiti? Si tratta di una parte significativa di quella «superclass» di cui parla in un suo recente lavoro, senza esprimere peraltro giudizi di valore, l’esperto americano di relazioni internazionali David Rothkopf il quale rileva che al vertice della popolazione mondiale, stimata attualmente in più di 6 miliardi di persone, vi siano non più di seimila individui, uno per ogni milione di uomini. Un vertice costituito da soggetti, in prevalenza imprenditori e finanzieri, che formano la cabina di regia dell’attuale sistema, che influenzano gli orientamenti della gente, che controllano i mercati e che in pratica decidono le sorti dell’umanità. Una élite – va rilevato – che domina su tutto e tutto indirizza a suo piacimento; una piccola minoranza che ha messo le mani sul mondo, che ha svuotato di contenuti sostanziali la democrazia e che ha assegnato alla politica un ruolo meramente ancillare.

Prima di Rothkopf un altro liberista, il noto politologo statunitense Edward Luttwak, in un suo libro dall’emblematico titolo “La dittatura del capitalismo”, aveva anni addietro denunciato i guasti provocati da questo sistema, da lui tuttavia ritenuto il migliore possibile, per pervenire poi, contraddicendo se stesso, alla conclusione per la quale «permettere al turbocapitalismo di avanzare senza ostacoli significa disintegrare la società in piccole élite di vincitori e masse di perdenti». Un esercizio contorsionistico fatto di censure e difese che oggi, di fronte alla catastrofe finanziaria, viene purtroppo largamente praticato: si condanna il disastro che spaventa il mondo ma si afferma che una cosa è il capitalismo mentre cosa diversa sono le sue degenerazioni degli ultimi decenni. Gioco questo che si spinge fino ad affermare, come ha scritto di recente il direttore de “la Repubblica”, che oggi «il capitalismo assiste all’incepparsi non di sé, ma del nuovo sistema di scambio simultaneo universale che sfrutta da un decennio lo strumento di reti che avviluppa il mondo» . Praticamente la colpa sarebbe tutta di “internet”… un arrampicarsi sugli specchi davvero incredibile.

Ma i fatti sono argomenti testardi ed attestano che nella sua ormai lunga storia il vigente sistema, come puntualmente ricorda Giorgio Ruffolo nel suo libro “Il capitalismo ha i secoli contati”, ha sempre assoggettato e sfruttato immense aree di umanità provocando la morte di milioni di persone. E questi misfatti sono stati consumati nel resto del mondo anche quando in Occidente, dopo l’ultimo conflitto mondiale e sino agli anni ‘80, il capitalismo si è presentato col volto più umano dai tratti keynesiani per poi, a pericolo comunista scongiurato, mostrare di nuovo il piglio della sua vera natura. Il profitto come stella polare dell’economia, la sottrazione del mercato ad ogni efficace regolamentazione e controllo, la ripulsa di qualsiasi intervento pubblico nei processi economici per coordinarli ed indirizzarli a fini sociali, la concorrenza alimentata da una costosa e spesso ingannevole pubblicità come cinico meccanismo di “selezione” delle imprese, le disuguaglianze come motore della prosperità economica: sono questi i capisaldi di quel “pensiero unico” che è sfociato poi nel “potere unico” con tutti i danni e le involuzioni che un simile sbocco comporta.

Se con l’esplosione della bolla finanziaria statunitense il capitalismo rivela il suo vero volto, se l’egemonia neoliberista fa crescere ovunque ingiustizie e squilibri, se incombe sull’economia mondiale lo spettro di una lunga recessione, se in America ed in Europa si privatizzano i profitti e si socializzano le perdite, se accaniti liberisti giocano tatticamente a fare i no-global dell’ultima ora, se il candidato alla Casa Bianca e probabile Presidente degli Stati Uniti Obama afferma che non si può più credere «nella teoria che vuole mercati senza regole, consumatori senza protezione e continui tagli di tasse ai più ricchi con l’idea che la prosperità scenderà fino in basso», se tutto ciò si verifica vuol dire che i tempi sono maturi perché, come avvenne ieri per il “socialismo reale”, possa oggi accadere che il “capitalismo reale” venga superato, ma senza le lacerazioni e senza i traumi del crollo comunista, in virtù di una politica capace di ritrovare finalmente se stessa.

Brindisi, 6 ottobre 2008

Michele DI SCHIENA

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3 Risposte to “La crisi finanziaria ed i guasti del capitalismo”

  1. marilina mastrangeloon 10 ott 2008 at 09:04

    Conforta, di questi tempi, leggere simili pertinenti erudizioni socio-politiche, quanto economiche che, almeno in parte,colmano la solitudine intellettuale di troppa gente assoggettata all’ignoranza mediatica. Ancora giovanissima ero affascinata da un nome,Paolo Sylos Labini; ne sentivo spesso parlare ai telegiornali, o mi capitava di leggere ‘quel nome’ sul Tempo, quotidiano letto in famiglia. Per me, Sylos Labini era e restava solo un nome, quasi da romanzo, che esulava completamente la politica e restava nell’imaginifico adolescenziale. Passati gli anni ‘80, incontro quell’uomo nella sua personalità politica e, solo molti anni dopo, ne ho ammirato scelte e posizioni: Le sue dimissioni dal comitato tecnico-scientificpo del Ministero del Bilancio quando Andreotti, ministro in carica per quel dicastero, nominò Salvo Lima come sottosegretario, nonostante, quest’ultimo fosse oggetto di 4 richieste di autorizzazione a procedere , come persona probabilmente connivente all’ambiente mafioso, comparso varie volte nelle relazioni della Commissione parlamentare antimafia. Naturalmente Andreotti tenne con sè Lima!! Intanto Sylos Labini più simpatico e degno di tutta la mia attenzione, lo diventò quando nel 2001, con Bobbio, Galante e Pizzorusso, firmò il famoso Appello contro la Casa delle Libertà , non certo per avversione politica, o per’partito preso’,ma a tutela della stessa democrazia dello Stato Italiano . Un saggio pubblicato da Sy. Labini nell’88, frutto di suoi studi, attraverso gli strumenti tipici del suo lavoro di economista e sociologo, confrontati i dati statistici relativi ai paesi europei,a comincioare dall’Italia, evidenziò scientificamente quello che già era sotto gli occhi di tutti, ossia. Purtroppo con gli anni ‘90 e l’affermarsi del Berluscanesimo, Sylos Labini disse laconico. Mi domando: pensiero di vate o di profeta, il suo? come può accedere una popolazione alla cognizione concreta di quanto oggi avviene e annunciata da un ventennio?
    MM

  2. marilina mastrangeloon 10 ott 2008 at 09:11

    Cari amici, mi accorgo che le frasi riportate in parentesi discorsive, non vengono riprese dal blog, quindi mi accingo a riportare le dichiarazioni non impresse dopo l’ossia1… e 2disse laconico 1Un’esacerbata conflittualità sociale che rischia di portare il paese verso la guerra civile e un’organizzazione burocratica «ipertrofica», da addebitarsi soprattutto al meccanismo clientelare, che lo sprofonda nell’inefficienza. Purtroppo con gli anni ‘90 e l’affermarsi del Berluscanesimo, Sylos Labini disse laconico:2 Abbiamo perso gli Italiani e fra poco anche l’Italia!.

  3. antonio mason padovaon 30 ott 2008 at 23:37

    altri lettori e giornalisti ,hanno fatto un’ analisi molto più penetrante sulla crisi finanziaria voluta da pochi banchieri americani senza scrupoli che hanno immesso nel mercato obbligazioni spazzatura , o obbligazioni drogate, dopo che le banche le avevano classificate con la tripla a (sicurezza massima)TRUFFANDO I PICCOLI RISPARMIATORI
    l’ intreccio banche e politica è totale non c’ entra la destra o la sinistra. Ezra Pound poeta americano del novecento messo in manicomio per farlo tacere ha sentenziato:
    “ i politici sono i camerieri dei banchieri” . Ed io aggiungo, compresi tutti i nostri politici,di destra e di sinistra, più quelli di centro. Altro che destra e sinistra. Berlusconi non è ne meglio ne peggio degli altri . Io non mi illudo. Meglio avere una sana sfiducia sia della destra che della sinistra . Con orgoglio vi guardo come insetti al microscopio. Tanto comando i banchieri e con una croce su un simbolo o su un altro simbolo non cambiate niente di niente.

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