L’Alitalia fra le forzature del Governo e le incertezze del Partito Democratico
La vicenda di Alitalia sta dimostrando due cose: da una parte, l’avventurismo della politica del Governo Berlusconi che, sacrificando ogni ragione sull’altare dell’immagine trionfante del premier, privilegia interessi particolari in danno di quelli generali e, dall’altra, la fragilità e lo sbandamento del Partito Democratico che appare in affanno nel costruire univoche e convincenti politiche davvero alternative a quelle della destra ed in grado di rompere la ragnatela di suggestioni e di intontimenti nella quale il berlusconismo sta cercando di avvolgere ed addormentare il Paese. Di seguito articolo integrale di Michele Di Schiena.
L’Alitalia fra le forzature del Governo e le incertezze del Partito Democratico
La vicenda di Alitalia sta dimostrando due cose: da una parte, l’avventurismo della politica del Governo Berlusconi che, sacrificando ogni ragione sull’altare dell’immagine trionfante del premier, privilegia interessi particolari in danno di quelli generali ed affronta ogni problema con l’unico intento di consolidare la “dittatura morbida” instaurata dal Cavaliere e, dall’altra, la fragilità e lo sbandamento del Partito Democratico che appare in affanno nel costruire univoche e convincenti politiche davvero alternative a quelle della destra ed in grado di rompere la ragnatela di suggestioni e di intontimenti nella quale il berlusconismo sta cercando di avvolgere ed addormentare il Paese. Da Presidente in pectore Berlusconi ha prima fatto di tutto per impedire il buon esito della trattativa su Alitalia con Air France e poi, da Presidente del Consiglio in carica, ha tentato e tuttora tenta di consegnare l’azienda, liberata da tutte le sue passività, ad un gruppo di imprenditori nostrani, inadeguato per professionalità e mezzi allo specifico compito, scaricando così sui contribuenti il peso dell’enorme debito accumulato dalla Compagnia.
I piloti avranno pure mille torti ma hanno avuto ragione quando hanno denunciato, sia pure con discutibili slogan, la spregiudicatezza e gli intenti vessatori con i quali è stata condotta l’operazione CAI. Ed ha avuto soprattutto ragione il segretario nazionale della CGIL Epifani quando ha affermato che non si possono concludere accordi senza il consenso dei sodalizi che rappresentano la quasi totalità del personale di volo, quando ha detto che non si poteva trattare con la pistola alla tempia e quando infine ha sollecitato il Governo ad attivarsi per verificare la possibilità di riaprire il negoziato con la CAI ed ha chiesto anche, in alternativa, che venissero avviate subito, in modo libero e trasparente, le procedure per tentare di vendere l’azienda ad una grande Compagnia aerea internazionale. Scelta quest’ultima fatta propria dal Commissario straordinario Fantozzi con la decisione di pubblicare una sollecitazione perché vengano presentate «manifestazioni di interesse» all’acquisto di Alitalia da parte di soggetti diversi dalla CAI. Una decisione destinata probabilmente a fallire perché presa con ritardo forse anche per mettere il Commissario al riparo da possibili responsabilità contabili e perché boicottata dal Governo con una sfilza di dichiarazioni che ne proclamano l’assoluta impraticabilità.
Ma il leader della CGIL, colpevole soltanto di aver in autonomia fatto il suo mestiere a tutela dei lavoratori ieri con Prodi ed oggi con Berlusconi, è stato lasciato solo sotto il fuoco concentrico dell’entourage del Cavaliere, dei tanti commentatori d’osservanza e purtroppo anche dai suoi colleghi delle altre confederazioni sindacali. E sì, perché il Partito Democratico ha preso le distanze da Epifani ed anzi lo ha apertamente criticato con gli interventi di Enrico Letta e di Bersani per poi fare sostanzialmente propria la linea della CGIL dopo la decisione del Commissario Fantozzi di riaprire le trattative. Una linea incerta che Veltroni sta tentando in extremis in qualche modo di aggiustare con la lettera inviata al Presidente del Consiglio nella quale afferma che il Governo non può dire «di avere già fatto tutto quello che poteva» e chiede che l’Esecutivo convochi immediatamente le parti «senza accettare né veti né soluzioni prefabbricate». Una linea che dimostra quanto sia necessario ed urgente che il maggiore partito di opposizione parli una solo lingua e superi le difficoltà che stanno caratterizzando questa fase di avvio del suo cammino. Ma per fare questo il PD deve innanzitutto, e perciò anche prima di pensare a possibili adeguamenti dell’assetto interno, rivedere il proprio progetto politico per riempire di contenuti veramente innovativi il suo riformismo in un tempo nel quale il mondo sta davvero cambiando. Col drammatico crack finanziario statunitense il neoliberismo sta mostrando segni di una crisi tanto grave da rendere plausibile la previsione che il capitalismo senza valori e senza controlli del nostro tempo abbia non più i «secoli contati», come si legge nel titolo provocatorio dell’illuminante libro di Giorgio Ruffolo, ma abbia gli anni contati o comunque tempi di vita non molto lunghi.
Una crisi, quella del capitalismo neoliberista, che potrebbe comportare il superamento della cultura che lo genera e che al tempo stesso trae da esso alimento, una cultura che assolutizza gli interessi di pochi privilegiati e mortifica quelli generali delle comunità, che esalta il profitto e subordina ad esso le ragioni della solidarietà, che punta sulla competizione come legge suprema della convivenza e forza motrice dello sviluppo economico, che traduce l’”essere” nell’”avere”, che ignora i diritti fondamentali e devasta l’ambiente, che confonde la libertà con l’arbitrio, che benedice i vincenti e condanna i perdenti, che tutto mercifica e tutto consuma. Mentre l’imperante sistema economico fa acqua da tutte le parti, mentre i profeti del neoliberismo sono in difficoltà o si scoprono keynesiani, mentre Bush in America ricorre ad un poderoso intervento statale per evitare un disastro finanziario dalle incalcolabili conseguenze, mentre in Italia Berlusconi tenta di scaricare i debiti dell’Alitalia sui contribuenti e Tremonti indossa maldestramente i panni dei no-global, mentre tutto ciò avviene sarebbe davvero patetico che il Partito Democratico si ergesse, come la sortita di qualche suo esponente può far sospettare, a paladino di un sistema economico che appare destinato a subire radicali trasformazioni.
Brindisi, 23 settembre 2008
Michele DI SCHIENA

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