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I tagli di spesa e l’emarginazione di massa

  • Dall'Italia

BerlusconiCrescita praticamente allo zero, riduzione del 7% delle entrate fiscali sui consumi a loro volta in forte flessione, inflazione oltre il 4% con aumenti più spiccati per la pasta ed il gasolio: un quadro davvero preoccupante che sembra sorprendere il capo del governo. «In una situazione come questa – dice Berlusconi – ci sono solo due soluzioni possibili: mettere le mani nelle tasche degli italiani o tagliare le spese e noi, naturalmente, abbiamo scelto questa seconda strada». Il Governo quindi taglia, come propagandisticamente precisa il premier, «spese, privilegi, sprechi ed enti inutili». Di seguito articolo integrale di Michele DI SCHIENA.

I tagli di spesa e l’emarginazione di massa

Crescita praticamente allo zero, riduzione del 7% delle entrate fiscali sui consumi a loro volta in forte flessione (per la Coldiretti calano in particolare gli acquisiti di pane, carne bovina e frutta), inflazione oltre il 4% con aumenti più spiccati per la pasta ed il gasolio: un quadro davvero preoccupante che sembra sorprendere il capo del governo. «In una situazione come questa – dice Berlusconi – ci sono solo due soluzioni possibili: mettere le mani nelle tasche degli italiani o tagliare le spese e noi, naturalmente, abbiamo scelto questa seconda strada». Il Governo quindi taglia, come propagandisticamente precisa il premier, «spese, privilegi, sprechi ed enti inutili». Ma il fatto è che i cosiddetti «privilegi, sprechi ed enti inutili», i quali probabilmente ci sono ma meriterebbero attente verifiche per accertare nei singoli casi le effettive superfluità, non sono una specificazione delle «spese», una voce questa che si riferisce invece a ben altre ed assai più vaste misure che provocheranno una drastica compressione dei servizi essenziali, a partire da quello della sanità, dovuta alla riduzione delle risorse finanziarie destinate ai centri erogatori di tali servizi e, in particolare, alle regioni ed agli enti locali. Una riduzione che per il Mezzogiorno sarà estremamente pesante e che diverrebbe addirittura drammatica se venisse varato, come pretende la Lega di Bossi, il cosiddetto federalismo fiscale.

E questo sarebbe il «non mettere le mani nelle tasche degli italiani»? Queste scelte mettono, eccome, le mani in quelle tasche e le mettono anche ben più ampiamente sulla vita dei cittadini che dovranno (quelli in grado di farlo) pagare o pagare di più servizi indispensabili ovvero subire le pregiudizievoli conseguenze di gravi rinunce. Dai banchi dell’opposizione, da parte dei sindacati (compreso quello vicino alla destra) e da voci autorevoli del mondo economico e bancario si sta ripetutamente sottolineando l’esigenza di affrontare l’attuale congiuntura utilizzando soprattutto lo strumento fiscale per incrementare salari e pensioni. Una via questa che occorrerebbe percorrere per promuovere i consumi e dare così impulso alla ripresa. Ma, dopo le demonizzazioni del governo Prodi accusato di aver fatto lievitare la pressione fiscale, Berlusconi non sembra disposto a ridurre i prelievi sui redditi medio-bassi per dare respiro alle famiglie e, al tempo stesso, favorire il rilancio dell’economia.

Una scelta questa che dimostra come l’obiettivo dell’attuale governo, mascherato dalle ambigue estrosità di un Tremonti che si veste da no-global per meglio servire “questo” capitalismo, è quello di favorire la parte più forte della società in danno di quella più debole. Si spiega allora la fregola con la quale si stanno allestendo ed attuando controriforme rivolte a perseguire il definitivo smantellamento delle tutele in favore dei lavoratori, l’indebolimento del ruolo del sindacato, la derogabilità dei contratti collettivi ad opera dei contratti individuali e la preminenza di quelli aziendali con la mortificazione di quelli nazionali, l’estensione della precarietà ed il ridimensionamento del controllo di legalità non solo in materia penale in favore di privilegiati e potenti ma anche nel settore del lavoro con la riduzione delle misure previste a tutela dei prestatori d’opera. Si tratta di politiche che, in un quadro più generale, spingono verso nuove forme di emarginazione di massa: l’emarginazione dalle utilità (beni e servizi) insieme all’emarginazione dai centri e dagli ambiti dove si prendono le decisioni che contano. Un fenomeno che può essere contrastato solo con un sussulto di coscienza civile che faccia riscoprire il valore della partecipazione come diritto-dovere dei cittadini.

Il rilancio della partecipazione risulta invero decisivo per la lotta a queste forme di emarginazione che hanno la loro matrice in una cultura per la quale la parte vincente della società ha il diritto di gestire tutto il potere a proprio vantaggio relegando la parte perdente ai margini della società. L’emarginazione è insomma il disvalore al quale si dovrebbe simmetricamente contrapporre il valore della partecipazione democratica proclamato dalla nostra Costituzione per la quale la Repubblica deve «rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». In un momento nel quale si ripropone il tema delle riforme va ribadito che, se sono necessari alcuni aggiornamenti della normativa che disciplina il funzionamento delle istituzioni, è soprattutto necessario il recupero della volontà politica di riproporre i grandi valori costituzionali come terreno d’incontro delle forze più avanzate del Paese sulle quali grava la responsabilità di bloccare ogni tentativo di svuotare il nostro Statuto e di promuovere il rilancio della partecipazione democratica come indispensabile antidoto contro la nuova emarginazione di massa.

Brindisi, 04 agosto 2008

Michele DI SCHIENA

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Una Risposta to “I tagli di spesa e l’emarginazione di massa”

  1. Anna Vitaleon 10 set 2008 at 11:18

    condivido e aggiungo il danno morale ed economico che il governo sta arrecando al mondo della scuola: dalle infamie di bossi, alle affermazioni blasfeme della gelmini , fino ai tagli di 87000 cattedre. La scuola ha bisogno di risorse per valorizzare una professione in crisi e al collasso per le difficoltà insite nel ruolo sempre più complesso:minori con dinamiche comportamentali e apprenditive diverse e impegnative, innovazioni crescenti e in continuo divenire che comportano un impegno e una modalità di insegnamento da rivedere. Soprattutto servono risorse e professionalità nuove e in continua trasformazione per essere all’altezza dei ruoli e miglorare il livello scolastico italiano . Mentre tutto denuncia una situazione deficitaria da colmare la risposta deleteria, ingiustificata e assurda è tornare indietro di vent’anni ridurre il numero di docenti , di classi. Pertanto mettere la divisa e stipare in aule “Buco”30- 35 alunni è la soluzione della nostra bella ministra. Io la inviterei a scuola e la lascerei per 10m”in una in classe da sola, basterebbero per farle aprire gli occhi su qualcosa che non ha mai visto…

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