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Morti sul lavoro: specie non protette

  • Dall'Italia

L'acciaieria Thyssen Krupp di TorinoLa scorsa settimana, in una fabbrica di Torino, cinque sventurati lavoratori (l'ultimo si è spento ieri) sono stati uccisi in un incendio scoppiato nella linea di produzione numero 5 di quello stabilimento. Un incendio propagatosi perché gli estintori erano scarichi e le manichette dell'acqua rotte; perché la manutenzione dei dispositivi di sicurezza, in una fabbrica che stava sbaraccando, non la faceva più nessuno. Secondo i compilatori bipolari dell'agenda unica degli allarmi e delle paure nazionali, quegli operai sono stati uccisi dall'incendio. E basta. Di seguito articolo integrale dell'avv. Stefano PALMISANO



Morti sul lavoro: specie non protette 

Poco più di un mese fa, l'omicidio di una giovane donna italiana, secondo l'accusa, ad opera di un immigrato rumeno scatenò immediatamente gli spiriti animali della permanente "emergenza sicurezza", che nella variante scaturita da questo tragico fatto assunse i tratti somatici granguignoleschi della "razza rumena".

Quella presunta emergenza, letteralmente costruita nel laboratorio bipartisan degli orrori, tra strilli di avvoltoi di destra e ruggiti di conigli di sinistra, mise in luce, secondo costoro, le presunte lacune o addirittura "il lassismo" del nostro ordinamento verso quegli odiosi titolari di licenza di uccidere e rubare che sono i migranti, specie se rumeni.

Nel nostro codice penale il furto di una scatoletta di tonno in un supermercato è punito con una pena che può arrivare a 10 (dieci) anni.

Quanto alla legislazione sui migranti, o meglio sui "clandestini", non dovrebbe essere necessario, ci si augura, ricordare le numerose perle di "lassismo" normativo inanellate in questa materia dalla prestigiosa compagine di legislatori liberali Turco-Napolitano-Bossi-Fini-Pisanu.

Ciononostante, da quel fatto di cronaca nera, indubbiamente terribile, ma purtroppo non più di tanti altri, derivò in tempo reale un nobile decreto – legge: l'ennesimo prezioso pacchettino – sicurezza che, per riempire i fantomatici buchi nelle maglie della nostra rete repressiva (sempre ed esclusivamente, s'intende, destinata ad intrappolare ogni tipo di delinquenti, purchè rigorosamente povericristi), tra le altre sue chicche di civiltà giuridica conteneva l'istituzione di una mini-deportazione su base etnica, prontamente avviata dagli zelanti funzionari di uno Stato che, per definizione, è un delizioso giardino di legalità, amorevolmente coltivato anzitutto dalle sue classi dirigenti.

La scorsa settimana, in una fabbrica di Torino, cinque sventurati lavoratori (l'ultimo si è spento ieri) sono stati uccisi in un incendio scoppiato nella linea di produzione numero 5 di quello stabilimento.

Un incendio propagatosi perché gli estintori erano scarichi e le manichette dell'acqua rotte; perché la manutenzione dei dispositivi di sicurezza, in una fabbrica che stava sbaraccando, non la faceva più nessuno.

Secondo i compilatori bipolari dell'agenda unica degli allarmi e delle paure nazionali, quegli operai sono stati uccisi dall'incendio. E basta.

Gli stessi avvoltoi che levano alti i loro gridi contro ogni rapina in villa commessa "dagli slavi", gli stessi conigli che ruggiscono imperiosamente alla tolleranza zero ad ogni scippo commesso "dai clandestini", in questi casi, quando si tratta solo di qualche normale morte operaia sul posto di lavoro (praticamente fisiologica, secondo alcuni degni imprenditori), ritrovano l'aplomb dello statista, l'analisi dotta e distaccata del fine giurista.

Secondo questa augusta vulgata, contro i padroni che calpestano sistematicamente le più elementari regole in materia di sicurezza dei loro dipendenti sul posto di lavoro "non servono nuove norme più severe, basta applicare quelle che già ci sono."

La nostra normativa antinfortunistica in materia di pericolo di incendio in fabbrica prevede che "nelle aziende o lavorazioni in cui esistono pericoli specifici di incendio [....] devono essere predisposti mezzi di estinzione idonei in rapporto alle particolari condizioni in cui possono essere usati, in essi compresi gli apparecchi estintori portatili di primo intervento. Detti mezzi devono essere mantenuti in efficienza e controllati almeno una volta ogni sei mesi da personale esperto…" (art. 34, D.P.R. 54755).

La violazione di questa norma da parte dei datori di lavoro e dei dirigenti è punita "con l'arresto da due a quattro mesi o con l'ammenda da lire un milione a lire cinque milioni." (art. 389).

Fino a che in quella fabbrica infernale di Torino continuava, per un caso fortuito e fortunato, a non verificarsi il fattaccio, pur in quelle condizioni di criminale sfacelo delle più basilari misure di sicurezza, padroni, capi e capetti della Thyssen-Krupp, che pure avevano creato quelle condizioni, se beccati avrebbero rischiato al massimo l'arresto fino a quattro mesi o l'ammenda fino a lire cinque milioni.

A sentire il coro bipartisan delle voci tonitruanti "della sicurezza", inopinatamente affievolitesi sino a degradare al rango di autentiche voci bianche quando è in gioco quella sottospecie di sicurezza che è quella dei lavoratori, questa sarebbe la sanzione penale sufficiente a spingere gli imprenditori a rispettare un precetto vitale, come dimostrano tragicamente i fatti di Torino, per la tutela dei lavoratori in fabbrica, come quello su citato in materia di mezzi di prevenzione antiincendi.

Cosa deve accadere perché per una volta, una soltanto, ci venga risparmiato lo spettacolo indecente di uomini politici o addirittura di uomini di governo che, in una materia ed in un momento del genere, ci imbrogliano spudoratamente oppure, in alternativa, che non sanno letteralmente di cosa stanno parlando, lasciando al lettore la valutazione su quale delle due ipotesi sia più degradante per un "governante"?

Il 24 aprile scorso il governo ha presentato un disegno di legge in materia di tutela penale dell'ambiente che tende a far finalmente diventare i reati ambientali delitti (il genere più grave di illeciti penali previsto dal codice penale), da contravvenzioni (quello decisamente meno grave; per non dire, meglio, meno serio) quali sono oggi.

La legge delega n. 123 del 3 agosto scorso, in materia di "tutela della salute e della sicurezza sul lavoro", invece, prevede che i reati contro la salute e la sicurezza sul lavoro, cioè quelle dei lavoratori e delle lavoratrici, contravvenzioni erano e tali restino.

Con tutto quello che questa fulgida scelta del legislatore di centrosinistra (con l'ovvia astensione del centrodestra) comporta in termini anzitutto di effettiva applicabilità della sanzione, ossia di serietà della stessa, dato che, indipendentemente dal, già di loro tragicomico, merito quantitativo, comunque si tratta e si tratterà di pene che in 9 casi su 10 non vengono e non verranno mai comminate, e men che meno eseguite, per la semplice, notoria ragione che un reato contravvenzionale si prescrive, cioè si estingue, in quattro anni; un termine nel quale un processo penale di solito è ancora ai suoi primi vagiti.

Forse, insieme alle, comunque benemerite, campagne di adozione degli alberi di arance siciliane e dei ratti di laboratorio, bisognerà iniziare a pensare di avviare una campagna di ad
ozione degli esemplari di quella specie sempre meno protetta che è la specie umana lavoratrice.

Fasano, 17/12/2007

Stefano Palmisano

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2 Risposte to “Morti sul lavoro: specie non protette”

  1. donnaproletariaon 18 dic 2007 at 16:36

    Cardinale Poletto, per il ‘goodwill’ borghese, si ammazza l’operaio, non per la famiglia!
    postato da donnaproletaria [14/12/2007 19:07]
    ‘Assassini, assassini’ urlavano i metalmeccanici lunedì a Torino, anche Bertinotti con la sua non-violenza si è defilato, e pure i sindacalisti ‘venduti’, ormai soci del Capitale nella gestione della forza-lavoro(1). ‘Pagherete caro, pagherete tutto’, urlava il corteo, davanti alla sede dell’Unione Industriali, blindata da plotoni di celerini in assetto di battaglia.

    Un’aria grama tira per la borghesia, non solo a Torino.

    La paura – per dirla come loro – del ‘consumer wear out’, il messaggio logorato, la ripetizione che non ha più effetto, perchè ad esso per troppi anni la classe operaia è stata sovra-esposta.

    Il terrore borghese che l’operaio, dopo il rogo alla Thyssen, non ci stia più, rifiuti di riconoscersi – ancora – come ‘vittima’ del sistema, o che – stavolta – la ‘vittima’, socialmente riconosciuta e risarcita, rifiuti di comportarsi come tale, ritirandosi nel suo dolore, nel suo privato.

    La paura, insomma, che il ‘prodotto’ abbia stancato, stancato il ’sindacalismo terapeutico’, il tramonto di quel sindacalismo che per decenni ha disinnescato la reazione operaia al depredamento della forza lavorativa(2), per decenni ha incanalato il malcontento nei luoghi istituzionalizzati del ‘disagio’, l’infermeria, la magistratura e la chiesa, e raramente nella piazza, sul terreno della lotta, il solo che avrebbe potuto fermare la mattanza sul lavoro.

    ‘Non lutto, ma lotta’: l’urlo del corteo operaio… la borghesia confusa, ha consultato subito le sue agenzie di riferimento, i media responsabili della ‘comunicazione’ per tentare un recupero, un aggiornamento della ‘vittima’ per il messaggio che non funziona più.

    L’aggiornamento vittimistico, nella variante olocaustica, è stata affidata a Gad Lerner, al suo ‘l’Infedele’ del mercoledì sera.

    Antonio, l’operaio Uilm con la fronte bruciata, il sopravvissuto al rogo, sembrava prestarsi a questa ’selezione vittimaria’ che ha tentato di unire gli Ebrei cremati nei lager e gli operai arsi vivi alla Thyssen, un’unica identità, l’Olocausto di ieri e di oggi, la cui responsabilità è del ‘nazismo aziendale’ tedesco, che da sempre, dalla Germania, arrivano i nazismi, le persecuzioni.

    L’architeture, abilmente firmata dalla aroma-terapia canora di Moni Ovadia, non ha retto, non ha retto l’affinity, Antonio non ci è cascato.

    Ancora una volta ha ribadito i motivi che lo hanno portato alla ribalta mediatica, la denuncia della verità di fabbrica, la mattanza operaia su cui si fonda la ‘cultura del consumo’, lo schiaffo al ‘profumo’ delle merci, che il ’sapore’ delle merci – come si producono in fabbrica – sembra non interessi più nessuno.

    Al ‘flop’ di Lerner, l’audit non poteva che passare alla Chiesa, nei solenni funerali di stato, offerti ai morti.

    Il cardinale Poletto ha invocato il carattere sacro della vittima, si è appellato a quella vittima incomparabile del passato, del presente e del fututo che è il Cristo dei Vangeli.

    Incomparabile perchè non soccombe mai ai carnefici, incomparabile perchè nei loro confronti non adotta mai la prospettiva della vendetta, ma il perdono.(3) Perdono ‘operaio’ per il ‘peccato padronale’, le fabbriche della morte, il rogo? E attorno al rogo delle vittime, Poletto con abilità, ha fatto risorgere la religione di sempre, la purezza del culto del focolare operaio, che inevitabilmente accompagna il sacrificio. Ha proclamato gli operai ‘vittime d’amore’ perchè col loro sovra-lavoro proteggono le famiglie, assicurano alle spose e ai figli il benessere economico.

    Per questo sacrificio, le vittime d’amore, come i morti di oggi, come quelli del futuro, siederanno presso Gesù, in paradiso, garantisce la Chiesa.

    Ah..ah.. non tralascia dunque il cardinale, anche in questa triste occasione, di tirare in ballo noi donne(4) un richiamo, con la sua augusta omelia, al senso di colpa dell ‘Eterna Improduttiva, un richiamo alla sua dipendenza dal maschio, produttivo e sgobbone, cui deve rispetto, perchè si immola per lei e la famiglia. Chiediamo a Poletto se la colomba dello Spirito non gli ha ancora rivelato l’arcano, il segreto della giornata lavorativa dell’operaio, che è di due parti, una cortissima, per sé e la famiglia, per il piatto di lenticchie della sussistenza; l’altra lunghissima, per il ‘goodwill’ , il lusso e la ricchezza borghesi, il profitto, il plus-valore ‘redentivo’ che ingrassa pure lui con tutta la sua Chiesa, visto che lì dentro nessuno lavora.

    Ed è proprio per avere sul gobbo tutti quanti che la classe operaia crepa di lavoro, non certo per la famiglia, non certo per il benessere dell’Eterna Improduttiva, la ’sposa’, la casalinga forzata!

  2. marilina mastrangeloon 19 dic 2007 at 13:28

    Ed oggi ne è morto il sesto!!X quel che rigurda la ‘chiesa’, sarebbe opportuno una petizione per mandarli a lavorare, conoscere i sacrifici di un’intra società (esclusi politici e prelati, i famigerati compagni di merenda!!naturalmente),ed imparare a vivere da uomini civili, con impegni, doveri e responsabilità e smetterla, una per tutte,a campare da parassiti col pretesto della santità e del bene pubblico.

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