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State of the World 2006 - Rapporto sullo stato del pianeta

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State of the World 2006
Rapporto sullo stato del pianeta
Focus Cina e India Worldwatch Institute
a cura di Gianfranco Bologna 2006 - pagine 362 - euro 19,00
da www.edizioniambiente.it



State of the World 2006
Rapporto sullo stato del pianeta
Focus Cina e India Worldwatch Institute

La presa di coscienza che la Cina, assieme all’India, sta rapidamente diventando una potenza planetaria, ha portato quest’anno i ricercatori del Worldwatch Institute a centrare lo State of the World su alcuni paesi anziché su questioni specifiche.
Mano a mano, Cina e India rivendicheranno inevitabilmente una quota delle risorse globali sempre più equa, arrivando a un volume di consumi mai verificatosi prima a livello mondiale. Secondo l‘analisi del Worldwatch, se i due paesi dovessero utilizzare tanto petrolio pro capite quanto ne utilizza il Giappone oggi, la loro richiesta supererebbe da sola l’attuale domanda globale. E se la loro domanda pro capite di biosfera dovesse eguagliare quella dell’Europa di oggi, ci vorrebbe un intero pianeta Terra solo per sostenere questi due paesi.
E visto che il fatto che nei prossimi anni si trovino un altro paio di pianeti a disposizione è un’ipotesi piuttosto remota, è evidente che l’attuale modello occidentale di sviluppo non è sostenibile. Ci troviamo di fronte a una scelta: ripensare quasi tutto, o rischiare di venire trascinati verso il basso in una spirale di competizione politica e collasso economico.
La serie di disastri naturali senza precedenti che si è abbattuta sul mondo nel corso del 2005 è stata una conferma del fatto che il mondo non è né stabile né sicuro, ancor prima che Cina e India aggiungano il loro contributo al fardello globale.
La sconvolgente capacità distruttiva di queste calamità “innaturali” - l’uragano Katrina ha fatto registrare perdite economiche senza precedenti - è dovuta anche alle attività umane, ma dallo Sri Lanka e da Aceh viene un’indicazione: l’azione umanitaria dopo una catastrofe può dare lo slancio necessario a comporre i contrasti e ritrovare la via per la pace.
Altri temi trattati: una panoramica su due settori in grande ascesa, quello della nanotecnologia e quello dei biocombustibili, una indagine su due minacce per la salute dell’uomo (il mercurio e gli allevamenti intensivi di animali) e una valutazione sulle possibilità di contribuire allo sviluppo sostenibile da parte del mondo della finanza e del commercio.
Il Worldwatch Institute viene considerato il più autorevole punto di osservazione dei trend ambientali del nostro pianeta. L’Istituto ha come obiettivo quello di favorire l’evoluzione verso una società ambientalmente sostenibile, nella quale si dia risposta ai bisogni umani senza minacciare l’ambiente naturale e le prospettive delle generazione future.

Prefazione

Molti anni prima che l’India diventasse indipendente, qualcuno domandò al Mahatma Gandhi se desiderava che l’India libera fosse “sviluppata” come la Gran Bretagna, il paese dei suoi colonizzatori. Gandhi rispose un secco no, sbalordendo il suo interlocutore, per il quale la Gran Bretagna era il modello da imitare. E aggiunse: “Se la Gran Bretagna ha dovuto saccheggiare mezzo mondo per essere com’è, di quanti mondi avrebbe bisogno l’India?”
La saggezza di Gandhi ci lancia una sfida. Ora che l’India e la Cina stanno per entrare nella schiera dei ricchi, l’”isterismo ambientale” che accompagna la loro crescita dovrebbe farci riflettere; e non solo circa l’impatto di queste popolose nazioni sulle risorse del nostro pianeta ma, ancor prima e più radicalmente, sul modello economico dello sviluppo che ha portato stati decisamente meno popolati a saccheggiare e a degradare le risorse della nostra unica Terra.
Parliamoci con chiarezza: nella sua essenza, il modello di sviluppo occidentale - che India e Cina desiderano così ardentemente emulare - è intrinsecamente nocivo. Consuma uno smisurato quantitativo di risorse, energia e materia, e genera una quantità enorme di rifiuti. Il mondo industrializzato ha imparato a mitigare gli impatti negativi della produzione di ricchezza investendo ingenti somme di denaro, ma è evidente che non è mai riuscito a contenerli, creando di fatto molti più problemi rispetto a quelli che risolve.
Si prenda ad esempio il controllo dell’inquinamento atmosferico nelle città del mondo ricco. La crescita economica nel periodo postbellico ha posto queste metropoli, da Londra a Tokio a New York, in serie difficoltà per quanto riguarda il contenimento dell’inquinamento. Il mondo ricco ha reagito alla crescente domanda d’ambiente dei suoi cittadini investendo in nuove tecnologie da applicare a veicoli e carburanti. Alla metà degli anni 80 gli indicatori di inquinamento, allora misurati attraverso la quantità di particolato sospeso, dichiararono le città pulite.
Ma agli inizi degli anni 90 la scienza delle misurazioni aveva fatto dei progressi: gli scienziati confermarono che il problema non era il particolato nel suo insieme, ma il particolato sottile e respirabile, capace di penetrare nei polmoni e nel sistema circolatorio. La causa principale di queste minuscole tossine, di queste micropolveri che vengono inspirate, era il combustibile diesel utilizzato negli autoveicoli. Allora la tecnologia applicata ai veicoli e ai combustibili cambiò di nuovo: ridusse lo zolfo nel gasolio ed escogitò modi per intrappolare le polveri sottili prima che uscissero dai veicoli. Si credette che la tecnologia di nuova generazione avesse affrontato e risolto la sfida.
Ma le cose non stanno così. Gli scienziati occidentali stanno constatando che se le tecnologie riducono la massa di particolato, si rilevano però particelle sempre più piccole e molto più numerose. Queste “nanoparticelle” (misurate alla scala del nanometro, equivalente a un milionesimo di millimetro) non solo sono difficili da misurare, ma - dicono gli scienziati - potrebbero essere anche più letali perché penetrano facilmente anche attraverso la pelle. E quel che è peggio, la contropartita della riduzione delle emissioni di particolato dai veicoli è stata l’aumento delle emissioni di ossidi di azoto, altrettanto tossiche.
Ma la ciliegina sulla torta è un’altra realtà amarissima: il mondo industrializzato avrà forse ripulito le sue città, ma le sue emissioni hanno messo a rischio l’intero sistema climatico mondiale e hanno reso milioni di persone - coloro che vivono ai limiti della sopravvivenza - ancora più povere e vulnerabili a causa del cambiamento del clima. In altre parole, l’Occidente non solo persevera nel creare i problemi, ma per di più li fa ricadere sugli altri, meno fortunati e meno capaci di affrontarne le conseguenze.
Questo è il modello di crescita che il mondo povero desidera adottare. D’altra parte, perché no? Il mondo avanzato non sembra aver trovato un sistema alternativo in grado di funzionare. Anzi, predica che gli affari vanno bene solo se si cercano soluzioni nuove a problemi vecchi. Ci racconta che il suo modo di creare ricchezza è il progresso, e che il suo stile di vita non è negoziabile.
Ma io credo che il mondo povero debba far meglio. Il Sud - India, Cina e i loro vicini - non ha alternative se non quella di reinventare il percorso dello sviluppo. Nel periodo di maggior crescita del mondo industrializzato, il reddito pro capite dei suoi abitanti era molto più alto di quello attuale nel sud del mondo. Il prezzo del petrolio era più basso, il che ha significato una crescita economicamente più conveniente.
Ora il Sud sta adottando lo stesso modello: intensità di capitali e dunque maggiori divisioni sociali, intensità di energia e materia, e quindi maggior inquinamento.
Il Sud non ha però la capacità di fare forti investimenti a favore dell’equità e della sostenibilità. Non può attenuare gli impatti negativi dello sviluppo, e ciò è letale.
Soffermiamoci sul problema dell’inquinamento atmosferico. Alcuni anni fa, l’organizzazione per cui lavoro sostenne che la città di Delhi doveva convertire il proprio sistema di trasporti pubblici a gas naturale. Così facendo si sarebbe dato un corretto impulso tecnologico, riducendo enormemente le emissioni di particolato. E infatti oggi
Delhi vanta la più consistente flotta mondiale di autobus e altri veicoli da trasporto che funzionano a gas. La città ha stabilizzato l’inquinamento nonostante l’elevatissimo numero di mezzi circolanti, le tecnologie povere a disposizione e i poco efficienti sistemi di monitoraggio delle emissioni dei veicoli. In altre parole, Delhi non ha adottato un percorso di miglioramento tecnologico rivolto ai dispositivi di filtro e controllo applicati ai veicoli e neppure è intervenuta per ripulire il combustibile. Ha invece superato d’un balzo degli inutili rimedi tecnologici, imboccando una strada diversa in termini di sviluppo.
Ora, dato il crescente numero di veicoli privati che affollano le strade di tutte le città e il conseguente inquinamento che aggredisce i polmoni dei cittadini, il problema da porsi è: si può reinventare il sogno della mobilità in modo tale che non diventi un incubo? È possibile aprire nuove strade alla città del futuro coniugando mobilità e crescita economica con gli imperativi della salute pubblica? In un modello di crescita ibrido - che sposi cioè il meglio del nuovo e del vecchio - le città funzionerebbero con i trasporti pubblici, ma utilizzando le tecnologie più avanzate.
Anche se tutto il mondo sembra cercare solo soluzioni-tampone all’inquinamento e alla congestione del traffico, noi dobbiamo inventarci ex novo una soluzione.
La gestione dell’acqua pone gli stessi problemi. India e Cina non possono permettersi di sprecare acqua prima e diventare efficienti poi. Non possono inquinare e poi ripulire; debbono inventarsi un modello di gestione dell’acqua. L’India, in particolare, per incrementare le sue risorse dovrà attingere alla tradizione costruendo milioni di strutture locali e decentrate; dovrà raccogliere l’acqua piovana per aumentare le proprie risorse idriche. Ma contemporaneamente dovrà guardare al futuro, investendo in tecnologie di riciclo e riuso che aumentino l’efficienza dell’acqua. Per esempio dovrà riprogettare il sistema degli scarichi civili e industriali, un settore ad alta intensità di capitale e materiali, che utilizza l’acqua come mezzo di trasporto. Ma non si potrà permettere la costruzione di reti fognarie e il trattamento delle acque nere che oggi inquinano i suoi fiumi e laghi.
Sarà dunque l’acqua a decidere se l’India diventerà ricca o rimarrà povera. Ma per assicurarsi un futuro ricco d’acqua, l’India ha bisogno di inventiva e ingegnosità oltre che di denaro e tecnologia.
La questione è se tutto questo è possibile. Dopo tutto, se il mondo ricco non ha trovato risposte ai problemi dello sviluppo non sostenibile, perché dovrebbe riuscirci il mondo povero? I movimenti ambientalisti del mondo ricco si sono formati successivamente al periodo di creazione di ricchezza, durante il periodo caratterizzato dalla generazione di rifiuti. Hanno discusso su come limitare i rifiuti, ma non hanno avuto la capacità di ripensare il modello stesso di generazione dei rifiuti. Questo tipo di ambientalismo, nato dalla ricchezza, non aveva bisogno di avventurarsi oltre.
Invece, nel Sud del mondo il movimento ambientalista si sta sviluppando proprio nel periodo di creazione della ricchezza, tra enormi iniquità e povertà. Per l’ambientalismo dei “relativamente” poveri, le risposte diventano impossibili se non si riformula l’intero problema.
Un cambiamento è possibile, ma con due prerequisiti essenziali.
Primo, un alto grado di democrazia, affinché anche i poveri - vittime ambientali spinte ai margini - possano esigere un cambiamento. È fondamentale capire che nei nostri paesi il motore principale del cambiamento ambientale non sono il governo, le leggi, le normative, i fondi o la tecnologia, bensì la possibilità dei cittadini di “usare” la democrazia.
Ma la democrazia va oltre le semplici parole di una costituzione. Necessita di un’attenta cura affinché i media e il potere giudiziario e tutti gli atri organi della governance possano prendere decisioni nell’interesse collettivo e non privato (leggi imprenditoriale). Insomma, questo ambientalismo dei poveri necessita di più istituzioni pubbliche credibili.
Secondo, il cambiamento richiederà conoscenza: pensiero nuovo e innovativo. Per sviluppare l’abilità di pensare in maniera diversa è necessario rompere con la rimozione storica, con l’arroganza delle vecchie idee precostituite. Una rivoluzione, un salto mentale, ecco ciò che manca di più al Sud. La cosa più nefasta dell’attuale modello di sviluppo industriale è che ha rammollito le teste pensanti del sud del mondo, supponendo che non possano trovare risposte. Hanno solo problemi, la cui soluzione devono cercare nelle risposte già collaudate dal mondo ricco.
Ed è proprio qui che il mondo ricco deve imparare da Gandhi. Deve imparare a non predicare perché non ha nulla da insegnare. Ma , se segue l’ambientalismo dei poveri, può imparare a condividere le risorse della Terra affinché ci possa essere un “futuro comune” per tutti.
(Sunita Narain, Direttrice del Centre for Science and Environment, India)

I “miracoli” economici di Cina e India

Caratterizzate da storie, culture e sistemi politici completamente diversi, Cina e India seguono percorsi di sviluppo distinti, percorsi che però si incrociano, si scontrano, talvolta cooperano e in molti casi imparano dai rispettivi successi e fallimenti. Il risultato è un cambiamento economico estremamente articolato, i cui effetti si ripercuotono in tutto il mondo.
Consideriamo per esempio la città di Bangalore, nell’India meridionale, ritenuta l’epicentro della trasformazione economica del paese. Bangalore è ormai un fulcro dell’economia dell’informazione globale, dove giovani indiani rispondono ai centralini delle compagnie multinazionali, ne amministrano le filiali locali e progettano i sofisticati software necessari per gestire tutti gli aspetti dell’odierna economia globale. In un paese a lungo caratterizzato da una miseria diffusa, la Bangalore di oggi offre un’immagine decisamente contrastante, una sorta di Silicon Valley dell’India subtropicale, con grattacieli in vetro e acciaio.
A spingere la rinascita di Bangalore sono state società statunitensi guidate da manager indiani. Ma oggi le aziende locali hanno sviluppato autonomamente modelli imprenditoriali ultra-concorrenziali, basati su livelli salariali relativamente bassi, sulla padronanza dell’inglese, sulla grande disponibilità di talenti scientifici e tecnici e su una differenza di fuso orario che permette alle compagnie indiane di offrire alle aziende californiane la possibilità di sviluppare software 24 ore al giorno. E il miracolo hi-tech indiano è solo all’inizio. La tecnologia locale è sempre più all’avanguardia e non solo “più a buon mercato” rispetto ai modelli occidentali, ma anche di qualità migliore.

La Cina ha invece costruito il suo successo economico sul boom dell’industria manifatturiera, dal tessile alle attrezzature elettroniche sofisticate. Per tagliare i costi, nel corso dell’ultimo decennio molte multinazionali manifatturiere hanno spostato parte delle loro attività in Cina. L’afflusso continuo di forza-lavoro nelle grandi città della Cina orientale tiene bassi i salari, e questa è un’autentica calamita per gli investimenti. Fattori altrettanto importanti sono, però, l’abilità e la disciplina dei lavoratori, così come la qualità delle infrastrutture e la larga scala delle attività che è possibile svolgere in Cina. L’80% dei fornitori di Wal-Mart sono ormai cinesi; appena dieci anni fa, solo il 6% dei prodotti di Wal-Mart non proveniva dagli USA.
I consumatori di tutto il mondo hanno tratto vantaggio dai bassi costi di produzione in Cina, specie negli ultimi anni quando, con il decollo dell’economia globale, questi hanno contribuito a mantenere l’inflazione a livelli minimi. E anche se può sembrare che la Cina sia poco più di un’officina al servizio delle multinazionali americane e giapponesi, per l’economia cinese questa non è che una fase di passaggio. Un chiaro segnale è rappresentato dall’acquisizione, nel 2
005, della divisione personal computer dell’IBM da parte della società cinese Lenovo. Altro indicatore inequivocabile è l’improvvisa scomparsa, nel corso dello scorso anno, dell’esteso deficit commerciale della Cina nei confronti della Germania, deficit che verrà presto rimpiazzato da un attivo anche più rilevante. E la ragione è questa: la Cina comprava macchine utensili e altre attrezzature industriali dalla Germania, ma una volta resi operativi gli impianti, ha cominciato a produrre ed esportare prodotti ad elevato contenuto tecnologico in Germania e in altri mercati.
La Cina sta anche costituendo uno dei settori automobilistici più importanti del mondo. Con una produzione annua che nel 1995 contava 320.000 pezzi e che nel 2005 è balzata a 2,6 milioni, nel 2015 la Cina potrebbe superare Giappone e Stati Uniti, che sfornano ciascuno 8 milioni di macchine l’anno, e diventare il più grosso produttore d’auto del mondo. Anche se in Cina molte auto sono prodotte da Volkswagen, General Motors e altre multinazionali, numerose aziende automobilistiche nazionali hanno preso slancio e gli esperti ritengono che il paese sia destinato a diventare un grande esportatore di automobili: è solo questione di tempo. La Cina è già al primo posto al mondo per un bene di consumo molto più recente: nel 2005 contava 350 milioni di abbonati a servizi di telefonia mobile, un boom rispetto ai 7 milioni del 1996 e il doppio degli utenti registrati negli Stati Uniti.
Un’economia basata sull’industria ha anche contribuito a trasformare il paese in un grande consumatore a livello mondiale. Nel 2005, la Cina ha utilizzato il 26% dell’acciaio grezzo mondiale, il 32% del riso, il 37% del cotone e il 47% del cemento. Alcune di queste materie prime entrano a far parte di prodotti destinati all’esportazione, ma una buona parte serve per costruire le infrastrutture del paese (edifici, fabbriche e strade che trasformano il paesaggio). Solo i consumi degli Stati Uniti hanno un impatto più forte sull’ambiente e sulla salute sociale del pianeta, ma la Cina sta guadagnando in fretta terreno, dato che a partire dal 2001 l’uso delle risorse ha subito una vera impennata.

I successi economici di Cina e India non si basano sulla ricchezza di risorse naturali, che sono modeste se misurate in termini pro capite, ma su decenni di investimenti in capitale umano, soprattutto nella fascia con il più alto livello di istruzione. Entrambi i paesi hanno eccellenti università, che nel complesso laureano ogni anno mezzo milione di scienziati e ingegneri, rispetto ai 60.000 degli Stati Uniti. L’India annovera 2,4 milioni di giovani professionisti nei campi della finanza e della amministrazione (gli Stati Uniti ne contano 1,8 milioni) mentre in Cina sono 1,7 milioni gli ingegneri neolaureati, oltre il doppio rispetto agli Stati Uniti (700.000).
Queste tendenze hanno avuto come conseguenza la più rapida crescita del ceto medio a livello mondiale e negli ultimi vent’anni hanno permesso di strappare centinaia di milioni di persone alla povertà. Una conquista importante è rappresentata dal fatto che la popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno (definizione semi-ufficiale di povertà estrema) è diminuita drasticamente tra il 1980 e il 2001, passando da due terzi in Cina e oltre la metà in India rispettivamente al 17 e al 35%.
Nonostante questi passi da gigante, nei due paesi sono ancora molte le persone che non possono contare su mezzi di sostentamento adeguati. Secondo l’Indice di sviluppo umano elaborato dall’UNPD (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) per classificare i paesi sulla base di indicatori come la speranza di vita e il livello di istruzione tra gli adulti, la Cina figura all’85° posto su 177 nazioni, mentre l’India occupa la posizione 127. Lontano dai grattacieli scintillanti di Bangalore e Shanghai, 800 milioni di indiani e 600 milioni di cinesi vivono ancora con meno di due dollari al giorno. In un clima di crescente diseguaglianza economica, 140 milioni di cinesi soffrono di malnutrizione, mentre in India la fame tormenta 250 milioni di persone. In contrasto con i laureati che escono da università di levatura internazionale, l’adulto cinese medio ha frequentato solo sei anni di scuola, e l’indiano cinque. Mediamente, in entrambi i paesi le femmine vanno a scuola un anno in meno dei maschi.
Quasi due terzi della popolazione indiana e cinese vivono ancora nelle zone rurali, con redditi pro capite inferiori a 1.000 dollari l’anno. Entrambi i paesi, però, stanno vivendo il più rapido processo di migrazione urbana della storia. In India, già 35 città hanno una popolazione che supera il milione di individui e, secondo le proiezioni, nel 2026 saranno 70.
A Delhi e Mumbai (Bombay) la popolazione ha già raggiunto i 30 milioni e le due città insieme contano lo stesso numero di abitanti del Regno Unito. In Cina sono 45 le città con più di un milione di abitanti.
Questo movimento migratorio senza precedenti sta causando tensioni sociali enormi in entrambi i paesi ed evidenzia drammaticamente la necessità di massicci investimenti in infrastrutture. La Cina ha cercato di fermare il flusso, da un lato controllando i permessi di residenza e dall’altro incoraggiando la formazione di imprese locali, che offrano posti di lavoro nelle campagne. Oggi in Cina sono sorprendentemente rari i quartieri urbani degradati; in India invece molte aree urbane, come quella di Calcutta, sono note per le orribili condizioni di vita. Nell’ottobre 2005 il Comitato centrale del Partito Comunista Cinese ha ammesso che la crescente iniquità è il problema centrale dell’economia del paese e ha rilasciato una dichiarazione in cui si invitava il paese a “prestare più attenzione alla giustizia sociale”.

I “miracoli” economici di Cina e India sono anche offuscati da gravissimi problemi ambientali, che stanno già facendo sentire il loro peso sulla salute umana ed ecologica del paese. La Cina, ad esempio, ha solo l’8% delle riserve mondiali di acqua dolce per soddisfare i bisogni del 22% della popolazione del pianeta, e il nord del paese è ormai praticamente arido. L’inquinamento estremo aggrava il problema della penuria idrica, rendendo alcune riserve d’acqua di fatto inutilizzabili. Nel 2004 è stata monitorata la qualità dell’acqua dei sette fiumi principali della Cina e il 58% dei 412 siti osservati è risultata molto compromessa dall’inquinamento di origine antropica. In India solo il 10% delle acque di scarico è soggetto a trattamento, e di solito gli agenti inquinanti urbani e industriali finiscono direttamente nei corsi d’acqua. Secondo un recente rapporto della Banca Mondiale, “numerosi fiumi, anche i più grandi, si sono trasformati in fetide acque di scarico”. Le emissioni provenienti dagli stabilimenti tessili del bacino del Noyyal, nello stato di Tamil Nadu, in India, hanno formato un “fiume morto” le cui acque sono talmente contaminate che hanno reso improduttivi 4.500 ettari di superficie irrigata.
La qualità dell’aria nelle città principali di Cina e India è un’altra vittima della crescita rapida e della dipendenza dal carbone. A Beijing è ormai difficile riuscire a scorgere le montagne poco distanti dalla città e non sono rari i ritardi aerei dovuti all’inquinamento. Delle venti città che registrano l’aria più inquinata del mondo, sedici si trovano in Cina. La State Environmental Protection Administration ha calcolato che 200 città cinesi non soddisfano gli standard dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a causa del particolato sospeso, causa di molti disturbi respiratori. In Cina l’aria è anche densa di biossido di zolfo, responsabile delle dannose piogge acide. Circa il 30% delle terre coltivate soffre di acidificazione, e si stima che il danno conseguente per l’agricoltura, le foreste e la salute umana ammonti a 13 miliardi di dollari. Nei prossimi decenni il carico dell’inquinamento atmosferico sulla salute e sull’ambiente è destinato ad aumentare con ritmo costante, dal momento che all’inquinamento provocato dalla combustione del carbone si aggiungerà la miscela dei gas di s
carico delle auto.
La rapida crescita economica sta aggravando i problemi ecologici dei due paesi al punto che ha alimentato la fondazione di centinaia di organizzazioni ambientali di base, e in alcuni casi le questioni ambientali hanno dato origine a violenti scontri con le autorità locali. Senza un’inversione di rotta, il degrado ambientale rischia di diventare un serio ostacolo allo sviluppo economico di Cina e India.

La “rivoluzione dell’allevamento”

Nel 2004 sono stati prodotti nel mondo circa 258 milioni di tonnellate di carne, il 2% in più rispetto al 2003. La produzione mondiale è quintuplicata rispetto a quella del 1950 e duplicata rispetto a quella degli anni 70 (la carne di maiale occupa il primo posto, seguita dal pollame e dal manzo).
Il consumo di carne sta aumentando rapidamente non tanto negli Stati Uniti o in Europa, ma nei paesi in via di sviluppo, dove oggi una persona consuma in media quasi 30 kg di carne l’anno (nei paesi industrializzati il consumo pro capite è di circa 80 kg l’anno). Infatti dalla metà degli anni 70 alla metà degli anni 90, il consumo di carne nei paesi in via di sviluppo è aumentato di 70 milioni di tonnellate, quasi il triplo dell’incremento verificatosi nei paesi industrializzati.
Christopher Delgado, dell’International Food Policy Research Institute (IFPRI) di Washington, attribuisce in parte questa impennata dei consumi dei paesi in via di sviluppo alla rapida crescita della popolazione e all’aumento dei redditi. Questi fattori sarebbero stati responsabili, negli anni 70, di una “rivoluzione dell’allevamento”, simile alla “rivoluzione verde” dei cereali verificatasi negli anni 60. Delgado fa notare che tendenzialmente ogni volta che le persone hanno più soldi da spendere in prodotti alimentari, la scelta cade principalmente sulla carne. Questa “transizione alimentare” fa crescere la domanda di pollo, manzo, uova, formaggio e altri prodotti di origine animale.
Secondo le proiezioni dell’IFPRI, il consumo di carne è destinato a crescere ancora: nel 2020 la popolazione dei paesi in via di sviluppo consumerà più di 36 kg di carne pro capite, il doppio rispetto agli anni 80. In Cina il consumo sarà di 73 kg l’anno, con un incremento del 55% rispetto al 1993, mentre nel Sud-Est asiatico il consumo di carne subirà un’impennata del 38%. Persino in Africa si prevede il raddoppio della domanda di carne: nelle regioni a nord e a sud del Sahara il consumo passerà dai 2,4 milioni di tonnellate del 2004 ai 5,2 milioni del 2020. I paesi industrializzati, tuttavia, continueranno a essere i principali mangiatori di carne, con un consumo che nel 2020 raggiungerà quasi 90 kg pro capite l’anno.
Oggi gli allevamenti intensivi rappresentano il sistema di produzione di carne a maggiore sviluppo. Anche se la definizione varia a seconda dei paesi, gli allevamenti industriali (CAFO, confined animal feeding operations) prevedono tutti la concentrazione di centinaia di migliaia di bovini, suini, polli o tacchini, a cui viene lasciato accesso minimo o nullo alla luce naturale e all’aria aperta e ridotta possibilità di vivere secondo natura. Queste strutture sono in grado di produrre milioni di animali ogni anno.
Oggi i sistemi industriali producono il 74% del pollame, il 50% della carne suina, il 43% della carne bovina e il 68% delle uova. I paesi industrializzati dominano la produzione, ma quelli in via di sviluppo stanno ampliando e intensificando notevolmente i propri sistemi di produzione. Secondo la FAO, l’Asia è la regione del mondo in cui il settore dell’allevamento del bestiame ha lo sviluppo più rapido, seguita dall’America latina e dai Caraibi.
La produzione industriale della carne ha cominciato a diffondersi all’inizio del 20¾ secolo, quando il bestiame allevato all’aria aperta in America occidentale veniva ammassato e trasportato nei macelli dell’Est. Il libro di Upton Sinclair, La giungla (The Jungle, 1906) descrive la situazione degli Stati Uniti di circa un secolo fa, quando non esistevano sicurezza alimentare, regolamentazione del lavoro e misure di protezione ambientale. La giungla fornisce orribili dettagli sui macelli di Chicago e una serie di rivelazioni shock sulle condizioni inflitte sia agli animali sia ai lavoratori, trattati anch’essi come bestie e costretti a lavorare tutto il giorno per misere paghe, in condizioni pericolose e senza misure di sicurezza.
Il libro predisse anche l’influenza e il potere che l’industria della carne avrebbe avuto nel futuro. Oggi quattro produttori controllano l’81% del mercato delle carni bovine degli Stati Uniti. La stessa cosa vale per la carne di maiale e il pollame: la Tyson Foods, la Pilgrim’s Pride e altre due aziende controllano il 56% dell’industria statunitense di pollame. La Tyson si vanta di essere “il maggiore fornitore di prodotti proteici del pianeta” ed effettivamente è il più grande produttore del mondo di carne, con un fatturato di oltre 26 miliardi di dollari. La Smithfield Food, prima azienda del mondo di produzione e lavorazione di carne di maiale e quinta per il confezionamento delle carni bovine, vanta un fatturato di 10 miliardi di dollari l’anno.
L’influenza di queste aziende sull’agricoltura non resta confinata negli Stati Uniti. Se La giungla fosse stato scritto ai giorni nostri, non sarebbe stato ambientato nel Midwest americano: la grande industria agroalimentare sta spostando la produzione nei paesi dove sono in vigore leggi meno restrittive rispetto all’Europa e agli Stati Uniti, dove le misure di protezione ambientale e la regolamentazione del lavoro sono sempre più severe. Dalla Cina al Brasile, all’India e all’ex Unione Sovietica, la carne è ormai un prodotto globalizzato e controllato da una manciata di multinazionali.
I problemi che Upton Sinclair aveva individuato un secolo fa - tra cui le pericolose condizioni di lavoro, i metodi di processamento non controllati igienicamente e l’inquinamento ambientale - permangono tuttora. Alcuni di questi aspetti sono anzi addirittura peggiorati: i miliardi di tonnellate di concime che inquinano le nostre acque e l’aria che respiriamo stanno dando origine a delle “mini Chernobyl” con potenzialità distruttive anche maggiori, e l’economia legata all’allevamento intensivo degli animali danneggia inevitabilmente le comunità locali e gli allevatori indipendenti.

Il ruolo dei biocombustibili nel futuro

Per quanto riguarda il futuro del settore energetico, non c’è ombra di dubbio che i biocombustibili avranno un ruolo di rilievo. La grande incognita è: quali saranno le dimensioni di tale ruolo? E quanto combustibile si può produrre in maniera sostenibile? È difficile fare previsioni concrete, ma gli esperti energetici convengono che nei prossimi decenni i biocombustibili potranno soddisfare buona parte della crescente domanda di combustibili per trasporto. Il ritmo di crescita e, in ultima analisi, il quantitativo di raccolto dipenderanno da molti fattori complessi e interconnessi: il prezzo del petrolio, le decisioni politiche e di investimento, i progressi agricoli e quelli nelle tecnologie di conversione.
Per secoli, l’uomo ha con grande successo coltivato piante selezionandole e ibridandole rispetto ai loro valori nutritivi. Si prevedono risultati altrettanto sensazionali via via che queste tecniche di selezione e ibridazione verranno applicate ai raccolti agroenergetici. In Germania, in Cina e anche altrove sono già stati attivati programmi di questo tipo. Sebbene sollevino una serie di questioni spinose, si utilizzano anche tecniche di ingegneria genetica. Una recente collaborazione tra la Monsanto e la Cargill ha prodotto un tipo di seme di soia che si sostiene renda il 50% di olio in più senza compromettere il contenuto di proteine.
Le proiezioni di crescita aumentano via via che gli analisti guardano più in là nel futuro, poiché si prevede che arriveranno sul mercato nuove tecnologie di conversione. La DaimlerChrysler prevede che, entro il 2015, i carburanti biodiesel avanzati potrebbero rappresentare il 10% del mercato europeo del diesel.
Le agenzie governative statunitensi prevedono che entro il 2030 il biodiesel e l’etanolo potrebbero sostituire negli USA dal 25 al 50% dei combustibili derivati dal petrolio. Proiezioni di lungo periodo indicano che il settore dei residui forestali e agricoli, se implementato da colture su terreni abbandonati o marginali, potrebbe entro il 2050 produrre biomassa sufficiente alla domanda di combustibili da trasporto
I maggiori produttori - Brasile, USA, Unione europea e Cina - stanno pianificando un più che raddoppio della loro produzione di biocombustibili nei prossimi quindici anni. Australia, Canada, Colombia, Costa Rica, Kenya, Indonesia, Paraguay e Thailandia sono tra i numerosi paesi che hanno predisposto programmi - o si accingono a farlo - sulle miscele di carburanti, sui crediti fiscali, sugli ingenti investimenti necessari alla ricerca e alle infrastrutture. Le spinte principali di questo processo vanno dalle preoccupazioni per l’inquinamento al cambiamento climatico, dal desiderio di aiutare le comunità rurali all’insofferenza della dipendenza dalle importazioni di petrolio.
Tradizionalmente, il settore agricolo ha svolto un ruolo fondamentale per i biocombustibili e i prodotti derivati, ma altri settori stanno diventando sempre più importanti. Memore delle resistenze iniziali dell’industria brasiliana del petrolio all’iniziativa a favore dell’etanolo, il Ministro dell’agricoltura brasiliano ha recentemente sostenuto che “oggi [le compagnie petrolifere] collaborano di più perché vedono nell’etanolo un modo per espandere le loro forniture di petrolio e ritardare la caduta dell’impero”.
E molti costruttori di automobili, di fronte a standard di emissione sempre più rigorosi, vedono nei biocombustibili una possibile soluzione. Non sorprende che la maggiore impresa di gassificazione, la Choren, sia nata da un progetto congiunto DaimlerChrysler, Volkswagen e Royal Dutch Shell, mentre il maggior produttore di etanolo cellulosico, la Iogen, sia una società in compartecipazione della Royal Dutch e della PetroCanada. Per le industrie chimiche e biotecnologiche, i biocombustibili offrono non solo i mezzi e per ridurre la propria dipendenza dal petrolio ma anche per creare nuovi prodotti e mercati: bioplastiche e tessuti, nonché gli stessi enzimi necessari alla produzione di biocombustibili avanzati.
L’attenzione alle alternative al petrolio deriva anche dal potenziale miglioramento della sicurezza nazionale e dalla possibilità di cambiare le dinamiche globali di potere. Le attuali infrastrutture energetiche sono vulnerabili a una serie di minacce, dai gravi eventi meteorologici che ne possono compromettere la produzione, la raffinazione e la capacità distributiva, fino agli attacchi terroristici.
E gran parte delle risorse petrolifere note e sfruttabili sono concentrate in un numero ridotto di paesi, il che lascia il mondo in una situazione di dipendenza da regioni instabili e ostili o che utilizzano la loro ricchezza petrolifera come leva politica.
Per contro, la scala relativamente ridotta e la disseminazione dei materiali adatti ai biocombustibili e alla loro produzione offre enormi vantaggi in termini di sicurezza energetica. Anche i più grandi impianti di biocombustibili sono estremamente più piccoli di una raffineria di petrolio. Il coinvolgimento delle grandi industrie e delle corporation internazionali può lasciar presagire un trend di centralizzazione e ampliamento degli impianti produttivi ma, in qualche misura, la natura stessa dell’energia da biomassa limiterà tale fenomeno.
Gli svantaggi dei lunghi trasporti, per esempio, scoraggeranno la costruzione di strutture produttive troppo grandi, mentre le scarse barriere di ingresso faciliteranno l’afflusso delle cooperative agricole e degli abitanti dei villaggi rurali più sperduti, che potranno così produrre il proprio combustibile. Ma il principale fascino dei biocombustibili risiede nel fatto che nessun paese o blocco di nazioni potrà mai dominare l’offerta globale, perché quasi ogni paese ne possiede un certo potenziale.
Attualmente, ci sono molte opzioni per generare elettricità e calore dalle risorse rinnovabili, mentre le opzioni per produrre combustibili alternativi sono limitate. Nonostante la recente attenzione sul potenziale dell’idrogeno, potrebbero essere necessari decenni e investimenti colossali per sviluppare le infrastrutture e i veicoli adatti a questo sistema.
Per contro, i biocombustibili offrono un’alternativa economicamente fattibile e già disponibile, possono avvalersi delle infrastrutture esistenti e usare gli attuali veicoli con costi aggiuntivi minimi.
Il sostegno dei governi è stato fondamentale per la crescita dell’etanolo e del biodiesel, ma è comunque il petrolio a rastrellare gran parte dei sussidi governativi. Non solo l’industria petrolifera statunitense gode di un’aliquota fiscale facilitata (11% contro il 19% di altri settori industriali) ma riceve anche sussidi indiretti, stimati in oltre 111 miliardi di dollari annui per i carburanti dei soli veicoli leggeri. In molti paesi il petrolio viene copiosamente sovvenzionato. Le reali dimensioni dei sussidi globali al petrolio non saranno mai note, perché gran parte delle grandi compagnie petrolifere sono di proprietà dello Stato e perché in questo settore la mancanza di trasparenza rappresenta la norma. Sgravi fiscali, garanzie di prestito e normative sulle miscele - tutti strumenti di promozione dei biocombustibili - potrebbero non essere più necessari se i prezzi globali del petrolio rimarranno alti, ma al momento sono importanti per alimentare la prossima generazione di tecnologie. L’espansione di politiche di supporto dei biocombustibili e la graduale eliminazione dei sussidi al petrolio saranno essenziali per spianare il terreno di gioco dei mercati energetici.

Via via che l’economia dei biocombustibili cresce, è importante dirigerla verso un percorso sostenibile, assicurandosi che non vada a creare nuovi problemi. Agli inizi del 20° secolo si parlava della “magia del petrolio”. Oggi pochi hanno un atteggiamento altrettanto ottimista e ingenuo nei confronti dei biocombustibili, perché con un’espansione così rapida una certa cautela è più che giustificata. Se sviluppata malamente, l’economia dei biocombustibili potrebbe depauperare i suoli, causare inquinamento idrico e atmosferico, soppiantare le colture agroalimentari e gli habitat di altre specie, e magari non portare nemmeno vantaggi alle comunità rurali. E se la richiesta d’energia continuerà a aumentare, è probabile che i biocombustibili riusciranno a malapena a integrare i combustibili petroliferi, anziché sostituiri, aggiungendo nuovi livelli di inquinamento.
I decisori politici devono giocare un ruolo significativo perché si massimizzino i benefici e si minimizzino i rischi di un’economia basata sui biocombustibili. Si dovranno indirizzare gli aiuti all’agricoltura specificamente a favore della sostenibilità agricola, per garantire che le biomasse per la combustione non vengano prodotte a scapito delle generazioni future o di piante e di animali selvatici. E sovvenzionando impianti di etanolo di piccole dimensioni, anziché le grandi raffinerie e i giganti dell’agricoltura, i governi offriranno maggiori benefici alla società: ad esempio la provincia dello Saskatchewan (Canada) ha recentemente approvato una normativa a sostegno di piccoli impianti di etanolo di proprietà degli agricoltori. Utilizzando materiali e sostanze chimiche biologiche e non tossiche, si possono tutelare coloro che vivono a valle delle raffinerie o delle discariche, e in generale il grande pubblico. I governi devono anche collaborare con le imprese private poiché le nuove tecnologie sono vitali per la crescita di biocombustibili sostenibili, e altrettanto lo sono gli investitori disposti a correre il rischio di finanziare imprese innovative.
Qualsiasi progetto che promuova la produzione e l’utilizzo di biocombustibili su larga scala deve rientrare in una più ampia strategia di riduzione del consumo energetico totale. Oltre a porre fine ai sussidi ai com
bustibili tradizionali, i governi devono sostenere una pianificazione urbana e un trasporto di massa più intelligente, incoraggiare la coltivazione biologica e promuovere lo sviluppo di veicoli più leggeri e più efficienti.
I politici, le imprese e gli agricoltori innovativi possono avvalersi di altre iniziative atte a rendere le comunità più vivibili e creare soluzioni vantaggiose per tutti. Per esempio, le bioraffinerie urbane o periferiche potrebbero ridurre i problemi dello smaltimento dei rifiuti solidi e generare combustibile e altri materiali. E la produzione di biocombustibili potrebbe contribuire alla diversificazione del territorio agricolo, mentre gli impianti di biocombustibili di proprietà degli agricoltori potrebbero offrire flussi stabili di reddito alle comunità rurali e contribuire a mitigare la migrazione urbana.
L’aumento della quota di biocombustibili nei trasporti potrebbe portare un cambiamento determinante nella storia energetica globale. Se l’esplorazione e la trivellazione del petrolio avevano caratteristiche simili alla caccia (moltissimi tentativi, pochi risultati ma di grande valore) l’economia dei biocombustibili potrà assomigliare di più all’agricoltura: per diventare ricchi dovremo prenderci cura dei campi in cui coltiviamo energia con pazienza e responsabilità.

La nanotecnologia

La nanotecnologia non è un settore industriale a sé stante, ma un insieme di tecniche utilizzate per manipolare la materia alla nanoscala, dove le grandezze vengono misurate in miliardesimi di metro. Un nanometro (nm), dal greco nanos, cioè “di singolare piccolezza”, equivale a un miliardesimo di metro. Ci vogliono 10 atomi di idrogeno uno accanto all’altro per fare un nanometro. Una molecola di DNA è lunga circa 2,5 nm. In confronto, un globulo rosso è grossissimo: ha infatti un diametro di circa 5.000 nm. E un capello umano è spesso circa 80.000 nm. Tutto ciò che è a livello di nanoscala è invisibile senza l’intervento di potenti microscopi atomici.
Il vero potere di questo approccio è che diverse tecnologie e branche scientifiche sono in grado - alla nanoscala - di incontrarsi e interagire.
Grazie ad applicazioni che coprono tutti i settori industriali, negli anni immediatamente a venire la convergenza tecnologica a livello di nanoscala è pronta a diventare la piattaforma strategica per il controllo globale dei prodotti di consumo, del cibo, dell’agricoltura e della salute.
Le materie prime della nanotecnologia sono gli elementi chimici della tavola periodica, sia organici che inorganici. Alla nanoscala, regolata dalla fisica quantistica, le proprietà di un materiale possono cambiare radicalmente. Con la sola riduzione di grandezza (circa al di sotto dei 100 nanometri), e senza alcun altro cambiamento, i materiali possono mostrare nuove proprietà in relazione alla conduttività elettrica, all’elasticità, alla resistenza, al colore e alla reattività chimica: caratteristiche che le stesse identiche sostanze non hanno alle scale micro o macro. Ecco qualche esempio.
Il carbonio in forma di grafite (quella della punta delle matite) è morbido e malleabile; alla nanoscala, il carbonio è più resistente dell’acciaio e sei volte più leggero. L’ossido di zinco è normalmente bianco e opaco; alla nanoscala diventa trasparente. L’alluminio - il materiale delle lattine per bibite - alla nanoscala è soggetto ad autocombustione e potrebbe essere usato nel carburante per i razzi. Il rame, alla nanoscala e a temperatura ambiente, diventa così elastico da estendersi fino a 50 volte la sua lunghezza originale senza spezzarsi.
Lo sfruttamento del cambiamento di proprietà quantistiche alla nanoscala è il punto focale della novità, del potere e del potenziale della nanotecnologia. Attraverso le manipolazioni alla nanoscala, gli scienziati stanno radicalmente trasformando i materiali esistenti e ne stanno progettando di nuovi.
Si stanno creando nanoparticelle (elementi chimici o sostanze più piccole di 100 nm) da usare in centinaia di prodotti commerciali, da vernici anti crepa e vestiti resistenti alle macchie fino a calze anti odore, finestre che si puliscono da sole e pitture da muro anti graffiti. Ecco alcuni esempi.
Sfruttando le proprietà antibatteriche dell’argento alla nanoscala, Smith & Nephew hanno progettato delle bende ricoperte da nanocristalli d’argento per prevenire le infezioni.
Le nanoparticelle del biossido di titanio (TiO2) sono trasparenti e bloccano i raggi ultravioletti (UV); esse sono utilizzate negli schermi solari e negli involucri trasparenti per alimenti per proteggerli dai raggi UV. Le particelle di idrossiapatite hanno alla nanoscala la stessa struttura dello smalto dei denti; i ricercatori della BASF stanno cercando di incorporare le nanoparticelle nel dentifricio, con lo scopo di applicare un rivestimento che impedisca ai batteri di penetrare.
Nano-Tex vende l’antimacchia “Stain Defender”, una protezione molecolare che aderisce alle fibre di cotone, formando una barriera impermeabile che fa sì che i liquidi assumano la forma di una goccia e rotolino via.
Pilkinton vende un vetro da finestre “autopulente” ricoperto da uno strato superficiale di particelle di biossido di titanio alla nanoscala; quando le particelle interagiscono coi raggi UV della luce solare, lo sporco sui vetri si libera per poi venire sciacquato dalla pioggia.
La BASF vende carotenoidi sintetici alla nanoscala come additivi alimentari per limonate, succhi di frutta e margarina (i carotenoidi sono antiossidanti e possono essere trasformati in vitamina A dall’organismo); secondo la BASF, i carotenoidi alla nanoscala sono meglio assimilabili dal corpo e prolungano la durata del prodotto.
Syngenta, la più grande corporation agrochimica del mondo, vende due pesticidi che contengono ingredienti attivi alla nanoscala; la società afferma che la dimensione estremamente piccola delle particelle evita l’intasamento dei filtri delle confezioni spray e permette alla sostanza chimica di essere prontamente assorbita dalle piante, anziché dilavata dalla pioggia o dall’irrigazione.
Altair Nanotechnologies sta sviluppando un prodotto che pulisce l’acqua di piscine e vivai ittici; esso incorpora nanoparticelle di un composto a base di lantanio che assorbe i fosfati dall’acqua evitando la crescita delle alghe.
E prodotti di questo tipo non sono che l’inizio. La nanotecnologia permette anche lo sviluppo di produzioni “bottom-up”, cioè dal basso verso l’alto, in cui le molecole autoassemblanti (insiemi di atomi che si montano automaticamente nella configurazione desiderata) diventano veri e propri pezzi da costruzione simili al Lego, per dar vita a congegni alla scala nanometrica.
Ma materiali da costruzione di questo tipo sono ancora agli esordi. Ad esempio si stanno sviluppando prodotti nanofabbricati da usare come circuiti elettronici. I costruttori di chip sperano di poter utilizzare strutture molecolari autoassemblanti in grado di immagazzinare dati e di attivare o interrompere il flusso di elettroni in un circuito. Se funzionasse questo transistor molecolare, si potrebbe rimpiazzare il silicio con nanotubi di carbonio, creando computer velocissimi con prestazioni molto superiori.
Sia Intel che Hewlett-Packard hanno annunciato strategie di sostituzione del silicio con materiali costruiti alla nanoscala che continueranno a far crescere esponenzialmente la potenza dei processori dei computer. Gli scienziati stanno anche sviluppando nano-meccanismi per somministrare terapie molecolari. Per esempio, i bioingegneri del Massachusetts Institute of Technology (MIT) stanno testando sui topi un nano-congegno che, inserito nel sangue, riconosce e poi penetra nelle cellule tumorali. Chiamato la “cellula intelligente” contro il cancro, il nano-congegno raggiunge due obiettivi terapeutici: prima rilascia una sostanza chimica che ostacola l’afflusso di sangue al tumore; in seconda battuta, dopo che la struttura esterna del nano-congegno si dissolve, la parte centrale rilascia una sostanza chemioterapica per sterminare le c
ellule tumorali.

ONG “verdi” in Cina

Negli ultimi vent’anni, all’esplosione economica ha corrisposto un’implosione ecologica.
Il degrado ambientale sta costando alla Cina quasi il 9% del suo prodotto interno lordo (PIL). Nelle grandi concentrazioni urbane l’aria è gravemente inquinata a causa della combustione di carbone e della circolazione di un numero di automobili sempre in aumento. Ipersviluppo e miopia nella gestione di fiumi, foreste, pascoli e terreni mettono a rischio sia la sussistenza di chi vive nelle zone rurali sia la biodiversità di animali e piante, ancora molto ricca in Cina ma in rapida dissoluzione.
Questa distruzione dell’ambiente è collegata alle dinamiche politiche sottese alle recenti riforme economiche della Cina, per altro - in termini di PIL - perfettamente riuscite.
Grazie al decentramento dei poteri dal governo centrale a quelli locali e alla massiccia crescita delle imprese private, la crescita del PIL generata dalle riforme degli anni 80 è stata davvero straordinaria. Il decentramento ha consentito alle amministrazioni locali di creare opportunità di sviluppo economico che, se hanno migliorato il tenore di vita di milioni di persone, hanno però comportato alti costi per l’ambiente. Le potenti amministrazioni locali e le imprese aggirano regolarmente leggi e direttive ambientali; a livello locale, i funzionari fanno carriera unicamente in base a criteri di crescita economica, mentre le loro responsabilità sociali e ambientali non sono tenute in alcun conto. Le amministrazioni locali non sono incentivate a prevenire l’inquinamento e proteggere le risorse di terra, acqua e foreste, soprattutto da quando il decentramento ha ridotto considerevolmente la possibilità del governo centrale di far rispettare le leggi di tutela ambientale.
Di fronte a tali spaventosi problemi ambientali, negli anni 80 il governo cinese aveva iniziato a introdurre leggi in questo campo, accogliendo contributi sia da ONG internazionali che da Agenzie di aiuti bilaterali e multilaterali. Nei primi anni 90 i leader cinesi avevano capito che, dato il ridimensionamento del potere esecutivo centrale, per affrontare l’emergere di nuovi disagi sociali e ambientali e non perdere il controllo sulle amministrazioni locali avevano bisogno di aiuto; così nel 1994 il Congresso Nazionale del Popolo (CNP) sancì legalmente la costituzione di un albo delle organizzazioni sociali che, per la prima volta, garantiva lo status delle ONG indipendenti. I gruppi ambientalisti furono i primi a iscriversi e oggi costituiscono la fetta più ampia delle associazioni della società civile cinese.
Oltre alla legge sulla registrazione, le politiche ambientali cinesi hanno via via creato spazi politici e opportunità affinché le ONG ambientaliste potessero operare controlli sulle amministrazioni locali e le industrie. Di centrale importanza, da questo punto di vista, è stata la priorità data dal governo ai temi ambientali, che si è tradotta in numerose normative che facilitano la partecipazione pubblica ai processi decisionali e gestionali. Indicativo di tali nuove priorità è il decimo Piano Quinquennale (PQ 2001-2005), il più “verde” mai approvato dal governo: gli investimenti destinati all’ambiente sono stati portati a 85 miliardi di dollari e quasi completamente rispettati. Oltre a porsi obiettivi ambiziosi (tra i quali il raggiungimento del 50% di trattamento delle acque reflue urbane, una espansione delle riserve naturali e un aumento dell’utilizzo di gas naturale), il decimo PQ prevede notevoli investimenti per il ripristino di laghi e fiumi di cruciale importanza, per installare impianti di trattamento delle acque reflue e dei rifiuti tossici e per una massiccia campagna di riforestazione in tutto il paese. L’undicesimo PQ si preannuncia con ancora maggiori stanziamenti per la protezione dell’ambiente e per l’efficienza energetica, il che sottolinea il maggiore impegno (ma non necessariamente la capacità) del governo centrale ad affrontare i problemi ecologici.
Un altro indicatore di questo crescente impegno è rappresentato dal nuovo slogan adottato dal Partito Comunista Cinese per la campagna nazionale: “Costruire una società armoniosa”. Invece di puntare sulla crescita economica, come avveniva nel periodo della riforma, questo tema pone come priorità il rafforzamento della democrazia e della legalità in un quadro di promozione di equità e giustizia, di sincerità e amicizia, di vitalità e ordine e, infine, di armonia tra esseri umani e natura. Principi che chiariscono quali siano le priorità dei massimi leader politici cinesi e che rappresentano l’importanza attribuita all’ambiente e alla partecipazione della società civile.
Mentre la prima legge sulla protezione ambientale, del 1979, garantiva in modo molto vago il diritto a influenzare l’elaborazione e l’attuazione delle politiche ambientali, la recente modifica di vecchie leggi e le nuove normative ha fornito ai cinesi nuovi e più duttili strumenti per incidere sulla prevenzione dell’inquinamento e sulla gestione delle risorse naturali. Particolarmente importante la legge sulla Valutazione d’impatto ambientale, emanata nel 2003. Il testo precedente riguardava solo l’edilizia, mentre il nuovo estende l’obbligo di valutazione ai progetti e ai finanziamenti delle infrastrutture. Inoltre i report di impatto ambientale devono essere pubblicati e resi disponibili al pubblico dibattito .
Questa legge ha già reso più facile per il SEPA intervenire con vigore nella tutela ambientale, tanto che, con mossa a sorpresa, nel gennaio 2005 ha sospeso 30 progetti di grandi opere in vari luoghi della Cina per le quali non erano state effettuate le procedure di valutazione di impatto previste dalla nuova legge. Erano progetti piuttosto grandi, tra cui la centrale idroelettrica di Xiluodu (lungo il fiume Jinsha, nel tratto superiore dello Yangtze) per la quale erano previsti investimenti di oltre 44 miliardi di yuan (più di 40 miliardi di euro).
Sospensione non significa però cancellazione definitiva: una volta completate le procedure, nel giro di pochi mesi quasi tutti i progetti sono ripartiti. Pan Yue, vicedirettore del SEPA - e persona abituata a parlare francamente - ha dichiarato che questa prima “vittoria” nel sospendere progetti caratterizzati da particolari fattori di rischio non significa che il SEPA sia in grado di esercitare un controllo completo della compatibilità ambientale di tutti i progetti. Pan Yue sostiene che, pur essendo la valutazione di impatto sotto diretto controllo governativo, il SEPA non è in grado di effettuare tutte le necessarie supervisioni ed è perciò necessaria una maggior partecipazione pubblica. Il SEPA, continua Pan, ha intenzione di convocare assemblee e forum per coinvolgere maggiormente la società civile ma sarà necessario che il SEPA e i suoi Dipartimenti elaborino gli strumenti e le procedure per rendere possibile questa partecipazione.
Alcune ONG internazionali, come l’American Bar Association (una associazione di volontariato legale composta da giuristi), il National Democratic Institute e la Ecolinx Foundation hanno collaborato con il SEPA e i suoi dipartimenti alla formazione di operatori in grado di condurre tali incontri pubblici. A marzo 2005 la Banca Mondiale e il Department for International Development della Gran Bretagna hanno aiutato il SEPA a organizzare un seminario a Pechino per mettere in comune esperienze cinesi e internazionali su come migliorare la valutazione d’impatto dei progetti.
Nel 2004, oltre alla normativa sull’impatto ambientale, altre nuove leggi hanno fornito alla società civile e alle ONG strumenti legali più incisivi per partecipare alle decisioni politiche.

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