Unione: oltre le divisioni per battere Berlusconi

di Michele DI SCHIENA
In questa campagna elettorale si è immesso, per interessi di bottega, un elemento di grande confusione che esalta la competizione tra i partiti all’interno delle coalizioni proprio quando le forze dei due schieramenti dovrebbero realizzare fra loro la massima coesione per cercare di vincere. Una riforma elettorale dalle conseguenze assai gravi sia sul versante della partecipazione democratica che viene mortificata con la totale sottrazione in danno degli elettori del diritto di scegliere i loro rappresentati e sia sul piano della coerenza del sistema dal momento che si dà vita ad una situazione per la quale si trasforma l’elezione dei parlamentari in una sorta di investitura operata dagli apparati di partito.
La logica delle grandi coalizioni che si fronteggiano in una competizione elettorale comporta inevitabilmente l’esigenza di mettere insieme forze e sensibilità diverse con un grado di omogeneità variabile destinato a riflettersi, nel bene e nel male, sull’efficacia dell’azione del Governo che verrà espresso dallo schieramento vincente. Un prezzo questo che si è scelto di pagare nel nostro Paese, caratterizzato dalla storica presenza di numerose formazioni politiche, per perseguire due obiettivi: costringere i partiti a decidere le alleanze prima del voto sia per un dovere di chiarezza verso gli elettori e sia per impedire che dopo la consultazione si formino maggioranze non in linea col responso elettorale e motivate più da convenienze di potere che da affinità programmatiche; favorire poi attraverso l’incontro necessitato da ragioni elettorali la progressiva fusione dei soggetti politici più omogenei con la conseguente semplificazione del panorama partitico.
Ora, è di tutta evidenza che le competizioni elettorali tra raggruppamenti di partiti esigono, per la loro stessa natura, l’adozione di un sistema maggioritario sicché introdurre, come Berlusconi e la sua maggioranza hanno fatto da noi con la riforma elettorale della “ultima ora”, un sistema proporzionale corretto con premi di maggioranza peraltro non omogenei per Camera e Senato, significa dar vita ad una disciplina schizofrenica dei meccanismi predisposti per il funzionamento della democrazia nel suo momento più importante e delicato, quello appunto destinato alla scelta dei programmi e degli uomini cui affidare la gestione della politica generale del Paese.
In questa campagna elettorale si è così immesso, per interessi di bottega, un elemento di grande confusione che esalta la competizione tra i partiti all’interno delle coalizioni proprio quando le forze dei due schieramenti dovrebbero realizzare fra loro la massima coesione per cercare di vincere. Ma c’è di più e cioè che si è abolito il voto di preferenza impedendo agli elettori di scegliere tra i candidati presentati nelle liste dai singoli partiti ai quali è stato attribuito un potere esclusivo di selezione o meglio di vera e propria nomina dei futuri componenti delle Camere. Una riforma questa dalle conseguenze assai gravi sia sul versante della partecipazione democratica che viene mortificata con la totale sottrazione in danno degli elettori del diritto di scegliere i loro rappresentati e sia sul piano della coerenza del sistema dal momento che si dà vita ad una situazione per la quale si trasforma l’elezione dei parlamentari in una sorta di investitura operata dagli apparati di partito dimenticando che i membri del Parlamento, per l’art. 67 della Costituzione, devono rappresentare la nazione ed esercitare le funzioni «senza vincolo di mandato». Un mandato dunque di partito ad alcune persone che si trasforma in un mandato a rappresentare l’intera nazione senza alcuna verifica in termini di consenso popolare.
C’è poi la “madre” di tutte le controriforme, quella che mette pesantemente le mani sulla Costituzione ampliando a dismisura i poteri del Capo del Governo, limitando la funzione di garanzia del Presidente della Repubblica e comprimendo il ruolo fondamentale del parlamento col proposito di ridurlo ad uno strumento del Presidente del Consiglio che potrà licenziarlo a piacimento. Si tratta di modifiche che intaccano la forma di Governo parlamentare concepita dalla nostra Costituzione come un momento essenziale e qualificante di quella democrazia pluralistica e partecipativa delineata nella prima parte della Costituzione medesima. Ed un grave colpo alla prima parte dello Statuto, quella appunto dedicata ai «Principi fondamentali», viene anche inferto dalla cosiddetta devolution che attribuisce alla potestà legislativa esclusiva delle Regioni l’assistenza sanitaria, la scuola e la polizia locale, attribuzioni queste che non potranno non comportare forti riduzioni dei diritti inviolabili garantiti dall’art. 2 della Carta nonché la violazione del principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 delle Carta medesima.
Ma perché Berlusconi ha voluto con tanta determinazione queste riforme che deformano la nostra democrazia? Lo ha fatto per perseguire l’obiettivo di perpetuare il suo personale sistema di potere che gli ha consentito di fare i guasti che sono sotto gli occhi di tutti: una sempre più accentuata precarietà del lavoro che spesso si traduce in una sostanziale libertà di licenziamento nonostante la mancata abrogazione formale dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, una politica economica ed una riforma fiscale che hanno avvantaggiato solo i più abbienti facendo crescere l’area della povertà, la mortificazione della scuola pubblica a tutto vantaggio di quella privata, il grave ridimensionamento della sanità pubblica per la crescente carenza delle necessarie risorse, i provvedimenti che colpiscono l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, le vergognose leggi “ad personam”, il reiterato tentativo di asservire l’informazione e tutti gli istituti e gli organi di controllo e di garanzia, una politica estera ancillare nei confronti di quella della Casa Bianca fino al coinvolgimento del nostro Paese nella disastrosa guerra irachena. Un Paese insomma a misura degli interessi del premier e di una ristretta cerchia di privilegiati con un economia ferma ed una industria in declino.
Che senso ha in questa situazione sprecare nel centrosinistra tempo ed energie per coltivare orticelli di potere o per portare avanti polemiche rivolte a sottolineare l’identità di questa o di quella forza politica? Il 9 e 10 aprile si andrà a votare per decidere il futuro del Paese e per cercare di invertire una rotta pericolosa per la democrazia e che reca pregiudizio alla stragrande maggioranza dei cittadini. E’ perciò il momento di quell’unità tanto invocata dai partecipanti all’assemblea nazionale indetta per la presentazione del programma dell’Unione. Un’accorata esortazione perfettamente in linea con le sensibilità e le attese del vasto popolo delle “primarie”.
Brindisi, 17 febbraio 2006

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