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Come finire alla sbarra per “lesa maestà” nel Terzo millennio

  • Dall'Italia

Dalla “querela preventiva” al rinvio a giudizio per diffamazione a mezzo stampa: breve promemoria di una storia di censura che si consuma nel silenzio più totale E’ possibile che in Italia un giornalista, serio e coscienzioso, possa essere querelato e rinviato a giudizio solo per aver dato dell’ “insensibile” ad un potente di turno, aver parlato di una “favola del povero orfanello”, aver menzionato un “partito degli affari e delle lobby economiche” che “stanno occupando le istituzioni e mettendo a rischio la democrazia”, aver detto che “controlla l’ambiente”, che “appare un grande fratello” e che ha “svenduto” beni della Regione in favore di parenti”?

Pare proprio di sì se il giornalista non ha nessuno alle spalle, né partiti, né associazioni, né gruppi editoriali e a querelare è un presidente di Regione, come l’ex governatore forzista della Puglia Raffaele Fitto, accecato dal sentimento di “lesa maestà” al solo annuncio della pubblicazione del libro “il Governatore”, scritto da Lino De Matteis (caposervizio del Nuovo Quotidiano di Puglia) e dallo stesso autopubblicato per indisponibilità di editori coraggiosi. In trent’anni di attività giornalistica fortemente impegnata e pur avendo scritto altri libri su questioni delicate, De Matteis non ha mai ricevuto, non una querela, ma una lettera di smentita o di precisazioni.

Agendo in modo chiaramente prevenuto – al punto da rendere noto con una lettera pubblicata sul Nuovo Quotidiano di Puglia del 12 novembre 2004, prima ancora di aver letto il libro e alla sola visione di un’anteprima pubblicata sullo stesso giornale due giorni prima, di aver “già incaricato l’avvocato di provvedere a redigere istanza al Giudice”- Fitto si è dovuto poi arrampicare sugli specchi per trovare qualche appiglio che giustificasse la querela. Poiché il suo annuncio sollevò la vibrata protesta degli organismi di categoria dei giornalisti, regionali (Assostampa di Puglia) e nazionali (Fnsi), contro quella che fu definita coralmente una “censura preventiva”, Fitto si è guardato bene però dal presentare la denuncia durante la campagna elettorale per le regionali del 3 e 4 aprile 2005, in cui era ricandidato alla presidenza della Regione, aspettando gli ultimi giorni e presentandola il 24 marzo 2005. Un ritardo che se, da una parte, ha evitato che la diffusione della notizia della querela gli nuocesse in campagna elettorale (lui stesso disse in un dibattito tv con Vendola di non aver denunciato nessuno), dall’altra, ha fatto però decorrere il termine dei 90 giorni entro cui la legge consente di fare denuncia. Per poter rientrare in quei termini, Fitto ha dovuto ricorrere ad uno stratagemma, esordendo nella sua querela in questo modo: “Tra Natale e Capodanno del 2004, mi è pervenuto in dono (sic!) una copia del libro…”. Il “(sic!)” è proprio suo, sta nella denuncia perché, probabilmente si rende conto lui stesso di dire una sciocchezza. E se il libro glielo avessero regalato a Pasqua, nonostante il putiferio mediatico da lui stesso sollevato, starebbe ancora aspettando a sporgere denuncia?

Dopo la querela del 24 marzo 2005, si è messo in moto a tamburo battente l’iter giudiziario:

il 9 maggio 2005 viene fatta la notifica all’imputato;

il 24 maggio 2005 il pm Francesco De Giorgi chiude le indagini preliminari, senza aver ascoltato l’imputato;

il 30 giugno 2005, pochi minuti dopo la deposizione della memoria difensiva degli avvocati dell’imputato, Marcello Petrelli e Cosimo Panese, lo stesso pm chiede il rinvio a giudizio;

il 25 novembre 2005 l’udienza preliminare davanti al gip Andrea Lisi viene rinviata per indisponibilità dell’avvocato di Fitto, Paolo Francesco Sisto;

il 20 dicembre 2005, in meno di mezzora, il gip, sorvolando anche sulla tardività della querela e accogliendo integralmente i capi d’imputazione selezionati dal pm (compreso il passaggio sulla “insensibilità”, che più che un’aula di tribunale richiederebbe uno studio di psicanalisi) dispone il rinvio a giudizio per il 28 marzo 2006 davanti al giudice monocratico Fabrizio Malagnino.

Il rinvio, in relazione al reato di cui all’art. 595, commi primo, secondo e terzo c. p. e 13 L. n. 47/48, è relativo ai seguenti capi di imputazione, per aver detto:

… il sentimento di pietosa solidarietà che all’inizio ha alimentato la favola del “povero orfanello”… (pag. 8)

… dietro la faccia giovane e pulita che sull’onda di quella favola ha incantato tutti e legato le mani a maggioranza ed opposizione, si muove in realtà un partito degli affari in un connubio indissolubile di pubblico e privato, si muovono interessi ingenti di lobby economiche che stanno occupando le istituzioni e mettendo a rischio la stessa democrazia in Puglia… (pag. 8)

…era passato direttamente dall’agiatezza del figlio di buona famiglia, ricca e benestante, agli scranni della Regione. La miseria era qualcosa che non gli apparteneva ed è con questa sua insensibilità che trattò la vicenda delle centinaia di lavoratori socialmente utili (Lsu) rimasti senza lavoro e senza prospettive di occupazione… (pag. 89)

…Fitto fece anche quella (nomina) di direttore dell’Arpa. Uno di famiglia avrebbe dunque controllato un settore strategico come quello dell’ambiente, che poteva interessare molto la Copersalento, il sansificio gestito a Maglie dall’altro cugino, Raffaele Rampino…con Fitto che, oltre a governare la Puglia, era anche commissario straordinario per l’emergenza ambiente e lo smaltimento dei rifiuti e con il cugino Alfredo Rampino, alla direzione dell’Arpa, il controllo del settore in Puglia era completamente nelle mani di Fitto… (pag. 198)

… in quelle intercettazioni telefoniche Raffaele Fitto sarebbe stato citato almeno in una circostanza. Il governatore appare sullo sfondo delle vicende come una figura immanente, come un grande fratello che sa tutto ed al quale viene riferito ogni cosa… (pag. 251)

… dove il “conflitto d’interessi parentale” assume contorni ancora più definiti è con la “svendita” a prezzi di saldo da parte della Regione di propri beni a vantaggio di una società amministrata da un parente del governatore… (pag. 274).

Naturalmente, ciascuna di queste frasi, per essere meglio compresa, va collocata nel contesto del paragrafo, del capitolo e dell’intero libro che la contiene. Tuttavia, qualsiasi persona di buon senso, non prevenuta e non annebbiata dalla lesa maestà, si può facilmente rende conto che di per sé queste affermazioni non possono essere diffamanti, ma esprimono legittimi punti di vista e normali valutazioni politiche, appartengono alla più comune dialettica politica (i giornali sono pieni di espressioni del genere riferite ai leader politici nazionali, senza che nessuno si sogni minimamente di ricorrere alle querele) e non sarebbero diffamanti neppure se fossero semplicemente “intuitive”. Ciascuna di queste frasi non è per nulla gratuita o campata in aria: sono tutte pertinenti a vicende e situazioni vere, ampiamente raccontante e puntigliosamente documentate nello stesso libro, sono tutte ancorate a verità sostanziali inoppugnabili, per altro già note all’opinione pubblica per essere state trattate volta per volta dai mass media regionali.

In estrema sintesi ecco alcune semplici considerazioni sui capi d’imputazione, per altro già contenute nel libro stesso:

- la “favola del povero orfanello” è relativa alla storia più che nota del suo ingresso giovanissimo, appena ventenne, in politica per la scomparsa del padre mentre era presidente della Regione Puglia. Lo stesso Fitto ammette che la sua prima elezione è stata caratterizzata da una forte componente emotiva (“Nel mio successo c’è una componente di enorme ricordo di mio padre”), tanto da fargli prendere molti più voti di quelli che prendeva il genitore nel suo bacino elettorale, nonostante lui, proprio per la sua giovane età, non avesse ancora potuto dimostrare nulla delle sue capacità politiche. E’ noto a tutti anche che un “comitato elettorale”, formato dalla madre, dagli altri familiari e dagli amici più stretti del padre, lo sostenne in modo determinante nella sua prima campagna elettorale. A meno che non si voglia credere che in politica ce l’abbia portato la cicogna.

- Sia il “partito degli affari” sia le “lobby economiche” stanno evidentemente per il “partito degli imprenditori” e sintetizzano il blocco sociale politicamente rappresentato da Fitto, basta vedere la composizione delle liste di Forza Italia, degli iscritti al suo partito personale, la Cdl (Cristiani democratici per le libertà), e della sua recente lista personale “La Puglia prima di tutto”, presentata alle regionali del 2005 nonostante lui fosse iscritto a Forza Italia. E’ evidente che sia nel “fare affari” sia nel “costituire lobby economiche” non c’è nulla di illegale, ma che si vuole solo dare un giudizio politico sulle sue scelte amministrative (Tony Blair è perfino contento di aver trasformato il Labour in “un partito degli affari e dell’impresa”). Certo non sarebbe storicamente corretto dire che dietro di lui c’è un “partito dei lavoratori e dei proletari”, certamente si arrabbierebbe l’attuale governatore di Rifondazione comunista, Nichi Vendola.

- Quel “stanno occupando le istituzioni” è relativo, tra l’altro, alle decine e decine di nomine da lui personalmente fatte in enti ed istituzioni (tutte riportate nel libro), compresi suoi parenti, come il cugino Alfredo Rampino alla direzione dell’Arpa, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente. La critica sull’ “occupazione del potere” non gli è stata rivolta costantemente solo dalle opposizioni ma anche dai suoi stessi alleati. L’ “occupazione del potere” è stato il leit motiv della sua azione amministrativa unanimemente riconosciuto ed evidenziato da numerosissime polemiche politiche svoltesi sui media pugliesi durante il suo manato.

- Il “connubio di pubblico e privato che sta mettendo a rischio la stessa democrazia” è una conseguenza naturale dell’occupazione delle istituzioni, ma si riferisce anche a tante altre cose: come, per esempio, al noto feeling con l’Opus Dei e la Compagnia delle opere, che con il suo governatorato hanno avuto grande spazio in Puglia (il suo capo di gabinetto è stato Mario De Donatis, responsabile regionale dell’Opus Dei e già collaboratore del padre; per non parlare della “Cascina”, la società vicina a Comunione e Liberazione indagata per la fornitura di cibo avariato a scuole, università e ospedali), e alla numerosa serie di inchieste giudiziarie che hanno coinvolto ben quattro suoi assessori e una decina di altri alti esponenti politici a lui vicini o manager da lui designati: inchieste su mafia, politica, affari, voto di scambio, ecc., tanto da rendere legittimo il sospetto di una rete parallela che avrebbe potuto anche condizionare la vita democratica. Un “grande vecchio” della politica italiana il socialista barese Rino Formica si è espresso su Fitto in questi termini: “usa gli apparati delle strutture istituzionali, che dovrebbero essere neutrali, per esercitare pressioni…”.

- L’ “insensibilità” con cui trattò la vicenda dei lavoratori socialmente utili (Lsu) si riferisce non solo all’incapacità di comprendere l’esasperazione di chi resta senza lavoro, ma anche alla inusuale restituzione al governo dei soldi che servivano per pagare i salari a quei lavoratori come ripicca alle intemperanze di questi ultimi, che lo avevano aggredito durante una manifestazione di protesta sotto gli uffici della Regione. Ma, anche se il termine di “insensibile” non fosse ancorato a fatti specifici, ci vuole proprio un bel coraggio a chiedere la condanna di qualcuno per aver connotato la sua azione politica con un termine così comune. E pensare che neanche dare ad uno del “cane morto” è ingiuria, essendo stata assolta la soldatessa della Folgore che l’aveva pronunciato nei confronti di un suo subalterno.

- Che “con Fitto che, oltre a governare la Puglia, era anche commissario straordinario per l’emergenza ambiente e lo smaltimento dei rifiuti e con il cugino Alfredo Rampino, alla direzione dell’Arpa, il controllo del settore in Puglia era completamente nelle mani di Fitto” è un’affermazione lapalissiana, come anche quella che il settore dell’ambiente “poteva interessare molto la Copersalento, il sansificio gestito a Maglie dall’altro cugino, Raffaele Rampino”, visti i noti precedenti giudiziari dello stabilimento, che per un certo periodo di tempo è stato perfino chiuso dalla magistratura per inquinamento ambientale. E un’interrogazione di Rifondazione comunista aveva proprio chiesto se c’erano stati tutti i necessari controlli da parte del comune di Maglie, dell’Ausl, dell’Arpa, del commissario all’ambiente e della Regione.

- E’ agli atti giudiziari, pubblicati anche dai giornali, che Fitto è stato citato in alcune “intercettazioni telefoniche”, nell’ambito di un’inchiesta a Lecce su affari e politica, ed è evidente a chiunque legga quelle intercettazioni che Fitto “appare” (non è) politicamente sullo sfondo delle vicende “come una figura immanente, come un grande fratello che sa tutto ed al quale viene riferito ogni cosa”. Prescindendo dalle responsabilità penali, non si capisce perché un capo politico non debba essere informato di tutto ciò che riguarda il suo partito, soprattutto se si tratta di un capo come lui accusato di essere “accentratore” da maggioranza ed opposizione.

- Anche la questione della “svendita a prezzi di saldo da parte della Regione di propri beni a vantaggio di una società amministrata da un parente del governatore” è stata ufficialmente sollevata da ben tre interrogazioni di Rifondazione comunista alla Giunta regionale e ampiamente riferita dai giornali. Una storia lunga e complessa raccontata e documentata nel libro, su cui basta un dato per coglierne il senso: il sansificio di Maglie – dopo essere stato ristrutturato, ampliato, rimodernato, tenuto nella massima efficienza e diversificato nella produzione, con l’aggiunta della produzione di energia elettrica – è stato venduto dalla Regione, nel dicembre 2002, a 2.867.293 euro, equivalenti a lire 5.551.855.000, quasi allo stesso prezzo di vent’anni prima, quando lo stabilimento – che era già dei Fitto – fu venduto, nel settembre 1982, per lire 5.269.873.362 all’Agrisud, e addirittura ben al di sotto del prezzo complessivo di fatto percepito dalla Ol.Sa. (la società dei Fitto) ammontante a lire 6.425.400.000, quando all’Agrisud in fallimento subentrò l’Ersap, l’ente regionale di sviluppo agricolo, nel giugno 1987, in un periodo in cui presidente della Regione era il padre di Fitto. Ma di stranezze in questa vicenda ce ne sono altre: come un misterioso incendio, che ha consentito di fatto alla Copersalento (la società gestita dal cugino di Fitto, Raffaele Rampino, che aveva avuto in gestione lo stabilimento) di non pagare le rate di affitto alla Regione, scomputandole sulle spese per la riparazione dei danni, o le perizie sulla valutazione del sansificio fatte in vent’anni sempre dallo stesso perito, (lo stesso di cui si è avvalsa la Regione e sulla cui perizia ha dato il parere di congruità l’Agenzia del territorio di Lecce), ecc, ecc. Tutto raccontato nelle tre interrogazioni di Rifondazione comunistra che, inascoltata, ha chiesto alla Regione di sospendere la vendita e accertare la valutazione del prezzo. Probabilmente consapevole del rischio di un “conflitto d’interessi parentale”, Fitto era assente quando la sua giunta ha approvato la delibera di vendita del sansificio.

E’ bastato parlare di quanto sopra perché Fitto si infuriasse e si sentisse colpito da “lesa maestà”. Oltre a sentirsi diffamato, ha in pratica attribuito all’autore anche una buona dose di responsabilità per la sua mancata rielezione alla presidenza della Giunta regionale pugliese. Nella costituzione di parte civile, infatti, Raffaele Fitto, per “i notevoli danni di natura morale, considerato anche che la sua presentazione è avvenuta…in periodo di campagna elettorale”, ha chiesto “il risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali conseguenti all’entità ed alla gravità dei fatti” e inoltre “la condanna…al pagamento di una provvisionale nella misura di euro 100.000/00 (centomila)”. Una sorta di risarcimento delle spese elettorali, che, nonostante l’esosità della richiesta, all’autore potrebbe suonare anche un po’ “offensiva” in rapporto ai 400.000/00 euro chiesti al collega Francesco Merlo per un solo articolo sul Corriere del Mezzogiorno. Nella minaccia di “querela preventiva”, Fitto ha sostenuto che per “coerenza”, avendo querelato Merlo, avrebbe dovuto querelare anche De Matteis, perché anche lui parlava della sua famiglia, salvo poi a non riuscire a trovare nulla che potesse assimilare i due scritti.

L’autore in realtà ha concepito l’idea di raccontare il governatore pugliese nel 2000, appena Fitto è stato eletto presidente della Regione, poiché la sua storia, la morte del padre, la sua giovane età, i tanti successi già conquistati, la notorietà raggiunta, ecc. lo rendevano un personaggio. E che l’intento fosse veramente quello di scrivere un libro “su Fitto”, e non “contro Fitto”, per raccontare ai pugliesi chi li governava sta nel fatto che la bozza del libro era già pronta a metà legislatura, quando l’autore l’ha depositata alla Siae, nell’aprile del 2003, e ha cominciato a cercare invano un editore che pubblicasse il libro. Alla fine, a settembre 2004, si è lasciato “convincere” da Michael Moore, dopo aver visto il suo “Fahrenheit 9/11”, che si conclude con un eloquente “scritto, prodotto e diretto da Michael Moore”. E cos’altro poteva fare? Attendere oltre una improbabile risposta dagli editori significava veramente aspettare dopo le elezioni ma con il rischio di veder perdere alla sua opera qualsiasi interesse editoriale se Fitto, come poi è avvenuto, non fosse stato eletto. Il libro è stato stampato nell’ottobre 2004, ben sette mesi prima delle elezioni, quando ancora non erano noti neanche i candidati alla presidenza della giunta regionale.

Fitto non è nuovo alle aggressioni ai giornalisti liberi. Simbolico il caso del caporedattore del Tg3 Puglia della Rai, Federico Pirro, da lui osteggiato al punto da ordinare all’ufficio stampa della Regione di non passare più comunicati stampa alla Rai di Bari e ai suoi assessori di non rilasciare interviste. Un braccio di ferro durato sino a quando, con l’arrivo di Berlusconi al governo, Pirro fu rimosso dall’incarico, salvo poi a venire reintegrato da una sentenza del giudice Simonetta Rubino del Tribunale di Bari, emessa il 21 ottobre 2004, che sancisce che la sua rimozione era dovuta a “motivi politici” perché inviso a Fitto.

Nonostante l’evidente natura politica della querela, la volontà intimidatoria e di tenere sotto scacco un giornalista libero, la vicenda giudiziaria si sta sviluppando avvolta da un assordante muro di silenzio. La minaccia dell’ex governatore di querelare chiunque ne avesse parlato ha sortito i suoi effetti, terrorizzando giornali e giornalisti pugliesi che, non solo all’epoca della “querela preventiva” si astennero dal fare qualsiasi recensione del libro, ma hanno ora difficoltà a dare la notizia del rinvio a giudizio e, soprattutto, a riportare i capi di imputazione. La notizia del rinvio è stata data dall’Ansa pugliese (senza capi d’imputazione) ma non è stata ripresa da alcun giornale o televisione regionale, nonostante la notorietà del caso, la singolarità della vicenda e il rilievo che assume nel dibattito per la libertà d’informazione in Italia.

Anche i partiti, soprattutto quelli del centrosinistra, e le associazioni della società civile fino ad ora hanno taciuto e continuano a farlo. Ma se questo era un comportamento comprensibile all’epoca della “censura preventiva” e prima di conoscere il contenuto del libro, perché poteva anche darsi che l’autore avesse scritto qualche grossa fesseria non difendibile, non è più tollerabile adesso che si conoscono i capi d’imputazione e sui quali ci si può liberamente pronunciare. Il silenzio fa sempre il gioco dei più forti.

Ma veramente si può lasciare a Fitto campo libero di intimorire e minacciare i giornalisti in questo modo, tenerli sotto scacco con richieste esose di risarcimenti finanziari? L’alternativa per i giornalisti, a questo punto, è l’autocensura e il silenzio oppure il carcere. Con tanto di ben servito per la democrazia e la libertà d’informazione e di opinione.

Per chi vuole seguire e approfondire l’argomento vedere il blog www.linodematteis.it

Per contattare l’autore info@linodematteis.it oppure al cellulare 335 8281686.

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