Morti per amianto: Immacolati e indistruttibili
di Maurizio Portaluri e Stefano Palmisano
Qualche giorno il Tribunale di Brindisi ha assolto un gruppo di ex dirigenti dello stabilimento petrolchimico di questa città, e delle società che lo hanno gestito in passato, dall’accusa di aver colposamente ucciso due lavoratori della stessa struttura esponendoli all’amianto durante l’espletamento delle mansioni lavorative di costoro, in assenza di qualsiasi serio strumento, generale ed individuale, di protezione; assoluzione, per l’appunto, perché il fatto non costituisce reato.
“Amianto” viene dal greco e vuol dire incorruttibile, che non si può macchiare, immacolato; proprietà che, evidentemente, continua ad essere tanto comune ai padroni di questo minerale ed alla loro fedina penale quanto aliena ai lavoratori che lo utilizzavano e vi erano esposti ed al loro apparato respiratorio. “Asbesto” è l’altro nome, scientifico, dell’amianto: vuol dire indistruttibile, inestinguibile; proprio come le teorie sedicenti scientifiche propalate sul conto di questo micidiale materiale un tanto (ma proprio tanto) al chilo da appositi “scienziati” che quella immacolatezza dei loro committenti e del loro certificato penale sono lautamente pagati per preservare. Costi quel che costi.
Teorie, illustrate in dibattimento in risposta a stimolanti domande di altrettanto prestigiosi principi del foro, come quella per la quale la scoperta della cancerogenicità dell’amianto risalirebbe agli anni 80 e, quindi, per tutto quello che è accaduto, ossia per tutto quello che l’asbesto ha provocato, prima di quell’epoca non se ne potrebbe fare una colpa agli ignari imprenditori. Narrazioni spacciate in aula d’udienza, pur in plateale contrasto con le acquisizioni più consolidate nella gran parte della comunità scientifica, di quella che non è, direttamente o indirettamente, parte nelle varie cause in questa materia e che asserisce e dimostra che la consapevolezza del rapporto causale tra amianto e cancro è almeno dei primissimi anni ’60 e che la certezza della nocività in generale dell’amianto è addirittura dei primi del ‘900.
Principi affermati impunemente in un processo penale avente a base delle morti, pur in documentata contraddizione con altre, opposte tesi sostenute sulla stessa specifica questione dagli stessi “scienziati” qualche anno prima; quando ancora non era scattata nei confronti di costoro quella molla, ineguagliabile per potenza, di pletore di conversioni scientifiche, filosofiche e politiche che è costituita da un ricco onorario “professionale”. Invenzioni cui viene ancora dato credito da giudici che, evidentemente, credono ancora alla favola della neutralità della scienza e dell’affidabilità, comunque, degli scienziati e sulla base di questo fiabesco presupposto sentenziano che “il fatto non costituisce reato”.
Propalazioni che vengono poste a base di correnti dottrinali e giurisprudenziali, sempre più diffuse, che mirano coscientemente o portano incoscientemente alla sostanziale abrogazione del cosiddetto “diritto penale del lavoro”, quella peculiarissima branca del diritto penale, ispirata alle norme della nostra Carta in materia di diritti del lavoro, che ha come suo statuto fondativo la specifica difesa del lavoro e dei lavoratori; disciplina, dunque, tanto più preziosa a fronte del grosso del diritto penale che, invece, non si è propriamente connotato nei secoli della sua storia in tal senso, per usare un eufemismo.
Questo è quanto è accaduto qualche giorno fa innanzi al Tribunale di Brindisi, dove un gruppo di ex dirigenti dello stabilimento petrolchimico di questa città e delle società che lo hanno gestito in passato sono stati assolti dall’accusa di aver colposamente ucciso due lavoratori della stessa struttura esponendoli all’amianto durante l’espletamento delle mansioni lavorative di costoro, in assenza di qualsiasi serio strumento, generale ed individuale, di protezione; assoluzione, per l’appunto, perché il fatto non costituisce reato.
Medicina democratica, che è stata presente in questo processo penale già dall’udienza preliminare come parte civile e che ha significativamente contribuito, con i suoi consulenti tecnici volontari, il cui lavoro, cioè, è stato completamente gratuito (ed anche questo avrebbe dovuto essere un indice di attendibilità delle diverse tesi scientifiche che si sono confrontate di fronte al giudice), a fornire la prova della cancerogenicità dell’amianto e dell’epoca di conoscenza di quest’ultima, nonché del più specifico potere cancerogeno del petrolchimico di Brindisi (dal 1988 ad oggi sei casi di mesoteliomi su poco più di venti diagnosticati in tutta la provincia), esprime la propria vicinanza ai familiari delle vittime il cui dolore per l’ingiusta ed evitabile perdita dei loro cari riprende vita da questa sentenza.
Ciononostante, o forse proprio per questo, non si può omettere in queste sintetiche note di commento un’ultima amara considerazione: queste persone in questo processo sono state lasciate desolatamente sole.
Era un processo che indubitabilmente non aveva a base patologie dotate dell’appeal mediatico che possiede un collasso da cocktail a base di cocaina, specie quando l’assuntore sia un virtuoso virgulto di sangue blu industriale, ma semplicemente ben più banali tumori da lavoro.
Forse, però, avrebbe meritato un pur flebile segnale di vita da qualche soggetto depositario di una qual forma di “responsabilità”; sia essa istituzionale verso una data collettività, cui indubitabilmente appartenevano le vittime di questa vicenda, considerata in relazione ad un dato territorio, come quella degli enti locali; sia essa politica, come quella dei partiti, quelli “sensibili ai diritti dei lavoratori” in primis; sia essa “ambientale”, tenendo conto che queste morti sono anche e soprattutto il frutto di devastanti ed emblematiche forme di inquinamento del territorio brindisino, come quella delle associazioni ecologiste; sia essa, soprattutto, professionale, tenendo conto che quei poveretti hanno avuto quella tragica fine solo in quanto lavoratori, responsabilità della quale dovrebbero essere investite quelle ineffabili creature che oggi sono, nella loro stragrande maggioranza, i sindacati, quelli confederali in testa.
Quelli che, però, in questo processo restano l’assenza più pesante, il silenzio più assordante sono quelli della quasi totalità delle vittime del petrolchimico e dei loro parenti.
È quello che una grande scrittrice di questa terra avrebbe definito “il silenzio dei vivi”, il silenzio, cioè, di coloro che se non altro dovrebbero sentire una forma di responsabilità etica e sociale verso chi è loro accomunato dalla stessa tragedia umana, familiare.
Quella responsabilità che parte o dovrebbe partire dalla compassione, nel senso letterale del termine di “condivisione del dolore”, per muovere verso forme di tutela collettiva, di classe (absit iniuria verbis), dei propri diritti: quello alla vita, alla salute e, perché no, al risarcimento dei danni una volta che i primi due fondamentali diritti siano stati lesi.
L’unica forma di tutela che sia storicamente servita ai deboli, agli oppressi, ai lavoratori; anche e soprattutto quando è stata esercitata nelle aule di giustizia.
Fasano – Brindisi, 23122005
“La scienza non è neutrale; la scienza è di chi la paga, perché pagando si può dimostrare tutto ed il contrario di tutto” (Luigi Onestini, operaio sindacalista)
“Questo sistema resta in piedi ad una condizione: non essere quasi mai obbligato a risarcire i danni. Se esso fosse invece sistematicamente chiam
ato a pagare i costi ambientali e sanitari che determina, vi sarebbe immediatamente giustizia. Per questo motivo la rivendicazione del risarcimento è anche, di per sé, politica di prevenzione e di interesse collettivo che pure in questo caso riguarda il futuro” (Vito Totire, medico del lavoro)

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