Sanità: La Progettualità come risposta alla logica dei tetti di spesa
Nonostante si parli di devoluzione, cioè della totale autonomia delle regioni in sempre più numerosi ambiti, il Governo centrale continua a dettare rigide regole di comportamento in quegli stessi settori. E’ il caso del tetto imposto dal 2002 alla spesa farmaceutica che non deve superare il 13% della spesa sanitaria ed anche della norma contenuta nella legge finanziaria di prossima approvazione che stabilisce un nuovo tetto massimo, quello delle prestazioni a favore di cittadini provenienti da altre regioni. Questa norma fa però eccezione per i pazienti affetti da tumore e per quelli che richiedono prestazioni di alta specialità. Ma andare a Milano, ad esempio, per un intervento di appendicectomia sarà permesso ad un pugliese solo fino ad esaurimento del tetto di spesa stabilito. Si tratta di due problemi apparentemente molto diversi ma che hanno in comune una sola preoccupazione, quella di risparmiare sulle risorse finanziarie per la sanità. Se vediamo però la questione dalla parte del malato ci accorgiamo che la decisione di muoversi dalla propria regione per andarsi a curare in un’altra non è causata da un capriccio. Quel malato non trova vicino la propria casa adeguate strutture oppure quando le strutture sono presenti ed attrezzate non riceve pronte risposte. E questo non per colpa degli operatori bensì del loro esiguo numero e quindi dell’insufficiente utilizzo delle apparecchiature. Personale insufficiente e carenza di attrezzature sono il prodotto delle politiche di tagli ai danni del sistema sanitario pubblico attuate in questi ultimi anni nel nome del risanamento finanziario. Le piante organiche del personale sanitario (e non solo) sono mezze vuote e coperte da personale con incarichi a tempo determinato. Condizione questa che non motiva gli operatori e non permette di fare progetti per il futuro. A fronte di questa situazione un altro tetto di spesa imposto dal governo alle regioni impedisce di aumentare oltremodo la spesa per il personale nel 2005 rispetto a quanto speso nel 2003! Anche i reparti di oncologia medica e le moderne macchine per radioterapia non sono omogeneamente presenti su tutto il territorio regionale. Fortunatamente si muovono proprio in queste settimane i primi passi per la PET anche in Puglia. Ma per colmare questi ritardi e servire i nostri concittadini qui e subito sono necessarie risorse che il governo non da o impedisce di spendere!
E’ vero, la mobilità dei nostri pazienti verso altre regioni produce grandi perdite per la Puglia: perdita di risorse a vantaggio di altri sistemi sanitari, perdita di reddito per le famiglie che sono costrette a spostarsi, perdita di esperienza clinica per le nostre strutture sanitarie, perdita di occupazione dei nostri giovani che hanno studiato per operare nella sanità a vantaggio dei loro concittadini malati. Ma nei nostri bilanci di esercizio queste perdite non compaiono eppure esistono e se non rimosse sono lì a produrre sempre nuove passività. Non saranno i tetti di spesa imposti dalla finanziaria a risolvere il problema. C’è bisogno di un piano delle grandi tecnologie biomediche e di quelle oncologiche in particolare. Non si può più rimanere succubi e paralizzati dalla logica dei tetti di spesa ma bisogna mettere in campo una progettualità di lungo respiro.
Le modalità con cui viene poi affrontato il problema della spesa per i farmaci porta con sè gli stessi vizi appena denunciati per la mobilità dei malati tra le regioni. Proviamo a riflettere su qualche dato. L’Agenzia Italiana del Farmaco ci informa che nel 2004 la spesa degli italiani per farmaci è stata di ben 19,2 miliardi di euro e che rispetto al 2000 è aumentata di 3,5 miliardi! Il 70% di questa spesa è a carico del Servizio Sanitario mentre il 30% proviene direttamente dalle tasche dei cittadini. Ma mentre la spesa pubblica è aumentata del 34%, quella privata solo dello 0,2%. Non tutta l’Italia, poi, spende nello stesso modo: il Nord spende meno del Centro che a sua volta spende meno del Sud e Isole.
Nel 2004 la spesa lorda per ogni italiano è stata in media di 235 euro con 10 euro, pari al 4,4%, di compartecipazione dei cittadini attraverso il ticket. In Puglia è stata di 266 euro con 17.8 euro di ticket, pari al 6.7 %, a carico dei cittadini. Poichè una popolazione più anziana consumerà maggiori quantità di farmaci, ogni regione è stata “pesata” in base alla composizione anagrafica dei suoi residenti. Così è risultato che la Puglia rispetto alle regioni del nord pur avendo una popolazione residente di 4.023.000 abitanti dovrebbe consumare farmaci come se avesse una popolazione “pesata” pari a 3.755.821. E allora perchè registra una spesa media per ogni abitante maggiore di quella effettuata da una regione con una popolazione più anziana? E’ solo l’età della popolazione che fa il consumo di farmaci? Alcuni studiosi ci dicono che il consumo di farmaci è maggiore dove non c’è un facile accesso in ospedale. Anche qui dobbiamo sforzarci di vedere la questione dalla parte del malato che di certo preferirebbe non fare ricorso ai farmaci se non ne avesse bisogno o se qualcuno non gli dicesse che ne ha bisogno. Quanto ha inciso negativamente sulla nostra spesa farmaceutica la riduzione dei posti letto ospedalieri soprattutto di medicina? Quanto potrebbe invece incidere positivamente una organizzazione territoriale dei servizi dove l’ammalato può trovare operatori in numero e con tempi adeguati per un vero ascolto del suo problema? Non sono domande retoriche ma quesiti per una ricerca scientifica sul campo! Nel contempo controlliamo pure le prescrizioni scorrette ma senza criminalizzare i medici e diamo la possibilità ai cittadini di incontrare gli operatori anche al di fuori della necessità che la malattia impone per disegnare la sanità che desiderano.
Riprendiamo, poi, una campagna di educazione sanitaria che possa far comprendere questo mondo affascinante ma a volte terribile della produzione e dell’uso dei farmaci. Scrive significativamente Silvio Garattini, il notissimo farmacologo direttore dell’Istituto Mario Negri: “L’aumento della spesa del 2004 rispetto al 2003 è stata del 9% per la parte pubblica, mentre è diminuita del 2,6% per la parte privata. L’aumento della spesa pubblica è quasi interamente dovuto all’aumento delle prescrizioni (e non del prezzo dei farmaci) che registra forti variazioni regionali, difficilmente giustificabili sulla base di differenze delle patologie. Non vi è dubbio che esiste una notevole spinta propagandistica da parte delle industrie farmaceutiche per aumentare le prescrizioni, che spesso riguardano indicazioni per cui non esistono basi scientifiche attendibili. … La disponibilità dei dati sui consumi rappresenta una grande opportunità di riflessione per regioni ed ASL per razionalizzare l’impiego di prodotti che, val la pena di ricordarlo sempre, non sono solo portatori di benefici, ma anche di rischi”.
Andria, 11 dicembre 2005
Maurizio Portaluri – Direttore Generale AUSL BAT/1

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