La Tav in Val di Susa e il Rigassificatore a Brindisi
La questione della TAV in Val di Susa e quella del rigassificatore a Brindisi hanno in comune lo stesso contrasto fra la concezione di uno sviluppo centrato sulle “grandi opere” violento con l’ambiente e prevaricatore e l’idea di un progresso che rispetta la natura e promuove i diritti, lo stesso disprezzo da parte del Governo per le scelte e per la dignità delle popolazioni interessate, la stessa presenza di un partito trasversale che ha il suo fulcro nello schieramento di destra ma si estende anche fra ipocrisie e contorcimenti in significativi settori del centrosinistra, lo stesso intreccio di oscuri affari e di inconfessabili interessi. Ed hanno pure in comune le due questioni lo stesso indegno spettacolo di un ceto politico dominante che si produce di continuo in proclami e leggi in favore del federalismo per poi schiacciare nei fatti le autonomie locali sotto il peso del suo centralismo e della sua strisciante vocazione autoritaria. Ma le due vertenze hanno anche caratteri peculiari che per certi aspetti le rendono tra loro differenti. L’opposizione alla linea TAV in Piemonte è invero sostenuta da una prevalente motivazione sanitaria ed ambientale: sanitaria perché muove dal fondato assunto per il quale la montagna da perforare contiene ingenti quantità di amianto e di uranio (pericoloso il primo per la elevata tossicità delle sue polveri ed il secondo per la sua conclamata radioattività) ed ambientale perché la progettata linea ad alta velocità altererebbe il paesaggio con gravi ripercussioni negative sulle condizioni di vita della vallata e su una economia locale ampiamente sostenuta dal turismo.
Il rifiuto del rigassificatore a Brindisi trae invece origine da un forte e diffuso movimento di opinione che si era opposto alla politica delle precedenti amministrazioni locali ed alle sue rovinose scelte, tutte maturate (compresa quella del contestato impianto) in un clima segnato da scandali e da inchieste giudiziarie. Un movimento di opinione a sostegno di una svolta che è stata sancita dall’esito delle elezioni amministrative del 2004 e dalle decisioni dei rinnovati organi di governo degli enti locali venutisi a trovare in perfetta sintonia con gli orientamenti della Regione Puglia anch’essa rinnovatasi successivamente con l’elezione del Presidente Vendola. Il “no” al rigassificatore risulta quindi motivato non solo dalla sua pericolosità in quanto localizzato in un’area già a rischio di incidenti industriali e di crisi ambientale ma anche e soprattutto per la sua inconciliabilità col nuovo modello di sviluppo (la cosiddetta “città d’acqua”) progettato dalle amministrazioni locali e centrato sul rilancio del porto, sull’apertura di una grande collaborazione coi Paesi che si affacciano sulle coste del Mediterraneo orientale e sulla promozione delle piccole e medie imprese, il tutto con la scelta di rendere per quanto possibile ambientalmente compatibili i grossi insediamenti industriali già esistenti.
Ne discende che imponendo a Brindisi il rigassificatore il Governo non solo mortifica la volontà delle popolazioni interessate ma impedisce anche alle amministrazioni locali di portare avanti un progetto politico che ha avuto pieno consenso elettorale e che ha fatto registrare la convergenza su di esso degli schieramenti di centrodestra e di centrosinistra che amministrano rispettivamente il Comune e la Provincia dopo il duplice e significativo ribaltamento delle precedenti maggioranze provocato dal voto popolare. Insistendo a percorrere la rovinosa strada intrapresa, si andrebbe perciò inevitabilmente incontro ad una gravissima crisi politico-istituzionale che provocherebbe di fatto una “sospensione” della democrazia della quale i cittadini e le loro istituzioni non potrebbero non prendere atto traendone tutte le logiche conseguenze.
La lotta per un nuovo modello di sviluppo col conseguente rifiuto del rigassificatore è quindi anche una lotta contro la sospensione della democrazia nel territorio di Brindisi. Una lotta che riunisce popolo ed istituzioni, pervasa da una forte motivazione democratica, protesa verso un preciso progetto politico, lontana da qualsiasi faziosità o partigianeria, rigorosamente pacifica nei metodi e negli obiettivi. Una “opposizione permanente” che vuole articolarsi in tutte le possibili iniziative di lotta sempre guidate dalla scelta qualificante della non-violenza, della resistenza passiva e della non-collaborazione con la società costruttrice dell’impianto, un’impresa straniera a servizio solo dei propri interessi che si affaccenda in ogni modo per bloccare il dissenso alzando cortine fumogene e seminando illusioni. Una protesta dunque forte di un grande progetto rinnovatore ed in linea con la legalità democratica costituzionalmente sancita; un movimento contro il quale non potranno funzionare le tattiche del “fatto compiuto”, non si potrà fare ricorso ai manganelli né usare gli specchietti per le allodole alla ricerca di una “selvaggina” per fortuna rara nelle nostre contrade.
Brindisi, 12 dicembre 2005
Michele DI SCHIENA

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