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Il Rockpolitik di Celentano e la domanda di cambiamento

  • Dall'Italia

Adriano Celentano ha indubbiamente dei numeri per il modulato calore della sua voce e per l’apprezzabile originalità di molte sue canzoni ed è anche abile nell’allestire e condurre spettacoli televisivi che suscitano interesse soprattutto per l’ampia ospitalità riservata a personaggi di grande richiamo. Ma questo non basta per spiegare il sorprendente successo di RockPolitik, una trasmissione che è stata seguita in media da oltre 12 milioni di spettatori con punte che superano i 15 milioni. Uno spettacolo oggetto di reazioni e commenti che, per numero e provenienze, superano le più ottimistiche previsioni di ascolto di un programma di intrattenimento e si collocano tra gli avvenimenti che suscitano generale attenzione da parte della pubblica opinione. Ha fatto certo notizia l’episodico e polemico ritorno di Michele Santoro che la Rai aveva licenziato per input di Berlusconi come è risultata calamitica l’esibizione satirica del popolarissimo Benigni. Ma nel “RockPolitik” ci sono momenti meno felici fra i quali spiccano i sincopati ed estenuanti monologhi del “molleggiato” che si pronunciano semplicisticamente su tutto seminando banalità e luoghi comuni e che distribuiscono a destra e a manca promozioni e censure iscrivendo nella lista dei “rock” ed in quella dei “lenti” personaggi, avvenimenti e fenomeni complessi che meriterebbero ben altro approccio. Interminabili monologhi nei quali le continue e lunghe pause sembrano preludere a grandi annunci e ad importanti rivelazioni che non arrivano mai e lasciano spesso il posto a stramberie come quelle secondo le quali Ratzinger sarebbe “hard Rock” per il suo atteggiamento verso i divorziati, Zapatero sarebbe “lento, lentissimo” per le sue scelte di politica familiare e sarebbe giusto costruire a New York, al posto in cui sorgevano le Twin Towers, quella casetta di campagna che una vecchia canzone collocava invece in Canada.
Ed allora, dove sta la ragione dell’enorme successo dello show di Celentano sempre pronto a cogliere gli umori popolari per dare ad essi voce con canzoni e spettacoli ma sempre abile nel restare in bilico tra il vecchio ed il nuovo, tra la conservazione e l’innovazione? In una stagione nella quale il berlusconismo ha fatto calare sul Paese una cappa opprimente di problemi, restrizioni, angustie e paure, Adriano Celentano ha saputo allestire uno spettacolo che viene vissuto da milioni di cittadini come una esplosione di libertà e come una domanda di liberazione. La Casa delle libertà, che per un lapsus freudiano già nella sua denominazione riferiva le libertà medesime a coloro che la abitano (ovviamente ai “piani alti”) e non all’intero Paese, si è concessa in questi anni di governo berlusconiano tutte le licenze e tutti gli arbitrii ed ha gestito la cosa pubblica con scelte e leggi “ad personam” o comunque al servizio di ceti privilegiati e di interessi corporativi, ha affievolito diritti, ha compresso molte libertà a partire da quella dal bisogno, ha imposto limitazioni, ha deciso proscrizioni, ha operato discriminazioni.
Si spiega allora il clamoroso successo di uno spettacolo scappato di mano al potere televisivo che non ne aveva previsto gli esiti confidando nelle inclinazioni non certo di sinistra del “ragazzo della via Gluck”. Una trasmissione che ha rotto questa cappa di piombo immettendo nel soffocante clima televisivo di questi anni l’aria fresca e rigeneratrice della libertà. La libertà di dire in monologhi un po’ scombinati e tediosi o in più o meno sagaci battute comiche ovvero in raffinati numeri satirici tutto ciò che molti pensano sullo stato del Paese e su questa malinconica congiuntura politica. E di farlo – come evento eccezionale – sulla rete principale del servizio pubblico televisivo e nelle ore di maggiore ascolto. Dopo le primarie del centro-sinistra Celentano ha offerto, come effetto collaterale (ma certo rilevante) della sua abilità nel cercare il successo, un’altra occasione di grande partecipazione per manifestare il largo dissenso maturato nel Paese nei confronti di Berlusconi e per rilanciare la sempre più diffusa domanda di cambiamento. Gliene siamo grati ed attendiamo che il centro-sinistra si faccia carico di questi umori popolari e si proponga al Paese, con chiare scelte progettuali e programmatiche, come radicale e credibile alternativa politica.

Brindisi, 2 novembre 2005
Michele DI SCHIENA

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Una Risposta to “Il Rockpolitik di Celentano e la domanda di cambiamento”

  1. massimo dell-aringa (mn)on 09 nov 2005 at 11:09

    Sì, esatto.
    non è la qualità della trasmissione (un po’ scarna e di monotonalità) e nemmeno la bravura del conduttore (sembra proprio che non si prepari prima di arrivare sul palco) a farla risaltare, quanto la piattezza del territorio televisivo (ma potremmo dire mediatico in generale) in cui si inserisce.
    Siamo stufi di sentire i vari buttiglione e bondi infarcire lo spazio di informaitvo di bugie (palle) così lapalissiane da togliere la voglia di controbattare, che appena un celentano qualuque dice, o meglio fa dire, una mezza verità che ci sembra di essere dei carcerati durante l’ora d’aria !

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